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Povera Europa

PROLOGO
A distanza di un mese dalle elezioni europee si è avuta la possibilità di scandagliare con calma le complesse dinamiche che hanno caratterizzato il voto. Al netto di quanto sciorinato dai soliti pennivendoli, adusi a far passare per fatti le loro opinioni e i desideri,  non sono mancate le analisi oneste, protese a spiegare cosa sia effettivamente successo e perché, nonché i possibili  scenari che si approcciano  all’orizzonte. Anche gli analisti più corretti, tuttavia, hanno solo  parlato di ciò “che è accaduto”. Per comprendere bene il disastro europeo, invece, occorre  allargare il campo speculativo, inserendo nelle analisi anche “ciò che non è accaduto”, spiegandone il perché.

LA MANCANZA DI RIFERIMENTI VALIDI

Partiamo da una iperbole che, come sempre, ritorna utile per meglio illustrare concetti complicati. Facciamo finta che, in tutto il mondo, non si producano più scarpe con suola di cuoio e siano immesse nel mercato solo quelle con suola di gomma, realizzate in vari modelli per essere calzate anche sotto lo smoking, gli abiti eleganti e quelli da cerimonia. Vi sarebbe poco da cianciare: chi fosse aduso a utilizzare le scarpe con suola di cuoio anche sotto i jeans, come l’autore di questo articolo, dopo averle modificate con la comoda mezza suola in gomma, sia pure a malincuore, dovrebbe rassegnarsi al nuovo corso. 

Per le elezioni europee si è verificato qualcosa di analogo. I circa 427milioni di elettori europei avevano a disposizione una miriade di partiti, ciascuno con un proprio programma, riuniti nei vari gruppi continentali ritenuti affini. Oltre 215milioni di cittadini (50,5%),  tuttavia, non ne hanno trovato nemmeno uno degno del proprio consenso e, a differenza di coloro che si sarebbero dovuti comunque accontentare di scegliere tra le varie scarpe con suola di gomma, hanno deciso di restare a casa o concedersi una mini-vacanza.  Questo dato è molto grave e molto significativo perché registra la crescente sfiducia nelle politiche comunitarie, spesso espressa nei vari paesi con proteste non scevre di violenza.  Una sfiducia ben evidenziata dal grafico che ne  caratterizza l’andamento, a partire dal 1979, quando votò il 61,99% degli aventi diritto, per poi scendere progressivamente: 58,98 nel 1984; 58,41 nel 1989; 56,67 nel 1994; 49,51 nel 1999; 45,47 nel 2004; 42,97 nel 2009; 42,61 nel 2014; 50,5 nel 2019. La leggera ripresa del 2019 non deve trarre in inganno. Da una parte vi è stata la massiccia campagna del Parlamento europeo con spot televisivi inneggianti al motto “Stavolta voto”; dall’altra vi è stato il sensibile incremento di votanti in Croazia (nel 2014 partecipò per la prima volta alle elezioni europee, con un’affluenza pari al 25,24%) e in Gran Bretagna, paese in cui si è registrato il forte sostegno al partito pro-brexit di Farage (33%), grazie anche al consenso di molti vecchi astensionisti che, contestualmente, hanno contribuito all’incremento dei votanti nelle aree in cui prevalse il “remain”, in occasione del referendum. In sintesi, sia per sostenere la “Brexit” sia per creare i presupposti affinché la Gran Bretagna resti in Europa, si è registrato un aumento dei votanti.

LE SCELTE OBBLIGATE

Coloro che hanno deciso di votare si sono trovati al cospetto di due gruppi di partiti: quelli che, a parole, si professano “europeisti” e nei fatti, come ampiamente illustrato negli articoli pubblicati nei mesi scorsi, sono tra i massimi responsabili di tutti i guai che affliggono l’Europa; quelli ipernazionalisti che, pur essendo legittimamente critici nei confronti dell’attuale Unione Europea, non sono certo favorevoli al processo federativo che consentirebbe, realmente, di spianare la strada verso gli Stati Uniti d’Europa. È bene precisare, inoltre, che questi ultimi partiti sono in perfetta sintonia con i loro elettori, incapaci di concepire la frase “La mia patria si chiama Europa” e  considerare “fratelli” altri europei. Elettori che, al solo pensiero di anteporre una bandiera continentale al vessillo nazionale, si farebbero venire l’orticaria (figuriamoci se si tentasse di indurli ad avere una lingua ufficiale che non sia la loro), che non riuscirebbero nemmeno a capire, infine, l’importanza di avere un esercito europeo, nonché altri organismi, come le Forze dell’ordine, l’Intelligence, le scuole di ogni ordine e grado, organizzati su scala sovranazionale.

COSA È MANCATO

In nessun paese dell’Unione Europea, di fatto, era presente un partito che incarnasse i princìpi e i valori della vera “unione dei popoli”. Un partito che fosse apertamente europeista e propugnasse seriamente la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa secondo le modalità più volte illustrate in questo magazine. Se anche vi fosse stato, tuttavia, è lecito ritenere che non avrebbe raccolto grandi consensi, magari restando al di sotto delle soglie di sbarramento, lì dove presenti, o superandole di poco. Di sicuro in Italia non sarebbe riuscito a superare la soglia minima del 4%, perché il vero spirito europeista è ancora prerogativa di pochi “illuminati”. Nondimeno la sua presenza sarebbe stata importantissima perché anche una pattuglia minima di parlamentari avrebbe iniziato a “segnare il cammino”. Se mai inizia il viaggio, mai si raggiungerà la meta. Questa è l’amara realtà.

 COSA SAREBBE DOVUTO ACCADERE

Pur in assenza di un partito organizzato su scala continentale, che fungesse da collante per stimolare un reale progetto federativo, gli europei avevano comunque la possibilità di fare qualcosa di buono: chiudere la partita con chi dell’Europa ha fatto strame. Va chiarito subito che questo processo non era di facile attuazione perché presupponeva una capacità analitica non certo alla portata di tutti. In buona sostanza si trattava di votare per i partiti “apertamente” contrari all’Unione Europea e poi partire da lì, per iniziare, per quanto possibile, un discorso nuovo e correggere le gravi distonie poste in essere dalle attuali istituzioni comunitarie. Non si è avuta questa capacità e i principali artefici del disfacimento europeo, Partito Popolare e socialisti, pur avendo perso complessivamente settantadue seggi, sono ancora in grado di costituire una maggioranza grazie all’aiuto della “banda” liberale, che ha guadagnato 38 seggi raggiungendo quota 107. Non si è capito, di fatto, quanto sarebbe stato importante dare una spallata alla vecchia Europa e a poco sono serviti gli exploit di Marine le Pen in Francia e Matteo Salvini in Italia che, con il 23,53% e 34,3%, hanno sì conquistato il primato nei rispettivi paesi, ma con percentuali troppo basse per determinare un significativo cambiamento di rotta. Altri fattori negativi sono scaturiti dalla débâcle del Movimento 5 Stelle – ben sei milioni di voti in meno rispetto alle elezioni politiche di un anno fa – dovuta all’elettorato umorale, instabile e volubile, che ha pensato precipuamente al proprio orticello, senza proprio porsi il problema europeo, anche perché in massima parte incapace di concepirne le dinamiche. Parimenti, la confusione politica che da tempo si registra in Spagna ha favorito la logica del “divide et impera” di Pedro Sanchez, che manda a Bruxelles ben 20 deputati, rendendo meno dolorosa la sconfitta dei socialisti e complicando maledettamente la vita alle forze del cambiamento. Che dire? Come sempre, chi è causa del suo mal pianga sé stesso.

SCENARI FUTURI

Vi è poco da stare allegri. Il Parlamento europeo ha il compito di eleggere il nuovo presidente della Commissione, che dovrà prendere il posto dell’ubriacone  Jean-Claude Juncker. Molto probabilmente il prossimo presidente ci risparmierà le imbarazzanti scene di un uomo così importante che barcolla alla presenza dei grandi del mondo, mette le mani addosso  a tutti e riesce finanche a insidiare il primato di Berlusconi per i giochini stupidini durante importanti eventi. Nel momento in cui viene redatto questo articolo non si conosce ancora il nome del nuovo presidente. Sarà l’insipido e mediocre  bavarese Manfred Weber, sostenuto da una indomita Merkel, che negli ultimi tempi perde sistematicamente voti, riuscendo però sempre a mantenere la maggioranza relativa? L’uomo, manco a dirlo, ha la doppia faccia dei vecchi politici: il suo europeismo da maniera è poca cosa rispetto alla continuità con le vecchie logiche, che hanno consentito alla Germania di egemonizzare l’Europa grazie all’asse franco-tedesco, che ha dominato la scena politica continentale sin dai tempi del “Contratto dell’Eliseo” tra Konrad Adenauer e Charle de Gaulle, rafforzato nel gennaio 2019 con il “Trattato di Aquisgrana”, sottoscritto da Merkel e Macron. L’asse, però, scricchiola in virtù del progressivo indebolimento della Merkel.  Macron, dal suo canto, pur essendo anche lui in difficoltà, è un giocatore spregiudicato che non si lascia intimorire e si comporta come se fosse lui l’imperatore d’Europa. Per la Commissione europea  punta su Michel Barnier, meglio noto come “il cretino delle Alpi”. La Merkel potrebbe essere costretta a cedere, magari ottenendo come contropartita la nomina dell’attuale presidente della Bundesbank, Jens Weidman, al vertice della Banca centrale europea. Comunque vada a finire, per l’Europa si apprestano giorni cupi. Si dovrebbe iniziare a spiegare che il suffragio universale, in un mondo così difficile da comprendere, è una vera mannaia autolesionistica. Ma a chi lo diciamo?

Lino Lavorgna

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