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Miseria e nobiltà del sovranismo

“Ognuno deve rendersi conto che le diverse nazionalità hanno un futuro solo se si collocano in termini federali nell’ambito dell’Unione Europea. Senza Europa gli staterelli europei sono destinati a essere succubi di tutte le tendenze culturali, economiche e scientifiche che si determineranno nell’ambito dei sovranismi”. (Massimo Cacciari, Huffington Post, 7/9/2018).

Il concetto espresso dal celebre intellettuale si configura come una grossolana sciocchezza: inquadra il sovranismo come fenomeno negativo e conferisce all’Unione Europea, a onta della sconvolgente realtà sotto gli occhi di tutti, quella dignità che evidentemente non ha mai meritato. La citazione, tuttavia, merita la ribalta proprio perché, stravolgendolo, consente di definire correttamente il fenomeno, partendo dalla questione terminologica, come sempre fondamentale. Oggi tutti si riempiono la bocca con il termine “sovranismo”, parlandone a favore o contro: ma quanti sono coloro che ne conoscono la genesi, i presupposti e le prospettive? Il mantra più diffuso è quello che vede nel sovranismo la ribellione degli stati nazionali contro lo strapotere dell’Europa dei mercanti, ossia dell’Europa osannata da Cacciari e dai fautori di quella globalizzazione-globalizzazione i cui disastri sono stati magistralmente trattati nello scorso numero di CONFINI. La definizione può definirsi sostanzialmente corretta ma presenta due incongruenze: lascia trasparire il sovranismo come “rimedio” contro un male e la sua estensione concettuale, un po’ a causa di cattivi maestri con le idee confuse e un po’ a causa della pigrizia intellettuale che tende a banalizzare anche complesse problematiche, è più pericolosa del male che s’intende combattere, tendendo a generare un sentimento antieuropeista “tout-court”, che va ben oltre quello legittimamente tributato alle strutture comunitarie.

Incominciamo con il precisare, pertanto, che il sovranismo ha una genesi autonoma, non subordinata a qualsivoglia distonia sociale, e rappresenta un elemento essenziale per la democrazia: non può esservi democrazia se non all’interno di uno stato sovrano, quale che sia la sua forma, nazionale o federale. Per quanto possa apparire banale, è appena il caso di ricordare che l’importanza della “sovranità”, nel nostro paese, è addirittura sancita dal primo articolo della costituzione. E’ pur vero che uno stato sovrano possa abiurare la democrazia, come più volte accaduto, ma quest’anomalia non può certo mettere in discussione il principio. Risulta paradossale e grottesco, pertanto, il tentativo delle classi dominanti di spaventare l’opinione pubblica paventando rigurgiti fascisti e la minaccia della pace qualora i movimenti sovranisti dovessero prevalere. Lo scopo, in effetti, è quello di imporre il loro “sovranismo”, che di democratico non ha nulla. L’Unione Europea ha chiesto agli stati nazionali di cedere una quota di sovranità in cambio di maggiore benessere, sicurezza e pace, ma nella realtà dei fatti la si è trasferita alla Banca Centrale Europea e alle lobby finanziarie, che decidono della vita e della morte dei singoli paesi secondo quanto loro faccia più comodo: l’esempio della Grecia è ancora “caldo”. Le guerre non sono certo mancate dalla caduta del muro di Berlino a oggi e ognuno è in grado di percepire il proprio livello di (in)sicurezza. Balle colossali, quindi, facilmente smontabili. Ancora più paradossale è l’esempio degli Stati Uniti, globalisti all’esterno e ipersovranisti al loro interno. I nemici del “sovranismo”, di fatto, sono i fautori di un “sovranismo dittatoriale”, nefasto, che ribalta l’ossatura di una moderna democrazia: sono gli enti privati che possono intervenire nella gestione dello stato, infatti, e non viceversa, soprattutto in presenza di giochi sporchi, ossia sempre. In ossequio all’assioma “too big to fail” occorre addirittura turarsi il naso per salvare banchieri ladri o concessionari di servizi pubblici criminali, che aggiungono, in tal modo, alle ricchezze accumulate in modo fraudolento quelle ricavate dagli interventi pubblici. Premiati per le loro malefatte invece di essere sbattuti in galera.

La distinzione tra sovranismo buono e sovranismo dittatoriale o globalismo che dir si voglia, non si esaurisce, purtroppo, in quanto sopra esposto perché le differenziazioni sono ancora più complesse. Tra i critici del globalismo, infatti, vi sono sovranisti che guardano con simpatia, qualcuno in buona fede e altri con fini subdoli, a una sorta di neo keynesianismo che dovrebbe tutelare le classi deboli e “gli ultimi” dalla cinica protervia delle “classi dominanti”. (Le parole – è bene ribadirlo fino alla nausea – sono importanti e pertanto non associamo mai il termine “élite”, come spesso accade, a concetti ed elementi negativi). Anche questa formula è pericolosa, come ben dimostrano gli anni del dopoguerra in Italia, che hanno visto i partiti al potere depredare lo stato con ogni mezzo proprio grazie a formule di governo non tanto dissimili.

Dove andare a sbattere, quindi? Di sicuro, rebus sic standibus, andremo a sbattere contro un muro perché mancano le basi per un reale cambio di rotta. Oggi si naviga a vista, con limitatezza di vedute, senza adeguata preparazione e senza lungimiranza. Con questi presupposti i poteri forti hanno e avranno ancora facile gioco nel continuare a suonare impunemente la grancassa. Sono destinati a perdersi nel vento, pertanto, i suggerimenti che dovrebbero caratterizzare l’impegno comune di tutti i governanti europei: superamento “totale” dell’attuale Unione e realizzazione degli Stati Uniti d’Europa, che diventerebbero uno stato “federale e sovrano”, munito di poteri tali da risultare inattaccabile sia dalle altre potenze del pianeta sia dai poteri forti e malati, che oggi spadroneggiano grazie al controllo delle strutture comunitarie. Uno stato federale in grado di cancellare il concetto mostruoso di “competitività” tra paesi che rispettano i diritti civili e paesi che sfruttano i lavoratori, producendo a costi irrisori e mettendo in difficoltà i primi. Uno stato federale che, magari, in economia, rispolverasse i princìpi di un sano corporativismo, in modo da ridurre il surplus di utile per le aziende a beneficio dei dipendenti, coinvolgendoli nella ripartizione e creando i presupposti non solo per una società più giusta ma anche più salda: il maggiore equilibrio economico farebbe bene a tutti perché crescerebbero i consumi e si ridurrebbe lo “stress da povertà”, fonte di malattie e gravi disagi. Fantasie senza speranza di pratica attuazione? Ovviamente! Ma non stanchiamoci mai di riproporle, perché le altre strade saranno anche meno fantasiose, ma conducono tutte nello stesso posto: il baratro.

Lino Lavorgna

 

 

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