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Lettera aperta a Lirio Abbate e Carlo Bartoli

Caro direttore Abbate,

potrei trasformare questa lettera in un romanzo, ma ovviamente non è il caso dal momento che, per tutti, maiora premunt.  Solo per chiarezza espositiva, pertanto, premetto che, pur appartenendo a quel variegato universo sociale convenzionalmente definito “destra”, ma con peculiarità che mi tengono lontano dagli apparati partitici, ritenendo i valori di cui sono portatore racchiusi esclusivamente nel “club” (chiamiamolo così) da me fondato col nome “Europa Nazione”, da ben trentadue anni sono un lettore assiduo del settimanale di cui sei direttore.

Nel trentennio precedente, o per meglio dire dal 1962 (quando era ancora un mensile), in casa ne circolava un altro, del quale presagii l’ingloriosa fine con largo anticipo rispetto ai fatti che l’avrebbero resa ancora più drammatica, per amor di sintesi inutili da rimarcare. Tra il non informarsi proprio e informarsi attraverso organi di stampa non proprio affini alla visione del mondo coltivata, scelsi questa seconda opzione. “Organi”, perché, come facilmente intuibile, nel 1994, divenuto illeggibile anche il bel quotidiano fondato dal defenestrato Indro Montanelli, lo sostituii con “la Repubblica”. Leggevo serenamente gli articoli che per ovvi motivi non potevo condividere, apprezzando quelli che – non mancavano mai – quale che fosse la tematica trattata, anche politica, essendo caratterizzati da un fulgido rigore professionale, risultavano gradevoli, condivisibili e talvolta davvero istruttivi.

Ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora, e chi ti scrive continua ancora ad essere orfano di una “vera” destra, perché, quella che tutti definiscono tale, in virtù di un caos concettuale che non può essere compiutamente sviscerato in questo contesto se non precisando che è pregno di ossimori, tra le tante cose belle che di certo non posso non apprezzare, presenta pericolose contaminazioni dalle quali mi separano interi oceani.

Ciò premesso, devo aggiungere – absit iniuria verbis – che anche quegli “organi” che leggevo con serena consapevolezza del loro ruolo nella società, hanno perso via via consistente qualità, trasformandosi non solo in lamentosi gazzettini di una società in dissoluzione ma anche in spericolati testimonial dei principali dissolutori.

Sorvolando sulla violenza lessicale – sempre più pericolosa di quella fisica – con la quale si affrontano talune tematiche sociali, sulla tiritera senza fine del pericolo fascista, che ha veramente rotto le scatole e riporta alla mente quei tipi strani che guardano il dito mentre si indica la luna (intendendo per luna precipuamente, ma non solo, la degenerazione del liberal-capitalismo verso derive lerce che sono alla base dei veri mali sociali), sta diventando davvero insopportabile lo stupro della lingua italiana con simboli estranei all’alfabeto e sgrammaticature figlie non dell’ignoranza ma di una precisa volontà distorsiva, ancorata a presupposti sui quali è preferibile glissare: il terrorismo, di qualsiasi natura, si combatte e basta.

Dalle colonne di questo giornale, sia pure succintamente, già due anni fa affrontai l’argomento, che stava montando con crescente intensità, come di fatto è poi avvenuto: cliccare qui.

Anche nell’ultimo numero de “L’Espresso” (che mi è giunto con qualche giorno di ritardo: il numero 43, quindi, non quello in edicola), come già accaduto più volte negli ultimi mesi, vi è un articolo che, al di là dei patetici concetti espressi (dato irrilevante, sia ben chiaro, in quanto meramente soggettivo), presenta strambi simboli ortografici al posto delle vocali finali dei sostantivi. Non serve citare chi li abbia usati: più dei nomi dei “terroristi” sono importanti quelli delle loro vittime e non si scambi questo concetto per una iperbole, essendo il problema maledettamente serio. Sono davvero tante le persone ferite dal continuo stupro della lingua e pertanto sarebbe opportuno che rendessero di pubblico dominio il proprio sdegno, come sto facendo io.

Soffro di colite e tu sai bene che da essa non si guarisce: si può solo tenerla a bada evitando eccessi alimentari, taluni cibi particolarmente dannosi, gli alcolici e soprattutto le persone fastidiose.

Mancano ancora sei mesi alla scadenza dell’abbonamento a “l’Espresso”, ma ti prego vivamente, a titolo di mera cortesia personale e facendo appello alla solidarietà di categoria (pur senza essere importante come te ho festeggiato quest’anno cinquanta anni di attività giornalistica), di considerarlo rescisso, senza alcun obbligo di rimborso, qualora dovessi ancora consentire l’ignominioso stupro della lingua italiana. Se proprio voglio concedermi qualche sporadica eccezione al rigido regime comportamentale imposto dalla colite, preferisco farlo con una frittura di pesce accompagnata da mezzo bicchiere di Riesling dei Colli Orientali del Friuli, o una bella grigliata accompagnata da mezzo bicchiere di Amarone, non certo leggendo brutti articoli aggravati da segni osceni che bloccano la digestione, per i quali non esistono farmaci abbastanza potenti da utilizzare come antidoti.   

Caro presidente Bartoli, senza tanti giri di parole, pongo ufficialmente alla tua attenzione il problema succitato, che necessita quanto meno di una pacata riflessione e di qualche direttiva ancorata al buon senso,  prima che degeneri in modo incontrollabile, come del resto già abbondantemente trasparso dal farneticante recente comunicato dell’Usigrai, nel quale si fa cenno alla “piena libertà di espressione nella scelta del maschile o del femminile, in base alle proprie ragioni”. Come se la lingua fosse paragonabile al menù di un ristorante, che consente a ciascuno di scegliere “liberamente” le pietanze preferite.  Davvero si vuole trasformare questo Paese in una Torre di Babele? Non lo è già abbastanza per altri versi?

Un affettuoso saluto a entrambi.

                                                                                                                Lino Lavorgna

Nella foto: “Grande Torre di Babele”, Pieter Bruegel il Vecchio, 1563. Kunsthistorisches Museum – Vienna

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