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L’insostenibile leggerezza dell’essere

INCIPIT

Mi perdoni Milan Kundera se gli rubo il titolo del suo più celebre romanzo, ma è impossibile trovarne uno più bello e appropriato per il tema del mese, che rimanda anche a un altro grande scrittore, J.R.R. Tolkien, capace di rappresentare l’essere umano in tutte le sue manifestazioni, nel bene e nel male, ivi comprese le infinite sfumature intermedie. La storia dell’umanità, a leggerla attentamente, si può assimilare a un’opera letteraria o teatrale nella quale la realtà prenda il posto della fantasia. Una infinita fiction che vede l’alternanza degli attori, generazione dopo generazione, senza che la storia cambi. E la storia è molto triste, perché da sempre la maggioranza degli esseri umani è succuba di minoranze spietate. Una spietatezza che talvolta ha raggiunto disumani livelli di ferocia, soprattutto durante i terribili sconvolgimenti epocali, senza che le vittime abbiano mai tratto utili insegnamenti per favorire una radicale inversione di tendenza. Nulla lascia presagire, almeno per ora, che la storia possa cambiare prima che il sole, tra circa tre miliardi di anni, iniziando il suo lunghissimo canto del cigno, trasformerà in torce umane gli ultimi indegni occupanti del Pianeta, sempre che non avessero già provveduto da soli ad estinguersi, con largo anticipo.

 PROLOGO

“Speravo che mio figlio si avviasse a diventare un uomo d’affari intelligente e astuto e che non fosse tanto sciocco da lasciarsi distrarre dal proprio dovere dalle declamazioni di tutti coloro che fanno discorsi magniloquenti. Ad arruolarsi sono soltanto gli sciocchi. Nell’esercito non si può imparare niente di utile. Qui, a Pittsburg, non c’è nessun onore a partire. Tutti rimangono a casa, se gli è possibile, e si parte solo se non si può fare diversamente. Chi può pagare dei sostituti lo fa, senza per questo screditarsi. Capirai col tempo che un uomo può essere un ottimo patriota senza rischiare la vita o sacrificare la salute. Ci sono tantissime vite meno preziose della tua ed altrettante persone pronte a servire per amore del servizio”.

(Lettera di Thomas Alexander Mellon, cinico imprenditore, discutibile giudice, losco avvocato, patriarca di una potente famiglia e fondatore della Mellon Bank, scritta al figlio Thomas Alexander Jr. per indurlo a desistere dai propositi di arruolarsi nell’esercito nordista durante la guerra di secessione, dai capitalisti sfruttata spudoratamente per arricchirsi. Il riferimento ai “sostituti” riguarda la possibilità, per i coscritti, di farsi sostituire da volontari, che ovviamente ricevevano un compenso. I poveri emigrati furono tra i maggiori fruitori di questa opportunità, accettata solo per assicurare un sostegno economico alle famiglie e con la consapevolezza che in tanti non avrebbero fatto ritorno a casa).

I FATTI CHE PARLANO. AL VENTO

La lettera di uno dei tanti re della finanza, che negli USA fondarono i rispettivi imperi economici massacrando i nativi e sfruttando gli emigrati, è emblematica dello scontro titanico tra le principali componenti dell’essere: idealismo e pragmatismo. In ogni epoca vi sono stati uomini brillanti, disposti a sacrificare la vita per il bene comune; parimenti non sono mai mancati coloro disposti a tutto pur di trarre il massimo vantaggio da guerre, carestie, pandemie. Filosofi, letterati e scienziati da sempre si affannano a suggerire le soluzioni per un mondo ideale: “Sorge nell’alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte […] dentro vi sono tutte l’arti, e l’inventori loro, e li diversi modi, come s’usano in diverse regioni del mondo. Nel di fuori vi son tutti l’inventori delle leggi e delle scienze e dell’armi”. Tommaso Campanella così sognava, quattro secoli orsono, reiterando buona parte di quanto già sancito da Platone, ben diciannove secoli prima. I tanti vagheggiati progetti per un mondo migliore continuano a essere oggetto di studio (severo e non) nelle aule dei licei e delle università umanistiche, senza però produrre effetti concreti sul comportamento umano, che addirittura sembra scivolare verso forme regressive, in un processo che è inversamente proporzionale al vertiginoso progresso tecnologico, frutto della genialità di minoranze eccelse.

La pandemia in atto ha favorito l’ennesimo ampio dibattito sulla possibile catartica palingenesi e sono tanti coloro che si affannano a pronunciare, con enfasi reboante e ridicolo tono convinto, una frase che non si configura nemmeno come mera speranza: “Il mondo dopo la pandemia non sarà più lo stesso”, lasciando sottendere che finalmente si stia imparando qualcosa per migliorarlo. Con una cecità mentale che sgomenta, non si rendono conto di essere smentiti in tempo reale dalla cronaca quotidiana: nonostante la pandemia continui a mietere vittime e non si sappia quando sarà disponibile un vaccino efficace, la maggioranza del genere umano ha rimosso il problema dalla propria mente, comportandosi con quella irrazionalità che si può definire un’insostenibile leggerezza dell’essere e richiama tanto la visione parmenidea tra il non essere e l’essere quanto l’idea nietzschiana dell’eterno ritorno di tutte le cose, indipendentemente da ciò che accada, fino a banalizzarsi nella più elementare visione vichiana dei corsi e ricorsi. Criminali e speculatori si comportano come sempre, considerando le disgrazie manna dal cielo, alla pari dei politici, pronti a scarificare vite umane pur di correre dietro ai desideri insulsi delle masse amorfe e incapaci di discernere il grano dal loglio, salvo scaricarsi vicendevolmente addosso le reciproche colpe quando avvertono i fendenti della zappa sui piedi. Niente di nuovo sotto il sole.

L’ETERNO CRUCCIO DEGLI UOMINI SENZA QUALITÀ.

Quante volte l’ho scritto, negli ultimi cinquanta anni, e chissà quante altre volte lo scriverò ancora: “Dietro ogni azione si cela la qualità di chi la pone in essere; da uomini di qualità scaturiranno azioni eccelse; uomini senza qualità, soprattutto se insigniti di grande potere, non potranno che generare disastri”. Senza affannarci in una complessa disamina della storia umana, limitiamoci a disegnare, con pennellate rapide ma significative, il quadro umano del nostro continente, riservandone poche altre, ancora più rapide, al resto del mondo, perché di più non si può. E non serve.

ALBANIA. Il capo dello Stato è Ilir Meta, socialista a denominazione di origine controllata, emblema dello spregevole e spregiudicato rampantismo che caratterizza i socialisti: nel 2009 non esitò ad allearsi con il rivale di destra Saki Berisha pur di ottenere il ruolo di viceprermier, ministro degli esteri e ministro dell’economia, commercio ed energia.  Tanto per non farsi mancare nulla nel curriculum del perfetto socialista, nel 2011 fu il protagonista dei loschi affari connessi a una duplice tangente sulla costruzione di una centrale idroelettrica: 700mila euro una tantum e il 7% del fatturato. Nel 2015 venne fuori un secondo scandalo relativo a fatti del 2010: tangenti cospicue elargite da una società di recupero crediti favorita nell’ottenere la commessa da parte della società creditrice (circa 200milioni di euro da recuperare).  In un paese con alto tasso di corruzione (106° posto tra i 180 paesi oggetto delle analisi di Transaprency International), con questi brillanti presupposti, nel 2012 si aggiudica l’ambito premio destinato alla “personalità più positiva in politica estera” e nel 2017 corona la brillante carriera con l’elezione alla presidenza della repubblica. Per onestà intellettuale va anche detto che, in siffatto torbido coacervo, brilla la figura del Premier Edi Rama, del quale proprio non si può dire nulla di male: è la classica rondine che non fa primavera, nonostante i brillanti risultati conseguiti nella lotta contro i trafficanti di droga e la generosità dimostrata nei confronti dell’Italia durante l’emergenza pandemica, non certo inficiata da eventuali calcoli di convenienza politica per il ritorno d’immagine.

BELGIO. Non figura tra i 180 paesi per i quali si misura la corruzione, percepita in modo massiccio dai cittadini. Oltre il 65% non si fida della pubblica amministrazione e della magistratura; il 70% ritiene il governo manovrato da poche subdole entità, aliene da qualsivoglia presupposto etico. Le croniche difficoltà nella composizione del governo dopo le elezioni, del resto, evidenziano l’esacerbata lotta per la gestione del potere. Il Paese è profondamente diviso tra i Fiamminghi (discendenti dei Germani) e i Valloni (discendenti dei Celti, francofoni), che si odiano sin dalla fine dell’Impero Romano. Il livello di criminalità, 48,43%, seppur si configura come “moderato” nella scala ufficiale, risulta decisamente alto per un paese di soli undici milioni di abitanti.

BULGARIA.  Il volto malato del socialismo è quello del giogo militare che governa il Paese più povero dell’Unione Europea. I cittadini esasperati per l’alto tasso della corruzione si danno fuoco e proprio non serve aggiungere altro.

CECHIA. Al 44° posto nell’indice della corruzione, che non è cattivissimo, ha come capo del Governo uno dei personaggi più singolari e controversi della politica europea: il plurimiliardario Andrej Babiš, con un passato nella Polizia segreta comunista. Nel 2015 fu indagato dalla Polizia ceca e dall’OLAF (Ufficio europeo per la lotta antifrode) a causa di sovvenzioni illegali dell’Unione Europea gestite da un’azienda anonima. A seguito delle accuse formali, che sancirono una frode di due milioni di euro, gli fu revocata l’immunità parlamentare nel settembre 2017. Nel dicembre dello stesso anno, però, fu rieletto e in tal modo scampò ai rigori della giustizia.

FRANCIA e GERMANIA. Non serve sprecare molti righi. Seppure caratterizzati da buone posizioni in tema di corruzione (rispettivamente 23° e 9° posto), rappresentano una vera palla al piede per un sano processo federativo. Con loro è già difficile costruire un’Europa migliore, figurarsi un mondo migliore.

GRECIA. I maltrattamenti subiti dall’Europa dei mercanti non possono lasciare sottaciuti i limiti di una società malata fino al midollo, che ha sempre premiato una classe politica composta da reietti. Alto il livello di corruzione e ben noti gli eccessi in tema di assistenzialismo alla base del grave default economico.

PAESI BALTICI, POLONIA, SLOVACCHIA, SLOVENIA, ROMANIA, UNGHERIA. Per questi paesi i dati statistici, da soli, non offrono una “chiara” rappresentazione della realtà sociale. Addirittura figurano nella parte buona o ottima delle classifiche che misurano l’indice della corruzione e la qualità della vita. Ben altra cosa, traspare, tuttavia, da un approfondimento diretto, che evidenzia le gravi distonie sociali e, soprattutto tra i giovani, una più marcata spaccatura tra la minoranza che eccelle e la maggioranza pervasa dal profondo vuoto culturale, propensione agli eccessi sfrenati, mancanza di regole, consumo smodato di droghe e alcool. Prevedere gli scenari futuri, ovviamente, non è impresa facile. Le premesse però, non sono certo positive: le minoranze che eccellono per intelligenza e preparazione culturale non necessariamente, quando conquisteranno posizioni di potere, decideranno di mettere le proprie capacità al servizio del bene comune e se qualcuno dovesse essere tentato in tal senso, come spesso accaduto, avrebbe vita molto difficile.

PENISOLA IBERICA. In linea di massima vale anche per Spagna e Portogallo quanto scritto sopra.

PAESI DEL NORD EUROPA. Sono i cosiddetti paesi virtuosi, da sempre in cima alla classifica per qualità della vita. Proprio questa loro “superiorità”, però, li porta a guardare con la puzza sotto il naso il resto del mondo. Pensare di coinvolgerli in un processo di cambiamento radicale o di vederli favorevoli a federarsi negli Stati Uniti d’Europa, sotto un’unica bandiera, è una pia illusione. Come più volte scritto, però, una grande Europa “unita” è la conditio sine qua non per incidere positivamente sul resto del Pianeta e quindi non se ne esce.

STATI UNITI E AMERICA LATINA. Dei primi ne abbiamo parlato diffusamente in questo magazine e continueremo a parlarne. Nel numero 48 (ottobre 2016) tratteggiammo le ragioni recondite del decadentismo statunitense, consolidatosi progressivamente sin dai tempi della guerra di secessione e sfociato con l’elezione di Donald Trump. Un paio di presidenti che si discostano dalla mediocrità imperante non hanno potuto comunque incidere più di tanto in una società solidamente ancorata ai nefasti presupposti del capitalismo rampante e spietato: penso a Kennedy, per esempio, che fu subito eliminato, e a Obama, il quale, pur avendo la forza di resistere per otto anni, nulla ha potuto contro il potere delle lobby, responsabili del nefasto sistema sanitario e favorevoli al mantenimento di quell’assurdo secondo emendamento, che consente a tutti di acquistare armi micidiali come se fossero caramelle. A novembre arriverà Biden, che di sicuro fa un figurone rispetto a Trump, ma che comunque incarna il postulato del “brav’uomo” che tanto piace agli americani, incapaci di apprezzare “l’uomo bravo”, giudicato pericoloso perché metterebbe le cose a posto creando una società più equa e giusta, cosa che nessuno vuole né nel fronte democratico né in quello repubblicano: i privilegi sono privilegi e vanno tutelati. Ne sa qualcosa Al Gore, che sarebbe stato semplicemente il miglior presidente della storia statunitense. Il semplice e drammatico fatto, poi, che l’elezione di Biden scaturirà precipuamente dalla crisi pandemica – prima non vi era nessuno che avrebbe scommesso un dollaro contro la rielezione di Trump – la dice lunga sui grossi limiti della società statunitense. Nell’America Latina la corruzione delle coscienze è insita nel DNA e il gap tra una realtà sociale di infima qualità e i più elementari presupposti etici è incolmabile. Altro che catartica palingenesi!

ITALIA. Sorvoliamo, per ovvi motivi, sul periodo fondazione di Roma-fine del fascismo (che però rivelerebbe uno spaccato umano e sociale molto significativo, se analizzato senza pregiudizi) e soffermiamoci sul periodo repubblicano. Dal 1946 a oggi abbiamo avuto ventinove capi del governo: sedici della DC (che ha guidato ininterrottamente il governo dal 1946 al 1981;  dal 1982 al 1983;  dal 1987 al 1992); due socialisti (compreso Giuliano Amato, considerato impropriamente “indipendente”; un socialdemocratico (Spadolini); quattro tecnocrati (Ciampi, Prodi, Dini, Monti); un comunista (D’Alema); un radical chic (Enrico Letta), due cazzari fatti loro (Berlusconi e Renzi); un maggiordomo di rappresentanza (Gentiloni), un indipendente presentato da Bonafede a Di Maio per superare il veto incrociato Di Maio – Salvini (Conte) che, per onestà intellettuale, paradossalmente, va distinto da tutti gli altri perché quanto meno non gli si possono rimproverare pericolose collusioni e merita comprensione, in questo squallido quadro, per non essersi dimesso dopo la fine del primo governo da lui presieduto a causa del colpo di sole di Salvini, che non aveva previsto il guizzo venefico della serpe Renzi. Sui guasti prodotti dal pentapartito non si può che rimandare alla florida saggistica disponibile, essendo impossibile descriverli compiutamente in un articolo. Le tragiche conseguenze della malapolitica, del resto, le stiamo scontando ancora oggi, quotidianamente: regionalizzazione, dissesto idro-geologico, viabilità, sanità a pezzi, urbanizzazione incontrollata, collusioni con la criminalità organizzata e con le mafie e chi più ne abbia più ne metta. Lo stesso dicasi per la devastante opera di Berlusconi, che ha inciso negativamente sulla società sia come imprenditore sia come politico.

La situazione attuale è sotto gli occhi di tutti e il bassissimo profilo della classe politica viene reso ancora più evidente dalla crisi pandemica. Alla ribalta della cronaca gli accordi sottobanco per favorire l’elezione di Prodi alla presidenza della Repubblica, con l’aiuto di Berlusconi, che afferiscono alla propensione utilitaristica nella gestione del potere. Non mancano, tuttavia, azioni che nascono “in buona fede”, mettendo in luce l’assoluta inadeguatezza al ruolo dei proponenti, che è anche più pericolosa della propensione delinquenziale. È il caso, per esempio, del sindaco di Milano, che ha suggerito di elargire stipendi più alti ai pubblici dipendenti del Nord a causa di un più elevato costo della vita. Di suggerire la riduzione dei prezzi non gli è proprio passato per la mente. La crisi della magistratura atterrisce e sgomenta ed è sintomatica del progressivo “abbassamento” della qualità dei soggetti agenti, segno dei tempi ma sicuro retaggio anche delle micidiali mattanze che hanno messo a tacere i migliori. Ogni giorno si assiste all’arresto di centinaia di persone occupate nella pubblica amministrazione, negli enti locali, ovunque sia possibile rubare, truffare, corrompere e lasciarsi corrompere e nasce spontanea la domanda se vi siano davvero dipendenti onesti in servizio.

Un discorso a parte meritano i giovani, vere canne al vento, al netto dei pochi geni capaci di incidere positivamente nella società anche a venti anni. Ramenghi, in uno spaventoso vuoto esistenziale, consumano gli anni più belli della loro vita annullandosi tra droga e alcool, spesso rimettendoci la vita. “Faber est suae quisque fortunae”, si diceva nell’antica Roma già ventidue secoli fa, ma non possiamo liquidare il grave problema con una semplice battuta: noi adulti abbiamo una terribile responsabilità per il mondo che abbiamo lasciato in eredità ai nostri figli e nipoti e non serve giustificarsi asserendo che noi e i nostri genitori abbiamo ereditato il mondo sconvolto dalle due grandi guerre mondiali e lo abbiamo ricostruito. Non è possibile l’equiparazione temporale a causa dei sostanziali sconvolgimenti scaturiti dal vertiginoso progresso tecnologico, che ha lasciato “indietro” una buona fetta di umanità, incapace di marciare con pari velocità.

Le frenesie del mondo contemporaneo hanno sconvolto la mente umana, inculcando falsi miti, velleitari e pericolosi. I conflitti generazionali afferiscono alla storia dell’evoluzione e sono sempre esistiti, ma nell’ultimo mezzo secolo hanno raggiunto progressivamente picchi insostenibili e nell’ultimo ventennio non è neppure il caso di parlare di scontro generazionale: il fenomeno ha assunto proporzioni tali che sfociano nell’assoluta incomunicabilità. I genitori sono sempre più incapaci di assolvere il loro compito primario e i figli, abbagliati dai falsi miti di cui sono prigionieri, li vessano con richieste assurde e comportamenti irresponsabili. L’amore nei confronti dei figli non muta con il fluire dei tempi e tanti genitori si disperano e si annullano per soddisfare i desideri di figli arrabbiati e perennemente insoddisfatti, che vedono nel divertimento continuo l’unico elemento importante della loro esistenza. La movida, nata in Spagna al termine della dittatura di Francisco Franco come movimento libertario, si è diffusa rapidamente a livello planetario diffondendo la sub-cultura del tutto è lecito: droga e alcool ne sono gli elementi portanti, associati a quella libertà sessuale che però è un po’ più difficile da digerire da una buona fetta dell’universo maschile.

La movida richiede come elemento ineludibile, ai fini della sua pratica, “l’assembramento”. I giovani devono stare gli uni addosso agli altri; devono toccarsi, devono costituire un tutt’uno che infonde a ciascuno forza e senso di protezione. Vietare l’assembramento equivale a togliere a un drogato le sue dosi o sostituire con l’acqua il vino dell’alcolizzato. Il divieto fa impazzire e sono letteralmente impazziti i milioni di giovani costretti al forzato ritiro nei mesi scorsi. Un impazzimento che, ai primi segnali di “fuori tutti”, ha generato quella pericolosa rimozione mentale del problema, che ora rischia seriamente di generare la temuta seconda ondata. Il problema esiste e non è glissando che si risolve. Purtroppo, però, non è risolvibile con un colpo di spugna e si può solo fare tesoro di questa drammatica esperienza affinché si comincino ad adottare le necessarie contromisure.

Non serviranno a migliorare il mondo, ma forse contribuiranno a non farlo peggiorare o addirittura a distruggerlo. L’impresa non è facile, tuttavia, perché un sano processo educativo dei figli presuppone la capacità in tal senso da parte di chi il processo deve attuare, genitori e scuola. E qui casca l’asino. Da un lato è evidente che tale capacità manca sia nelle famiglie sia nella scuola, dall’altro bisogna considerare i grossi problemi insisti in un eventuale “processo formativo dei possibili formatori”,  attualmente del tutto privo di risorse e strumenti adeguati. Immaginiamo un corso di formazione per meccanici  nel quale si insegni a intervenire sulle auto degli anni settanta e ottanta del secolo scorso: cosa proveranno, i novelli meccanici, quando dovranno riparare le modernissime auto computerizzate? La didattica psicologica al servizio dei genitori assomiglia proprio a quel vecchio corso perché risente delle distonie del pensiero post sessantottino, che per buona parte ha contribuito a creare i primi avvelenamenti del terreno sul quale hanno poi pascolato milioni di giovani. Che cosa fare, quindi? Bisognerebbe avere il coraggio, cosa non facile, di ammettere che è stato sbagliato tutto e tutto va azzerato con un colpo di spugna netto, per poi ripartire con nuove prospettive che, per certi versi, devono ricalcare quelle vecchissime.

Rigore comportamentale e amore per la cultura, inculcati sin dalla più tenera età, costituiscano la base per la formazione delle nuove generazioni. Quanti giovani, oggi, a venti anni, hanno letto i classici della letteratura che hanno costituito il pane quotidiano delle vecchie generazioni?  Se “obblighiamo” i ragazzi delle scuole primarie, secondarie e superiori a seguire percorsi formativi particolari, stimolando passioni per la musica classica, per la lettura, per l’impegno civico, per il rispetto degli adulti, il porteremo alle soglie dell’università ben vaccinati contro le tentazioni offerte dalla parte malsana della società, che tra l’altro deve essere combattuta con armi più efficaci di quelle oggi utilizzate. Come detto innanzi la natura umana avrà sempre il sopravvento su ogni intervento correttivo, ma una buona iniezione di “qualità” potrà ridurre sensibilmente i danni, almeno nell’emisfero occidentale, perché nel resto del mondo è proprio dura.

IL RESTO DEL MONDO. “A me non importa se in una famiglia con dieci figli ne muoiano nove attraversando il Mediterraneo o il deserto, l’importante è che l’ultimo figlio rimasto possa trovare lavoro in Europa e invii soldi che ci consentano di terminare la costruzione della moschea”. (Frase di un imam della Guinea, citata dall’esploratore Filippo Tenti, conduttore del programma televisivo “Overland” nella puntata del 20 agosto 2019, replicata in data 12 luglio 2020 e disponibile sulla piattaforma “Raiplay”).

Le guerre di religione costituiscono un primario ostacolo alla realizzazione di un mondo migliore e il radicalismo islamico non è debellabile. Seppure è giusto distinguere l’islamismo moderato da quello che alimenta il terrorismo, è bene ricordare che i musulmani non ammettono la libertà di culto, considerando “infedeli” tutti coloro che non professano la loro.  Come convivere, amorevolmente, con chi pratica l’infibulazione, la lapidazione, considera la donna un oggetto e sia pervaso da usi e costumi che nulla hanno a che vedere con la civiltà? Medio Oriente, Russia, Cina, altri paesi dell’Asia, Africa, offrono, nell’insieme, un coacervo di problematiche interne che si sommano, in un inestricabile intreccio, a quelle generate da un Occidente spietato nello sfruttamento delle risorse e della mano d’opera. La Francia, per esempio, contribuisce sensibilmente a perpetuare il sottosviluppo del continente africano grazie al signoraggio praticato in ben quattordici paesi (Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, per una popolazione totale di circa 160 milioni di persone) in violazione degli accordi di Maastricht, con il colpevole beneplacito delle Istituzioni internazionali.

Con il cambio fisso e l’obbligo per i succitati Paesi di depositare il 50% delle riserve valutarie nella Banca di Francia, il Paese transalpino si assicura una giacenza media di dieci miliardi di euro con i quali sopperisce a buona parte della spesa pubblica interna. Con quei soldi, invece, si potrebbero finanziare importanti progetti per lo sviluppo dei Paesi africani e salvare tante vite umane. La Cina “comunista” non è da meno nel praticare il più bieco capitalismo, depauperando vaste zone del continente nero. In Guinea, per esempio, con una semplice concessione per l’estrazione della bauxite, distrugge immense foreste e rade al suolo intere colline, trasportando il terreno in patria. Nel terreno, però, oltre alla bauxite vi è molto altro, a cominciare dall’oro e dai diamanti. Le colonne sterminate di camion che vanno continuamente avanti e indietro, dai luoghi saccheggiati al porto, sollevano una tale quantità di polvere che oscura il cielo per poi depositarsi sui campi coltivati dai poveri contadini, distruggendo il raccolto.

“La Cina ha sistematicamente perseguito una politica di accaparramento, tra l’altro in maniera pacifica, sfruttando semplicemente gli accordi commerciali. Oramai il 30% del debito africano è nei confronti della Cina, capace di piazzarsi nei gangli essenziali della geo-politica africana, mentre il mondo ha smesso di essere occidentalocentrico, fenomeno che si vede meglio proprio in Africa”. (Massimo Amato, docente di storia economica presso l’università Bocconi di Milano; citata puntata di “Overland”).

La Turchia è un prezioso alleato militare dell’Occidente e di quel Paese non serve certo ribadire il grande deficit democratico. Sulla Russia è meglio tacere per tante ragioni, perché se da un lato spaventa l’egemonia putiniana, ancor più spaventa quello che potrebbe accadere con la sua uscita di scena, quando il Paese, irrimediabilmente, sarà preda della guerra tra le bande che si contenderanno il potere, più o meno come accaduto in Libia dopo la scomparsa di Gheddafi.

Molto altro si potrebbe aggiungere, ma quanto detto basta e avanza per sopprimere ogni illusione, anche se le illusioni aiutano a vivere e, come diceva qualcuno, sono da preferire alle negazioni preconcette, anche di quelle di chi scrive. Buona vita a tutti, quindi, e che tante belle illusioni colorino i vostri giorni.

Lino Lavorgna

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