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Taglio dei parlamentari: facciamo chiarezza

L’INTERVENTO

Il 20 e 21 settembre saremo chiamati a votare sul quesito referendario relativo al taglio dei parlamentari, che si configura come “referendum costituzionale o confermativo”, disciplinato dall’articolo 138 della Costituzione, per il quale non è previsto il raggiungimento di un quorum particolare. In pratica il referendum è valido anche se non va a votare il 50%+1 degli aventi diritto al voto.

Il quesito è molto semplice: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n.240 del 12 ottobre 2019?”.

Votando , la legge, “già approvata” dal Parlamento, assume efficacia definitiva e alle prossime elezioni i deputati passeranno da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.

Se dovesse vincere il “NO” tutto resterebbe come prima. Cosa vuol dire “già approvata?”. La legge sarebbe già esecutiva se settantuno deputati (evidentemente preoccupati di perdere la poltrona) non avessero depositato la richiesta di referendum presso la Corte suprema di cassazione. La richiesta si è resa possibile perché al Senato la legge è stata approvata a maggioranza assoluta: sarebbe bastato che fosse stata approvata con una maggioranza dei due-terzi e ora non staremmo a discutere. Pazienza e poco male. Nonostante i tentativi subdoli di confondere le acque da parte di chi vuole che nulla cambi, si confida nel buon senso degli elettori, che dovrebbero assicurare al un largo consenso.

Tutto ciò premesso, siccome prevenire è meglio che curare, smontiamo pezzo per pezzo le principali fandonie che i mestatori interessati cercano di inculcare nelle menti dei cittadini, per indurli a votare “no”.

Non è vero che con il taglio dei parlamentari si risparmieranno tanti soldi.

Lo gridano a ogni pié sospinto quasi come se fosse questo l’elemento più importante della riforma. È la solita storia del guardare il dito mentre si indica la luna. Allora diciamolo a chiare lettere: premesso che un “piccolo” risparmio c’è, e fa comunque piacere, il risparmio, come meglio vedremo in seguito, non c’entra un fico secco con la reale componente importante della riforma.

Con il taglio dei parlamentari si riduce drasticamnte il rapporto tra cittadini e parlamentari, con seri rischi per la democrazia.

Bufala più grande di una catena montuosa e anche ridicola: come se ora fossero rose e fiori, con tanti parlamentari “nominati” e non scelti dagli elettori, tra i quali autentici signor nessuno pronti a cambiare casacca, anche più volte nella stessa legislatura, perché intenti e attenti solo ai propri interessi. Circa cento parlamentari, solo negli ultimi due anni, sono stati eletti con un partito e ora, in massima parte, sono al servizio degli avversari, con quanta gioia dei loro elettori è facilmente intuibile. Tra i ventisette paesi dell’Unione Europea, l’Italia è al primo posto per numero di parlamentari (945), seguita dalla Francia (925), Germania (778), Spagna (616), Polonia (560), Romania (465) e via via dagli altri ventuno paesi più piccoli, progressivamente con un minor numero di parlamentari. Quando nell’Unione vi era anche il Regno Unito, eravamo al secondo posto; ora, però, siamo al primo. Nel rapporto tra parlamentari e popolazione, poi, siamo ancora al primo posto in comparazione con i paesi più importanti dell’Unione, potendo disporre di un parlamentare ogni 62.815 abitanti.

In Germania il rapporto è 1/105.545; nei Pesi Bassi 1/75.715; in Spagna 1/75.251; in Francia 1/70.248; in Polonia 1/68.162. Negli altri paesi il rapporto è inferiore e non potrebbe essere altrimenti, considerato il rispettivo numero degli abitanti. In un paese come la Croazia, per esempio, che conta 4.100.000 abitanti, con un rapporto analogo a quello vigente in Italia si avrebbe un Parlamento (monocamerale) di soli sessanta membri, che in alcun modo potrebbe assicurare quel minimo di efficacia operativa che si richiede a qualsiasi organo costituzionale. Con un rapporto di 1/27.744, invece, si eleggono 151 deputati, che consentono una equa rappresentanza della popolazione. Lo stesso dicasi per tutti gli altri paesi con basso numero di abitanti. Per un caso eclatante, però, bisogna andare fuori dei confini europei: il Congresso degli Stati Uniti d’America, infatti, è composto da 435 membri della Camera dei rappresentanti e da 100 senatori (due per ogni Stato!). In un paese di 328.200.000 abitanti, quindi, il rapporto tra eletti e cittadini è di un parlamentare ogni 613.458 abitanti!!! Con questa proporzione in Italia avremmo un Parlamento di 9/10 membri! Pazzesco, no?

Solo per dovere di cronaca aggiungiamo che, in Cina, il rapporto parlamentari-popolazione è di 1/469.128; in India 1/1.712.658. Fermiamoci qui.

Questi sono dati ufficiali, facilmente verificabili da tutti. Chiunque, quindi, parli di problemi di rappresentanza, o è un bugiardo che mente sapendo di mentire o è uno sciocchino che crede alle favole e non verifica le notizie che gli vengono riferite o che legge su organi di stampa buoni solo per pulire i vetri.

Il vero nocciolo della questione

L’argomento veramente importante da prendere in considerazione, però, è quello che viene propagandato con maggiore enfasi da parte di chi vuole che nulla cambi: “Con la riduzione dei parlamentari diventa più difficile il rapporto diretto tra politici e cittadini”; “Alcune zone corrono il rischio di restare senza senatori”. Oh perbacco, che guaio grosso! In realtà, il principale effetto benefico della riduzione dei parlamentari “dovrebbe” essere rappresentato proprio da questo aspetto.

Occorre (ri)avvicinare i cittadini alla politica e allontanarli dai politici, affinché prenda corpo il principio che in Parlamento si deve lavorare esclusivamente per il bene comune, senza dover necessariamente interloquire con i beneficiari dei provvedimenti legislativi. Sappiamo tutti come vanno le cose: le mortificanti visite nelle segreterie dei politici in cerca di raccomandazioni; i politici che si lasciano corrompere e corrompono nelle rispettive aree di influenza; politici fantocci scelti dai capi-partito e nominati parlamentari, grazie alla schifosissima legge elettorale, per i loro meriti speciali, ossia fedeltà assoluta a prescindere da capacità e fedina penale o abilità particolari estrinsecate, però, nelle camere da letto e non in quelle istituzionali. Ho messo “dovrebbe” tra virgolette perché prima che le cose cambino davvero, nel nostro Paese, ce ne vuole, e la prudenza è d’obbligo. La riduzione dei parlamentari, però, davvero potrebbe rappresentare un primo significativo passo, soprattutto se seguita da una buona legge elettorale, che tolga dalle mani dei leader la possibilità di portare in parlamento degli autentici signor nessuno e dei lestofanti. Avanti tutta con il “SÍ”, quindi: iniziamo a seppellire la malapolitica.

Lino Lavorgna

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