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Il mestiere più bello del mondo: governare

INCIPIT

“Il piacere di governare deve senza dubbio essere squisito, se dobbiamo giudicare dal grande numero di persone che sono ansiose di praticarlo”. (Voltaire)

“Governare è l’arte di creare problemi la cui soluzione mantiene la popolazione nell’inquietudine”. (Ezra Pound)

“Il miglior governo è quello che attiva il meglio dell’intelligenza della nazione”. (Ezra Pound)

“Per il bene degli Stati sarebbe necessario che i filosofi fossero re o che i re fossero filosofi.” (Platone)

“Forse, se esistesse una città di uomini buoni, si farebbe a gara per non governare come adesso per governare, e allora sarebbe evidente che il vero uomo di governo non è fatto per mirare al proprio utile, ma a quello del cittadino”.(Platone)

“Dove si incrociano le tue capacità e le necessità del mondo risiede la tua chiamata”. (Aristotele)

“Quelli che hanno in animo di occupare le più alte cariche di governo devono possedere tre doti: innanzitutto, attaccamento alla costituzione stabilita, in secondo luogo una grandissima capacità nelle azioni di governo, in terzo luogo virtù e giustizia”. (Aristotele)

“Quando il mare è calmo, ognuno può far da timoniere”. (Publilio Siro)

“Poche mani, non sorvegliate da controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa”. (Antonio Gramsci)

“Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l’illusione di essere sovrano. Chi vuol governare deve imparare a dire no”. (Benito Mussolini)

“Quando il potere è in mano di uno solo, quest’uno sa di essere uno e di dover contentare i molti; ma quando i molti governano pensano soltanto a contentar sé stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà”. (Luigi Pirandello)

“Quando il popolo teme il governo c’è tirannia. Quando il governo teme il popolo c’è democrazia”.  (Thomas Jefferson)

 “Viviamo in un’epoca pericolosa. L’essere umano ha imparato a dominare la natura molto prima di aver imparato a dominare sé stesso”. (Albert Schweitzer)

“Con cattive leggi e buoni funzionari si può pur sempre governare. Ma con cattivi funzionari le buone leggi non servono a niente”. (Otto von Bismark)

“Tre cose sono impossibili: insegnare, guarire, governare”. (Anna Freud)

“Lasciate che la gente creda di governare e sarà governata”. (William Penn)

“Il governo non è fatto per la comodità e il piacere di coloro che sono governati”. (Conte di Mirabeau)

“Qualsiasi governo è, in certa misura, un male”. (Albert Einstein)

“Non è facile avere un bel giardino: è difficile come governare un regno. Ci si deve risolvere ad amare anche le imperfezioni, altrimenti ci si illude”. (Hermann Hesse)

“In Italia contro l’arbitrio che viene dall’alto non si è trovato altro rimedio che la disobbedienza che viene dal basso”. (Giuseppe Prezzolini)

“Ogni nazione ha il governo che si merita”. (Joseph Marie De Maistre)

“Occorre un determinato grado di autonomia per guidare in modo serio un esecutivo”. (Giuseppe Conte)

“Forse è arrivato il momento di riconsiderare i dogma dell’illuminismo, a cominciare da quello che considera la democrazia il miglior sistema di governo possibile”. (Lino Lavorgna)

DALLA MONARCHIA ALL’OCLOCRAZIA

Erodoto prima, Platone e Aristotele subito dopo, avevano ben intuito l’evoluzione ciclica dei regimi politici verso continue forme di deterioramento, il ritorno alla forma iniziale dopo aver raggiunto l’ultimo stadio e l’inizio di un nuovo identico ciclo. Polibio, nel libro sesto delle Storie, perfeziona tale assunto elaborando la teoria dell’anaciclosi. Con evidente riferimento a quanto già sancito da Aristotele nel libro terzo della Politica, infatti, l’eminente storico sostiene che, le buone forme di governo, in cui trionfano giustizia e ragione, si alternano a forme di governo corrotte, dominate dalla violenza, dalle passioni e dagli interessi individuali. La monarchia, retta da un solo individuo, nella fase corrotta, si tramuta in tirannide; la parte migliore dei cittadini si ribellerà alla tirannide dando vita a un’aristocrazia, inevitabilmente destinata a degenerare nell’oligarchia; per correggere i guasti dell’oligarchia si darà vita alla democrazia, a sua volta destinata a degenerare nell’oclocrazia, che porta il governo alla mercé dei desideri insulsi delle masse, sempre incapaci di guardare al di là del proprio misero orticello.

Per Polibio le pubbliche elezioni dovrebbero consentire di delegare il potere agli uomini più giusti e assennati. Non è democrazia, infatti, “quella nella quale il popolo sia arbitro di fare qualunque cosa desideri, ma quella presso la quale vigano per tradizione la venerazione degli dei, la cura per i genitori, il rispetto degli anziani, l’obbedienza alle leggi e infine quella nella quale prevalga l’opinione della maggioranza”.  

Il concetto di oclocrazia non ha ricevuto un’adeguata attenzione nei trattati di politologia e nelle analisi sociologiche. Plutarco ne parla nel primo capitolo del De unius in republica dominatione; Lucio Cassio Dione, uno storico “minore” del II secolo, lo cita nel libro 44 della sua corposa Historiae Romanae, (ben ottanta libri che vanno dalla leggenda di Enea fino al 229 d.C). In epoca moderna il solo Rousseau,  nel Contratto sociale (Libro III, cap. X), lo definisce un elemento degenerativo della democrazia a seguito della dissoluzione dello Stato. Per gli intellettuali e politologi contemporanei, in massima parte asserviti a dei padroni, il concetto è pressoché sconosciuto, quando non volutamente misconosciuto. Fatti salvi pochi paladini della verità, infatti, è impossibile mettere alla berlina chi, senza porsi alcun limite etico, difenda con unghie e denti la poltrona e chi, quella poltrona bramando, combatte con non minore vigore e pari spudoratezza.

MASSE E POTERE

Ne abbiamo parlato più volte e non è il caso di ripeterci. Caso mai, di volta in volta, è sempre opportuno aggiungere qualche nuovo tassello. Solo pochi mesi fa, nel numero 87 di “CONFINI” (luglio-agosto), abbiamo posto in evidenza come gran parte del Pianeta fosse governato da classi politiche di infima qualità, senza fare cenno alla parte restante, nella quale la situazione è peggiore. Perché accade tutto ciò? Perché negli USA ben settanta milioni di persone sono state capaci di votare per un tizio come Trump e oltre ottanta milioni hanno votato per un suo antagonista, senz’altro migliore, ma di certo non degno di passare alla storia come il presidente USA più votato?

Una bella risposta è offerta dal filosofo canadese Alain Deneault (manco a dirlo: è nato nel Quebec e quindi ha un’anima “completamente” francese), autore del saggio “La mediocrazia”. Come e perché i mediocri hanno preso il potere” (Editore Neri Pozza, 2017). Un saggio che non dovrebbe mancare in nessuna libreria perché, con un linguaggio chiaro e privo di fronzoli retorici, l’autore spiega il centrismo dei mediocri.

Una precisazione. La traduzione di Roberto Boi non è male, ma se davvero si vuole godere lo stile di Deneault si consiglia senz’altro l’edizione originale: “La médiocratie”, Lux Éditeur, Montreal, 2015.

“Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere”. Questo è l’incipit del saggio, che lascia presagire una gustosa – e allo stesso tempo amara – disamina sulla scellerata condotta di miliardi di esseri umani. Per Deneault il sistema incoraggia l’ascesa di individui mediamente competenti, i mediocri, a discapito dei supercompetenti e degli incompetenti: i primi sono “pericolosi” perché ingestibili; i secondi per ovvi motivi legati alla loro inefficienza. Va tenuto presente, per quest’ultimo aspetto, che l’autore parla da franco-canadese e la sua analisi, ancorché intrisa di valenza universale, è pur sempre commisurata all’esperienza personale, legata al territorio: le dinamiche della società italiana, per esempio, che spingono il fenomeno da lui analizzato fino  all’esasperazione e tendono a promuovere anche gli incompetenti, meglio gestibili dai burattinai, gli sono ignote o non sufficientemente note.

La competenza del mediocre, quindi, non deve mai essere tale da mettere in discussione le perversioni del sistema. Lo spirito critico non deve mai consentirgli di andare a fondo delle problematiche, anzi, molto meglio chi non si ponga proprio dei problemi di coscienza e agisca serenamente nel “supremo” interesse delle lobby da cui dipende, il che vuol dire cinicamente. Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve “giocare il gioco”, ossia accettare i comportamenti informali, i compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, sottostare a regole malsane, chiudere un occhio e spesso entrambi. Si deve falsificare un rapporto? Lo si faccia. Si deve scrivere tanto senza dire nulla? Il mediocre è maestro in questo. L’importante è essere leale nei confronti di chi paga, siano essi i venditori di armi che negli USA non consentono di cancellare il secondo emendamento o i criminali delle multinazionali che impongono i loro parametri per vendere cibo spazzatura e inquinare impunemente l’ambiente. La gente muore? Al mediocre non interessa. Fa parte del gioco. Un gioco che lui è bene felice di giocare perché lo rende partecipe del dominio del mondo! “Piegarsi in maniera ossequiosa a delle regole stabilite al solo fine di un posizionamento sullo scacchiere sociale”, è questo l’obiettivo perseguito dal mediocre.

È possibile una inversione di tendenza? Che ciò sia fondamentale per preservare la specie umana è fuor di dubbio: “La mediocrità rende mediocri”, spiega Denault. È contagiosa e funge da barriera invalicabile per la meritocrazia, per l’intelligenza, per la genialità. Allo stesso tempo non nasconde quanto sia difficile un processo inverso e a tal proposito cita un brano del “Discorso sulla stupidità” di Robert Musil: “Se dal di dentro la stupidità non assomigliasse tanto al talento, al punto da poter essere scambiata con esso, se dall’esterno non potesse apparire come progresso, genio, speranza o miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe”.

Per evitare il futuro disastroso che ci aspetta, pertanto, Deneault suggerisce di iniziare con piccoli passi quotidiani, resistendo alle tentazioni e imparando a dire  “no” quando sia necessario. Occorre imparare a non accettare compromessi lesivi del bene collettivo;  rifiutarsi di ottenere vantaggi professionali senza merito, danneggiando gli altri; di vendersi; di prostituirsi; di accettare doni offerti per captatio benevolentia; di rendersi complice di chi, in politica, nelle istituzioni, nelle aziende, giochi sporco per meri interessi personali.

DEDICHE

Non saranno sfuggite, ai miei quattro lettori, le profonde assonanze con la realtà attuale, insite in molti passi dell’articolo, e il riferimento ai tanti omuncoli che, indegnamente, suonano la grancassa in modo sconsiderato e ossessivo, contribuendo ad aumentare il rumore. Secondo una consolidata propensione, almeno in questo magazine, a meno che non sia strettamente necessario, evito i riferimenti espliciti e tendo a privilegiare una formula minimalista, conferendo a certi soggetti il peso che meritano in un contesto di alto respiro, prossimo allo zero, e non quello rilevantissimo giustamente tributato dalla cronaca.

Proprio per la massiccia abbondanza dei suonatori di grancassa, però, è giusto gratificare chi riesca a distinguersi per coraggio e stile di vita, rischiando molto.

La prima dedica è per Francesco Zambon, coordinatore dell’Oms nella sede di Venezia, autore di un rapporto che ha messo in luce le discrasie della Sanità in tema di pandemia. Il documento rivela che il piano anti-Covid ricalca il piano pandemico anti-influenzale del 2006, copiato anno dopo anno, con formula “copia e incolla”, senza mai essere aggiornato. Il ricercatore definisce la risposta del Paese all’epidemia “caotica e creativa”, non sottacendo la gravità delle azioni commesse, che tra l’altro si configurano come reato. Il numero due dell’Oms ed ex direttore generale della prevenzione al ministero della Salute, Ranieri Guerra, con un comportamento che è poco definire osceno e criminale, ha fatto sparire tutte le copie del rapporto nel giro di 24 ore, dopo aver minacciato invano Zambon affinché provvedesse a falsificarlo. Una copia, però, è all’attenzione della Procura di Bergamo, che indaga per epidemia colposa e falso. È opinione diffusa che la denuncia dei ricercatori, addirittura antecedente alla stesura del rapporto, se fosse stata presa seriamente in considerazione, avrebbe consentito di salvare la vita ad almeno diecimila persone solo in Italia e diverse centinaia di migliaia negli altri Paesi!

La stessa Oms impone che i piani pandemici siano aggiornati ogni tre anni  perché cambiano continuamente le conoscenze, le tecnologie, le strategie sanitarie. Se è grave, pertanto, la ben conclamata leggerezza del nostro sistema sanitario, non può trovare giustificazione alcuna il comportamento del vertice dell’Oms, che oramai ha perso credibilità. È bene precisare, infatti, che il direttore generale, invece di cacciare il suo vice a calci nel sedere, lo ha sostenuto nella criminale azione, impedendo anche che Zambon si recasse in Procura a rendere testimonianza, adducendo come scusante il ruolo diplomatico esercitato. Una spudoratezza che offende e indigna, tanto più perché aggravata dall’esplicita minaccia di licenziamento.

La seconda dedica è per un uomo che, da oltre cinquanta anni, e quindi in un’epoca segnata dalla profonda crisi dei valori a tutti nota, vive all’insegna di quei precetti paventati da Deanult per favorire l’inversione di tendenza, esaltati da uno stile  configurabile a quello di un leggendario cavaliere della tavola rotonda.

Da giovane, in un sistema marcio fino al midollo, è riuscito a vincere quattro importanti concorsi pubblici, solo per esclusivo merito e con lo svantaggio di essere noto per la militanza, attiva e qualificata, nel vecchio MSI. Non esitò a dimettersi  “al buio”, dal ministero dell’Interno, nonostante l’importante ruolo ricoperto e le brillanti prospettive di carriera, quando si sentì dire dal capo del personale che non sarebbe mai stato trasferito dalla città della Toscana dove prestava servizio perché  “uno come lui doveva ringraziare il cielo solo per essere riuscito a vincerlo, il concorso”, con esplicito riferimento al ruolo politico ricoperto e alla mancanza di “santi protettori”. Dopo le dimissioni, rispondendo a una semplice inserzione su un quotidiano, fu assunto da una importante banca di Napoli, dalla quale si dimise dopo un anno, essendosi reso conto che il lavoro non era compatibile con i suoi principi etici.

Ritornato a lavorare in una  primaria struttura ministeriale, poi trasformatasi in importante S.p.a., dove prestava servizio prima di essere assunto al ministero dell’Interno, fu chiamato a svolgere un ruolo dirigenziale in una sede periferica provinciale, vessata da gravi interferenze politico-sindacali, affinché “mettesse ordine in quel verminaio”. Dopo tre anni di vani tentativi per indurlo “a miti consigli”, ricevette un esplicito ricatto: o diventava più morbido o sarebbe partito un esposto in quanto il ruolo ricoperto era ben tre livelli superiore a quello effettivo.  Non esitò ad abbandonare l’incarico pur di non “vendersi”, rinunciando, quindi, alla legittimazione prevista per chi svolgeva mansioni superiori per un determinato  lasso di tempo, che gli avrebbe garantito prestigio e tanti soldi in più. Analogo spirito è stato sempre profuso in  qualsiasi contesto professionale e politico, senza mai cedere di un millimetro alle pur significative e allettanti sollecitazioni. Il prezzo pagato in termini sociali è stato altissimo, ma molto più alta è la gioia di poter vantare la schiena dritta e l’assoluta libertà di pensiero e azione.

Il suo nome? Non ha importanza. Basta sapere che esiste e che, da qualche parte, vi sono senz’altro tanti uomini come lui. Sconfiggere la mediocrità che regna sovrana  non è impresa semplice, ma vale la pena di tentare.

Lino Lavorgna

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