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C’era una volta la questione meridionale. C’è ancora

PAROLE: VERE, FALSE, SCIOCCHE.

“I governi italiani per avere i voti del Sud concessero i pieni poteri alla piccola borghesia, delinquente e putrefatta, spiantata, imbestialita, cacciatrice d’impieghi e di favori personali, ostile a qualunque iniziativa potesse condurre a una vita meno ignobile e più umana”. (Sergio Rizzo)

“Il Sud è stato privato delle sue istituzioni; fu privato delle sue industrie, della sua ricchezza, della capacità di reagire; della sua gente (con un’emigrazione indotta o forzata senza pari in Europa); infine, con un’operazione di lobotomia culturale, fu privato della consapevolezza di sé, della memoria”. (Pino Aprile)
“Il Sud è subordinato alla mafia e alla stessa idea che ha di sé. Una condizione che fa comodo al Nord peggiore e alla mafia”. (Pino Aprile)

“Il rilancio, alla grande, dei comportamenti “mafiosi” è avvenuto all’epoca e nel quadro dello sbarco degli eserciti alleati in Sicilia e nel Meridione, durante la fase finale della seconda guerra mondiale: quando i capi-mafia, già trapiantati oltreoceano, si offrirono come tramite prezioso, per facilitare infiltrazione degli invasori fra i traballanti difensori del fronte meridionale”. (Gianfranco Miglio)

“I vecchi governi hanno inventato, allo, scopo di non risolverla mai, la questione meridionale. Non esistono questioni settentrionali o meridionali. Esistono questioni nazionali” (Benito Mussolini)

“L’ambiente fisico del Mezzogiorno d’Italia costituisce, per ragioni geografiche e geologiche, il presupposto naturale di quel complesso di problemi economici e sociali sinteticamente indicati con l’espressione «questione meridionale». Fin da quando, sullo scorcio del secolo scorso, una serie di insigni meridionalisti, tra i quali emerge Giustino Fortunato, affrontò lo studio sulla «questione», venne dissolta la leggenda di un Mezzogiorno ricco e altamente produttivo, perché difatti, dietro le cortine ubertose della Terra di lavoro o della Conca d’oro, si succedono montagne aspre e dirute, terreni secchi e franosi, poggianti su di un sottosuolo povero di risorse naturali, energetiche o minerarie” (Felice Ippolito)

“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti”. (Antonio Gramsci; la frase è del 1920)

“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”. (Giuseppe Garibaldi)

“É vero che noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano dopo la conquista dell’unità e dell’indipendenza nazionale, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale, con la conseguenza di impoverire l’agricoltura, unica industria del Sud; è vero che abbiamo spostato molta ricchezza dal Sud al Nord con la vendita dell’asse ecclesiastico e del demanio e coi prestiti pubblici”. (Luigi Einaudi)

“Se dall’unità il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata: ha perduto la capitale, ha finito di essere il mercato del Mezzogiorno, è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone”. (Gaetano Salvemini)

“Dei Greci, i meridionali hanno preso il loro carattere di mitomani. E inventano favole sulla loro vita che in realtà è disadorna. A chi come me si occupa di dirne i mali e i bisogni, si fa l’accusa di rivelare le piaghe e le miserie, mentre il paesaggio, dicono, è così bello”. (Corrado Alvaro)

“Or, poiché si diceva che il Nord fosse meno ricco del Sud e si credeva che molto avesse sacrificato alle lotte della indipendenza e della unità, parve anche assai naturale che i meridionali pagassero il loro contributo. Così i debiti furono fusi incondizionatamente e il 1862 fu unificato il sistema tributario ch’era diversissimo. Furono venduti per centinaia di milioni i beni demaniali ed ecclesiastici del Mezzogiorno, e i meridionali, che aveano ricchezza monetaria, fornirono tutte le loro risorse al tesoro, comprando ciò che in fondo era loro; furon fatte grandi emissioni di rendita nella forma più vantaggiosa al Nord; e si spostò interamente l’asse della finanza. Gl’impieghi pubblici furono quasi invasi dagli abitanti di una sola zona. La partecipazione ai vantaggi delle spese dello Stato fu quasi tutta a vantaggio di coloro che avevano avuto la fortuna di nascere nella valle del Po”. (Francesco Saverio Nitti)

“Conoscendo i limiti del proprio diritto, e misurando su quei limiti, senza alcuno zelo servile, il loro dovere, le popolazioni meridionali vogliono soltanto quel che loro spetta come facenti parte della famiglia italiana, nella quale, con l’Unità, si sono illuse di entrare a parità di diritti, non avendone che lo sfruttamento e la degradazione. Tutto questo è stato reso possibile dal tradimento della classe politica che aveva in mano le sorti del Mezzogiorno. La borghesia terriera del Sud accettò lo sfruttamento perpetrato dal protezionismo industriale del Nord per avere, in cambio, qualche posticino nel branco delle maggioranze governative, il possesso indisturbato della terra e la continuità dell’oscurantismo. «In omaggio alla verità, nostra sola padrona, aggiungeremo che, al banchetto protezionista, se pur prendendo solo le briciole, parteciparono alcune aristocrazie operaie del Nord portate dalla dinamica di classe a realizzare migliori salari, anche se ottenuti con una maggiorata soffocazione economica delle popolazioni rurali del Sud. […] La Questione Meridionale è tutta la questione italiana. Se la piaga della degradazione non si chiude, la cancrena che potrebbe seguirne non minaccerebbe solo la distruzione della parte malata ma l’intero organismo nazionale. (Leonida Rèpaci)

“Per cause molteplici (unione di debiti, vendita dei beni pubblici, privilegi a società commerciali, emissioni di rendita) la ricchezza del Mezzogiorno, che poteva essere il nucleo della sua trasformazione economica, è trasmigrata subito al Nord. Le imposte gravi e la concentrazione delle spese dello Stato fuori dell’Italia meridionale, hanno continuato l’opera di male”. (Francesco Saverio Nitti)

“Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale”. (Giustino Fortunato)

Ho lottato anch’io contro l’idea fissa che esisteva nel mio Paese: che l’Italia fosse condannata a essere povera per mancanza di materie prime e di fonti energetiche. Queste fonti energetiche le ho individuate e le ho messe in valore e ne ho tratto delle materie prime. Ma, prima di far tutto questo, ho dovuto fare anch’io della decolonizzazione perché molti settori dell’economia italiana erano colonizzati, anzi, direi, che la stessa Italia meridionale era stata colonizzata dal Nord d’Italia! Il fatto coloniale non è solo politico: è anche, e soprattutto, economico. Esiste una condizione coloniale quando manca un minimo d’infrastruttura industriale per la trasformazione delle materie prime”. (Enrico Mattei)

“I meridionali hanno spesso qualità dissociali o antisociali: poco spirito di unione e di solidarietà, tendenza a ingrandire le cose o addirittura a celarle, per amore di falsa grandezza; per poco spirito di verità. [… ] Manca lo spirito del lavoro nelle classi medie; manca la educazione industriale. Si sopporta che l’amministrazione e la politica siano spesso nelle mani di persone indegne, pure di averne piccoli vantaggi individuali. [… ] Manca spesso la buona fede commerciale; manca più spesso ancora l’interesse di ogni cosa pubblica”. (Francesco Saverio Nitti)

“Salerno è diversa da Napoli, nell’apparenza e nello spirito. Qui veramente cadono molti luoghi comuni sull’Italia meridionale. L’aspetto è infatti quasi settentrionale, e la pulizia quasi svizzera. I discorsi sono secchi, brevi, propri di persone attive. [… ] Coloro che conoscono la vita salernitana nell’intimo mi dicono ch’essa è un miscuglio, tipico dell’Italia meridionale in questa fase di passaggio, e nei luoghi di punta, di usanze ancora patriarcali e di modernismi talvolta anche strani ed eccessivi. [… ] Osservando bene Salerno, si ha dunque l’impressione di un centro abbastanza tipico della fase di trasformazione dell’Italia meridionale. L’industrializzazione e il benessere sono in progresso, anche se le antiche passività gravino ancora fortemente”. (Guido Piovene)

“Scordatevi la possibilità di avere nel Sud partiti puliti e lustri se la realtà meridionale, per tante parti, resta quella che è. Anche se una certa, diffusa mentalità legalistico-formalistica porta tanti a non comprenderlo, una nuova «regola», quale che essa sia, per esempio in materia di composizione delle liste, se cade in un ambiente con essa incompatibile, verrà necessariamente aggirata o stravolta. Passata l’emergenza, tutto ricomincerà più o meno come prima”. (Angelo Panebianco)

“Ricordo che un giorno, a Teano, mentre con un italiano si stava contemplando il superbo panorama, feci qualche osservazione sul fatto che tutte le rovine romane sono situate nelle fertili piane della valle, mentre i castelli medioevali sono appollaiati sulle nude colline. – Già, – commentò il mio compagno, – all’età delle aquile era successa quella degli avvoltoi –. Era un’ottima sintesi; e dello stato di anarchia e di violenza seguito alla caduta di Roma imperiale il rifugio per il bestiame nella valle del Sabato era un’eloquente testimonianza”. (Leonard Woolley)

“L’Italia meridionale entrò disgraziatamente a far parte del nuovo Regno in condizioni assai diverse da quelle che il Nitti lascia credere. Essa viveva di una economia primitiva, in cui quasi non esisteva la divisione del lavoro, e gli scambi erano ridotti al minimo: si lavorava più spesso per il proprio sostentamento, anziché per produrre valori di scambio e procurarsi, con la vendita di prodotti, quello di cui si aveva bisogno”. (Giustino Fortunato)

“L’Italia meridionale ha poca ricchezza e poca educazione industriale: pure lo Stato quando ha speso per essa, ha speso più per mantenere il parassitismo, che per combatterlo. Invece è l’educazione industriale che bisogna formare”. (Francesco Saverio Nitti)

“Nei climi meridionali sotto un cielo come questo di Napoli che invita così potentemente alla pigrizia ed a quel dolce far niente di che ci han fatto una colpa gli stranieri, il vagabondaggio è così esteso che noi disperiamo che possa il governo giungere ad estirparlo del tutto in un paese come il nostro dove si vive così a buon mercato. Dove con dieci centesimi di maccheroni, dove con cinque centesimi di pane ed altrettanti di frutte un uomo ha messo a poco a poco il suo pranzo, non sappiamo come si possa sentire la suprema necessità e l’obbligo del lavoro”. (Francesco Mastriani)

“Questa è la negazione di Dio eretta a sistema di governo”. (William Ewart Gladstone, riferendosi ai Borbone di Napoli)

“Per secoli Napoli, capitale del regno, è stata una metropoli che lo stato borbonico riusciva a governare solo grazie alla camorra”. (Giorgio Bocca)

“Nessun uomo ha colpe o meriti per dove nasce, ma solo colpe o meriti per come vive”. (Lino Lavorgna)

APPROCCIO METODOLOGICO

Diciamolo subito e a chiare lettere: non è ancora giunto il momento per affrontare le tematiche del Mezzogiorno d’Italia con formule che possano assumere una reale connotazione storiografica, essendo viva, vegeta e in costante evoluzione (o involuzione) quella che per comoda convenzione chiamiamo “questione meridionale”. È senz’altro un paradosso, visto che sono trascorsi quasi 160 anni da quando Franceschiello salutò Napoli per trasferirsi a Parigi, dove visse modestamente essendogli stati confiscati tutti i beni dal Governo italiano. Di paradossi, tuttavia, è piena la storia del mondo e di sicuro abbondano in quella italiana. Non si contano i saggi importanti, gli scritti minori e i reportage giornalistici dedicati all’Italia del Sud con lo scopo di svelarne gli aspetti più reconditi, a volte con marcata supponenza escatologica, senza per altro mai riuscire a inquadrare il fenomeno in una dimensione che esulasse dalla partigianeria. I pensieri sopra riportati, seppure espressione di una piccolissima parte delle tante voci contraddittorie che si sono contrapposte nel corso dei decenni, sono comunque eloquenti e lasciano ben trasparire come le varie tesi risultino fortemente condizionate dal ruolo ricoperto, rifuggendo gli autori da qualsivoglia presupposto di obiettività.

Non ho la presunzione, con questo articolo, di compiere alcun consistente passo in avanti, cosa comunque impossibile in un contesto giornalistico, e l’unico scopo che mi prefiggo è offrire una diversa chiave di lettura rispetto a quella più sfruttata, protesa a portare alla ribalta solo le luci “o” le ombre  degli uni e degli altri e non, come sarebbe giusto, le luci “e” le ombre. Va da sé che il tutto è esposto con la necessaria sintesi imposta dallo spazio a disposizione e pertanto “le pennellate larghe” su fatti che meriterebbero, ciascuno per proprio conto, una lunga disamina, sono da considerare esclusivamente delle linee guida a disposizione di chi abbia la voglia di personali approfondimenti, tenendo ben presente, allorquando ci si dovesse immergere nell’intricata matassa, l’insegnamento di colui che quelle ancora più complicate ha districato con sorprendente maestria: “Gli uomini hanno, come gli alberi, il loro lato esposto al vento e, come le montagne, la loro parete Sud. Dobbiamo solo cercare l’accesso ai pendii dei loro vigneti, alle miniere dei loro tesori. Allora daranno l’oro e il vino là dove nessuno se l’aspettava. Gli uomini sono testi geroglifici, tanti però incontrano il loro Champollion. Diventeranno leggibili, diventeranno avvincenti, se la chiave sarà accordata con amore” (1). La metodologia utilizzata, scherzosamente denominata “corsie autostradali”, è quella che ho sviluppato gradualmente, nel corso degli anni, per lenire i mal di testa che scaturivano da letture poco chiare o palesemente fagocitanti. Immaginiamo tante corsie autostradali parallele, in ciascuna delle quali “viaggino” solo le problematiche afferenti a una singola categoria, qui trattate – ripeto – sinteticamente. Il risultato finale scaturisce dall’intreccio di tutte queste corsie e dalla miscelazione delle varie problematiche. L’articolo, pertanto, può solo configurarsi come una sorta di “introduzione” a un lavoro più composito e complesso, da sviluppare con la mente scevra di pregiudizi e odio recondito, che non portano da nessuna parte e servono solo a dare una visione distorta della realtà.

UN PO’ DI STORIA

Trascrivo un brano dell’articolo pubblicato nel numero 69 di “CONFINI” (novembre 2018) dedicato alla voglia di riscatto del Paese.

“Nel Mezzogiorno d’Italia si pagano ancora oggi gli effetti nefasti di cinque colonialismi: quello Bizantino, che lo depredò di ogni possibile risorsa, non promosse alcuna attività, represse quelle floride già in essere e lasciò quel lascito genetico “levantino”, sulle cui caratteristiche è inutile soffermarsi perché già il termine le ingloba tutte; quello Angioino, non meno terribile del precedente; quello Aragonese e quello Spagnolo, che somma tutti gli elementi nefasti dei precedenti, amplificandoli (malcostume, malapolitica, gestione improvvida del potere, inefficienza, inettitudine, propensione truffaldina e criminale: in sintesi tutte quelle peculiarità che sono ancora ben radicate in larghi strati sociali del Sud); gli Arabi, dal canto loro, è pur vero che hanno lasciato tracce tangibili della loro presenza sotto il profilo culturale, scientifico e sociale, ma si esagera in tali riconoscimenti, specialmente quando si scrive, per esempio, che “tenevano molto alle buone maniere e il comportamento a tavola era ineccepibile: mangiavano a piccoli bocconi, masticavano bene, non mangiavano aglio e cipolla, non si leccavano le dita e non usavano gli stuzzicadenti. Il gentiluomo musulmano si lavava ogni giorno, si profumava con acqua di rose, si depilava le ascelle e si truccava gli occhi. Per la strada ogni tanto si fermava davanti ai numerosi portatori di specchi per controllare e accomodare la propria acconciatura. Si vestiva con eleganza e non indossava pantaloni rattoppati”. Non si capisce, infatti, perché siffatti gentiluomini si dedicassero “anche”, con immenso piacere, a continue scorribande nei territori occupati e in quelli limitrofi, per trucidare gli abitanti d’interi villaggi e rapire le donne che, dopo l’inevitabile stupro, erano costrette a soggiacere ai loro piaceri in compagnia delle altre concubine. […]Ostrogoti, Longobardi, Normanni, Svevi, viceversa, sono stati protagonisti di quello sviluppo economico e sociale, del quale fu beneficiario non solo il Mezzogiorno ma l’intero Paese. Il confronto tra buono e cattivo sangue, tuttavia, nel corso dei secoli ha visto via via affermarsi, in modo preponderante, i soggetti più biechi e negativi”.

Questa sintesi basterebbe, da sola, a spiegare tante cose del passato e a fungere da monito per quelle future. Cosa molto difficile, però, fin quando non si avrà il coraggio di cancellare con un colpo di spugna il tanto di marcio che emerge in scritti considerati pietre miliari della storiografia (tipo “La storia del reame di Napoli” di Benedetto Croce e di quasi tutti gli esegeti del Risorgimento, per esempio) e “bonificare” opere senz’altro pregevoli, ma condizionate da presupposti apologetici di segno opposto (le opere di Giacinto de Sivo e di molti saggisti filo-borbonici). Un discorso a parte meriterebbero Vincenzo Cuoco (la voce critica della rivoluzione) e Pietro Colletta (il “general somaro”, come icasticamente fu definito dal visionario e sanguigno Principe di Canosa (2), figura meno nota del panorama intellettuale meridionale, la cui anacronistica concezione della vita pubblica gli procurò non pochi guai, offuscando le pur valide intuizioni che erano sfuggite a storici più affermati, in particolare quelle relative alla forte incidenza delle sette oscure nel determinare il corso degli eventi). Le opere di Cuoco e Colletta, seppure condizionate dalle vicende personali, sono importantissime per assimilare quelle sfumature che consentono di meglio contestualizzare le vicende narrate, purché affrontate con solide basi cognitive, necessarie per separare il grano da una consistente parte di loglio.

PRIMA CORSIA: INFLUENZE STRANIERE

Uno dei principali errori che condiziona l’analisi storiografica del Mezzogiorno d’Italia è la scarsa attenzione tributata alla massiccia influenza delle potenze europee. Sviluppando, tra l’altro in modo caotico, le tematiche e le azioni che vedono come protagonisti esclusivamente i nostri connazionali, si perde di vista un elemento di fondamentale importanza, se non il principale, dal momento che Francia, Inghilterra e Austria, intervenendo incisivamente nei fatti di casa nostra avevano un unico scopo: difendere i propri interessi.

Nel Congresso di Utrecht del 1713 l’Inghilterra impose che ai Savoia fosse concesso il possesso della Sicilia, poi scambiato con quello della Sardegna, per rafforzare uno stato in grado di fronteggiare l’eventuale espansione della Francia in Italia. Contestualmente flirtava con gli Asburgo, favorendone l’espansione in Italia, per ostacolare i Borbone, che governavano in Spagna e Francia. La guerra dei sette anni, dal 1756 al 1763, che anticipò concetti importanti quali “guerra mondiale” (di fatto fu la prima vera guerra mondiale) e “politica dei giri di valzer”, (espressione coniata dal cancelliere Bülow nel 1902, quando l’Italia, sotto la spinta delle agitazioni irredentistiche, iniziò a danzare al di fuori della Triplice Alleanza, in cerca di garanzie che né Austria né Germania potevano assicurarle) grazie allo spregiudicato rovesciamento delle alleanze, non vide direttamente coinvolta l’Italia ma i suoi effetti si fecero sentire lo stesso perché l’Inghilterra, dopo averle suonate alla Spagna a Cuba, per contrastare il riavvicinamento franco-austriaco, le promise aiuto nel riprendere il possesso delle province italiane passate all’Austria, in cambio di un’alleanza strategica.

Le guerre napoleoniche determinarono altre ingerenze inglesi, che sostennero contestualmente l’Austria e i Borbone di Napoli, avendo bisogno dei porti meridionali per la sua flotta. “L’amore” filoborbonico, però, cessò subito dopo la caduta di Napoleone, trovando gli inglesi più consoni ai propri interessi l’ingrandimento del Piemonte in chiave anti francese e il consolidamento dell’Austria in Italia.  

I francesi, a loro volta, non sparsero lacrime amare per l’ingrandimento del Piemonte, che assorbendo la repubblica di Genova aveva tolto un importante punto di appoggio per l’esercito: pragmaticamente considerarono che il Regno di Sardegna potenziato sarebbe stato un formidabile baluardo contro le mire espansionistiche dell’Austria verso le Alpi Occidentali.

In buona sostanza, dopo il Congresso di Vienna, in Italia le potenze straniere ballavano secondo i reciproci interessi: Francia e Austria si fronteggiavano aspramente per dominarla; l’Inghilterra, in chiave anti-francese, sosteneva l’Austria, aiutandola a reprimere sia i moti rivoluzionari che scoppiarono nel 1821 a Palermo, a Napoli, in Piemonte, sia quelli del 1831 nei Ducati e nello Stato Pontificio, che videro gli insorti italiani restare con un palmo di naso quando si resero conto che l’iniziale entusiasmo scaturito dalle promesse di aiuto profferite da Napoleone Luigi Bonaparte e da suo fratello Carlo Luigi, il futuro Napoleone III, non ebbero partica attuazione per volontà del re Luigi Filippo, che dimostrò sempre una chiara vocazione conservatrice e quindi ostile a ogni possibile alterazione dello spirito monarchico.

SECONDA CORSIA: STATI E STATERELLI DEL CENTRO-NORD

Al di là dei patetici e vergognosi tentativi esperiti da molti storici per conferire alla storia italiana pre-unitaria una “dignità riformatrice” in linea con le evoluzioni che si registravano in tutta Europa, la realtà è ben diversa. Inerzia, baruffe locali, dispotismi di cinici signorotti arricchiti, beghe da bottega e soprattutto la marcata insensibilità degli agiati nei confronti di chi versava in condizioni miserrime, costituivano la regola e non l’eccezione. Nella repubblica di Venezia il clero si oppose fortemente alle riforme scolastiche e al potenziamento delle università, ritenendo che un popolo ignorante fosse più facile da gestire. Le quarantadue famiglie che detenevano il potere difesero con ogni mezzo i propri privilegi e repressero ferocemente i tentativi di restituire al “Maggior Consiglio”, ossia all’intero corpo aristocratico, quell’autorità che aveva gradualmente perduto. Per quanto concerne lo Stato sabaudo, anche i mistificatori più abili hanno difficoltà a reperire elementi che consentano di trasformare il forte spirito di conservazione in un sia pur labile presupposto d’innovazione, soprattutto per il periodo1730-1796, che vide alternarsi sul trono Carlo Emanuele III e Vittorio Amedeo III. Carlo Emanuele, soprattutto, deve la sua fama esclusivamente all’inganno con il quale attirò nel regno Pietro Giannone, per poi arrestarlo e imprigionarlo (3). Nella repubblica di Genova il più importante elemento “riformatore” fu rappresentato dal divieto dei testamenti a favore della Chiesa. Anche sullo Stato Pontificio non val la pena sprecare troppo spazio, se non per ribadire i problemi legati a un’azione governativa lenta, contraddittoria, lacunosa, fonte d’immani problemi per i meno abbienti e i contadini, costretti alla fame dalla pervicace volontà di ostacolare ogni cambiamento, ivi compresi quelli più agognati: revisione dei dazi interni, liberalizzazione del commercio dei grani, nuove tariffe doganali, bonifica delle paludi pontine. Alla luce di una realtà tanto nefasta, che condizionava la vita di milioni di persone, gli storici hanno avuto facile gioco nell’esaltare i modesti risultati innovatori che si ebbero nei ducati di Modena e Parma, soprattutto in chiave di limitazione dell’ingerenza ecclesiastica, che di certo non migliorarono più di tanto la qualità della vita. Qualcosa di più consistente, almeno nei propositi, avvenne nel Granducato di Toscana, in campo sociale, amministrativo e giuridico. I contadini, in particolare, beneficiarono della riforma agraria favorita da Pietro Leopoldo, che consisteva nel “dare la terra a chi lavora” grazie alle “allivellazioni”, ossia la concessione dei terreni in affitto perpetuo, con possibilità di riscatto, sottraendoli al patrimonio fondiario pubblico e privato, al clero. I buoni propositi, però, e gli effettivi benefici che da essi scaturirono, durarono molto poco. I funzionari incaricati delle cessioni erano legati (o per meglio dire: asserviti) ai ceti benestanti interessati ad approfittare della riforma per impossessarsi delle terre. Traffici illeciti e canoni annuali non sempre alla portata dei braccianti e dei mezzadri favorirono una tipica speculazione all’italiana, consentendo un ulteriore arricchimento degli aristocratici e dei borghesi, che s’impossessarono della maggior parte delle terre messe all’asta.

 TERZA CORSIA: IL REGNO DELLE DUE SICILIE

Per amor di sintesi glissiamo sull’esposizione di concetti arcinoti, soprattutto ai colti lettori di “CONFINI”, connessi alla inconfutabile “superiorità” del Regno sul resto d’Italia, in ogni campo (politico, amministrativo, giuridico, sociale, artistico, culturale…) soffermandoci precipuamente sulle cause che, nonostante le condizioni favorevoli, ne determinarono l’implosione. Qui è sufficiente ricordare che Carlo di Borbone trovò una società profondamente lacerata, vessata da quasi due secoli di dominazione spagnola caratterizzati dal mal governo, dallo sfruttamento, da continue tensioni sociali e dalla protervia dei baroni che del malgoverno si resero complici. Le profonde trasformazioni sociali avviate da Carlo III consentirono un graduale e consistente miglioramento della qualità della vita. Il ministro Tanucci, un toscano di grande ingegno che assunse la carica di ministro della Giustizia e degli Esteri, cesellò la volontà riformatrice di Carlo III, attaccando drasticamente le prerogative feudali, nel rispetto del principio: “Un re, un popolo e niun potere intermedio”. Il presupposto, sia pure con alterne fortune, fu perpetuato anche dai successori di Carlo III ed essendo impossibile (oltre che inutile, come anticipato) esporre compiutamente le vicende del regno fino alla sua caduta, soffermiamoci su di esso inquadrandolo in un’ottica che lo vede come principale elemento non solo della “ripresa” ma anche della successiva “crisi”.  Per avere delle risposte occorre porsi delle domande ed esse devono essere “chiare e dure”. Come è stato possibile che un pugno di garibaldini, mal armati, riuscisse ad avere la meglio su uno degli eserciti più forti d’Europa? Perché i siciliani prima e i napoletani dopo acclamarono Garibaldi? Perché una imponente flotta, che avrebbe potuto da sola cambiare le sorti dell’invasione, non intervenne in modo adeguato nella difesa del regno? Perché nove milioni di sudditi, che avevano acclamato e sostenuto la dinastia in ogni circostanza, mandando alla forca i rivoluzionari giacobini (4) che si esposero al rischio mortale proprio per migliorare le condizioni di vita del popolo, voltarono le spalle votandosi anima e corpo ai nuovi dominatori, salvo poi pentirsene quando si resero conto dell’arduo prezzo da pagare? Senza dilungarci in una complessa disamina e mantenendo, quindi, il presupposto “introduttivo” dell’articolo, basti dire che il pensiero del Tanucci (nessun potere intermedio), se poteva considerarsi valido nella società del XVIII secolo, appariva oltremodo anacronistico nel XIX, dal momento che le nuove classi sociali spingevano per una più consistente condivisione dei poteri. Re Bomba (Ferdinando II) proprio non volle accettare l’idea che i tempi fossero cambiati e lo scrisse chiaramente a suo cugino Luigi Filippo, re di Francia, replicando all’invito di considerare il particolare momento di transizione e a “cedere qualcosa per non vedersi strappare tutto”. La mancanza di lungimiranza e la cecità nel capire il proprio tempo traspaiono evidenti nella risposta: “La Libertà è fatale alla famiglia dei Borboni […] il mio popolo obbedisce alla forza e si curva… il mio popolo non ha bisogno di pensare: m’incarico io del suo benessere e della sua dignità. Noi non siamo di questo secolo. I Borboni sono vecchi, e se volessero calcarsi sul modello delle dinastie nuove, sarebbero ridicoli. Noi faremo come gli Asburgo. Ci tradisca pure la fortuna, ma non ci tradiremo da noi”. Per il resto fanno aggio la natura umana e il retaggio ancestrale di quella parte di popolo che non ha scrupoli nel vendersi al migliore offerente. Molto altro vi sarebbe da dire, ovviamente, ma di più non si può.

AUTONOMIA E RISCATTO

Autonomia è una bella parola, ma affinché possa avere senso compiuto deve necessariamente essere accompagnata da un altro termine. Se balla da sola, non significa nulla. Abbiamo, pertanto, l’autonomia giuridica, economica, patrimoniale, politica e finanche un’autonomia etica, che secondo la visione di Rousseau coincide con la libertà, perché si è veramente liberi soltanto quando si obbedisce alle leggi che ci si è dati, seguendo la ragione e rifuggendo dalla schiavitù delle passioni. Estendendo il concetto nella sfera politica, il pensatore ginevrino teorizza una democrazia nella quale il popolo sia sovrano e suddito: sovrano perché prende parte, direttamente e collettivamente, alla stesura delle leggi; suddito perché a esse, poi, obbedisce. Il concetto di autonomia, quindi, sublima quello di libertà e mette in discussione il sistema rappresentativo, che prevede la distinzione tra governanti e governati. Quando i governati non obbediscono alla propria volontà ma solo a quella dei deputati, non sono più liberi, non sono più autonomi. Kant li definirà “eteronimi”, ossia soggetti che ricevono le leggi da altri soggetti. “L’autonomia della volontà – scrive Kant nella Critica della ragion pratica – è lunico principio di tutte le leggi morali e dei corrispondenti doveri; al contrario, ogni eteronomia del libero arbitrio, non solo non fonda alcun obbligo, ma è invece contraria al principio dell’obbligo e alla moralità della volontà”. La moralità consiste nella capacità della volontà, che è libera, di seguire la legge dettata dalla ragione (intesa come facoltà dell’incondizionato, dell’assoluto), sottraendosi ai condizionamenti della legge naturale (la sfera sensibile, con i suoi impulsi, i suoi interessi, le sue passioni) o a quelli di una legge di tipo superiore ma esterna (la legge divina). Nel primo caso la volontà sarebbe mossa dalla ricerca di un vantaggio, nel secondo dal timore di una pena: in entrambe le circostanze sarebbe dunque eteronoma e non autonoma. Ma l’azione è morale soltanto quando, lottando contro l’inclinazione al proprio vantaggio, obbedisce a quella legge universale che la ragione indica a ciascuno in modo assoluto e perentorio e che ogni uomo, nel suo intimo, conosce da sempre.

Ne consegue che una vera autonomia, in senso lato, presuppone una straordinaria capacità da parte di chi ne fosse beneficiario: concepire la felicità degli altri (il bene comune) come valore primario. Scrive ancora Kant: “Si raggiunge proprio l’opposto del principio della moralità se si assume quale motivo determinante della volontà il principio della propria felicità”.

Usciamo dalla speculazione filosofica, che a questo punto richiederebbe anche l’esposizione delle “più alte tesi” nicciane, che destrutturano in toto la morale kantiana, affondando esse le radici nella vera natura umana, e fermiamoci alla comoda visione che più agevolmente consente di spiegare le dinamiche dell’uomo comune, soprattutto di quello inserito nell’attuale contesto epocale.

Per farla breve: non è possibile una vera autonomia, in qualsivoglia contesto, senza una marcata propensione a non approfittare di essa per i propri vantaggi personali. Le regioni a statuto ordinario, come noto, già previste dalla Costituzione, ebbero pratica attuazione solo dal 1970. I risultati del decentramento sono sotto gli occhi di tutti e non vi è alcun bisogno di ribadirli. A prescindere dalla distinzione tra regioni virtuose e non, che pure ha la sua importanza, in tutte le regioni si sono registrate quelle distonie tipiche della “malapolitica” che hanno determinato l’illecito arricchimento di politici e maneggioni. La sanità è stata distrutta e il fenomeno di depauperamento ha visto “primeggiare” le regioni del Sud. Non vi è spazio per una cronologia degli sprechi e delle infiltrazioni malavitose e pertanto citiamo esclusivamente il paradosso siciliano, con i suoi trentamila forestali, per un territorio di poco meno di 26mila chilometri quadrati, a fronte dei 4200 presenti in Canada, che di chilometri quadrati ne conta quasi dieci milioni.

L’agognata maggiore autonomia, ovunque concessa, non farebbe altro che peggiorare le già disastrose condizioni del popolo italiano. Limitandoci a una mera riforma dello Stato, la strada da seguire è quella di “un sano federalismo” che riduca la possibilità di depredarne le casse, propensione diffusa e difficile da sradicare. Cinque macroregioni, rette da un “governatore” democraticamente eletto, possono rappresentare l’ossatura di uno stato federale, che preveda anche l’elezione diretta del Presidente, con funzioni di Capo dell’Esecutivo. L’abolizione del Senato e delle amministrazioni provinciali consentirebbe risparmio economico e contribuirebbe a ridurre il numero di parassiti che vivono di “politica”. Per una più efficace saldatura delle realtà locali con le macro regioni di appartenenza e il potere centrale, il ruolo e l’importanza delle amministrazioni comunali dovrebbe crescere sensibilmente. Un radicale riassetto federale dei comuni, pertanto, sarebbe una logica conseguenza della succitata riforma. Non avrebbero più senso i piccoli comuni, spesso espressione di una classe politica d’infima qualità, quando non asservita parzialmente o in toto alle organizzazioni criminali, e si dovrebbe creare un accorpamento che preveda comuni con una popolazione non inferiore ai 15-20mila abitanti. Ciò consentirebbe una naturale elevazione della qualità della classica politica, che raggiungerebbe livelli ancora più marcati se si riuscisse ad abolire l’abominio delle liste civiche e fosse consentita la competizione ai soli partiti presenti nel parlamento nazionale.

Con la succitata riforma potremmo davvero “iniziare a respirare”, conferendo al paese, e quindi anche al Sud, gli strumenti per una radicale ripresa in tutti i campi.  In quanto al “riscatto del Sud”, di cui tanti parlano, è bene ricordare che i guai e le sciagure sono dipesi e dipendono esclusivamente da chi nel Sud ha vissuto e vive e pertanto è molto più opportuno parlare di un nuovo processo educativo, che consenta di conquistare, con fatti concreti, rispetto e credibilità.  Ma è inutile farci illusioni: il processo è lungo e laborioso e non basterà una pur valida riforma amministrativa dello Stato a favorirlo. Sic est, che ci piaccia o no. 

NOTE

  • Ernst Jünger – La capanna nella vigna. Gli anni dell’occupazione, 1945-1948. Guanda Editore, 2009.
  • Per Canosa i veri sovversivi non erano coloro che agivano allo scoperto, sostenitori in buona fede delle proprie idee, ma coloro che agivano nell’ombra, magari con ruoli importanti nelle corti reali e nel governo, pronti a tramare e a tradire per tornaconto personale e capaci di restare sempre a galla, a differenza di chi, professando apertamente le proprie idee, ne paga il prezzo quando esse contrastino con chi conquisti il potere.
  • Pietro Giannone, nella sua opera “Istoria Civile del Regno d’Italia” (1723), affrontò il problema del temporalismo pontificio, considerato anche causa primaria del degrado civile del Regno di Napoli sotto il dominio austriaco. L’opera gli costò l’ostracismo della Chiesa e fu costretto a trasferirsi a Vienna, per chiedere protezione alla corte asburgica. La sua opera ottenne vasta eco in tutta Europa ma ogni suo tentativo di ritornare a Napoli fu ostacolato dalla Chiesa e quindi soggiornò a lungo in molte città, prima di cadere vittima della trappola tesagli dal marchese d’Ormea, Gran Cancelliere dello Stato sabaudo, con la complicità di un doganiere che si guadagnò la simpatia di Giovanni, figlio del Giannone, quando i due abitavano a Ginevra. Il doganiere li invitò ad assistere alla messa della domenica delle Palme nella chiesa di Vésenaz, piccolo centro savoiardo sulla linea di confine, di fronte a Ginevra, offrendosi di ospitarli nella sua casa. Accettato l’invito, nella notte del 24 marzo 1736 i due furono arrestati e condotti a Chambéry, per poi esseri trasferiti nella fortezza di Miolans.
  • Gli eventi connessi alla Repubblica Napoletana del 1799 saranno compiutamente trattati in un prossimo numero di CONFINI.

Lino Lavorgna

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