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Brexit, il braccio di ferro con l’Europa

Se la Grecia è risultata il banco di prova per chi pensava di mettere in discussione il sistema finanziario dell’Europa, la Gran Bretagna, invece,  risulta essere il banco di prova per chi pensa di uscirne. A poco più di due anni dallo storico referendum che ha sancito la decisione del popolo britannico di uscire da ogni accordo con l’UE, la transizione risulta essere più diffice di quanto si sia pensato allora. Il Primo ministro Theresa May ha dichiarato di non voler fare alcun passo indietro, continuando i negoziati con Bruxelles, nonostante le dimissioni di illustri ministri sostenitori della Brexit e le voci provenienti da Westminister, riguardo ad una possibile mozione di sfiducia nei confronti del Primo Ministro. Insomma i rapporti all’ interno del parlamento vacillano come gli accordi con Bruxelles, ma secondo la May, dopo l’approvazione della maggioranza dei ministri, è stato abbozzato il miglior accordo possibile con l’UE. Alcuni punti sono da chiarire e da definire come i rapporti commerciali con l’Irlanda del Nord, la quale resterà a far parte dell’unione doganale europea, fino al raggiungimento di un accordo commerciale permanente con la Gran Bretagna. Altri punti invece sono stati definiti, con qualche dettaglio da limare, come i diritti dei cittadini europei residenti da più di 5 anni sul suolo britannico, i quali possono richiedere il diritto di residenza permanente e potranno vivere, lavorare e usufruire del servizio sanitario nazionale. Il punto di discordia sembra essere il conto da pagare a Bruxelles, il cosiddetto “conto del divorzio”, che si aggira intorno ai 40 miliardi di euro. Tale cifra dovrà essere pagata fino alla fine della transizione, ovvero fino al 2020. Per i sostenitori della Brexit questa condizione, non è stata accolta positivamente, i quali dichiaravano di non voler pagare un solo penny, ma che ora si ritrovano in una situazione economica da stato membro, senza avere il diritto di voto, in pratica senza voce in capitolo. Altro punto fondamentale è la fine della giurisdizione della Corte di Giustizia Europea, dopo che la Gran Bretagnasi sarà resa indipendente dall’UE. Il rischio che quanto detto non venga approvato dal parlamento è reale, a quel punto Theresa May sarebbe costretta a dimettersi , lasciando al suo successore l’ardua impresa di rinegoziare gli accordi con Bruxelles, che se non venissero definiti entro Marzo del 2019, la Gran Bretagna si troverebbe fuori dall’ UE senza nessun tipo di accordo e nessun periodo di transizione. Il Primo Ministro Theresa May non sembra essere intenzionato ad un nuovo referendum, che in caso di cambio rotta l’ Europa sarebbe disposta a riaccogliere la nazione uscente, ma bensì continua la sua corsa per uscire dall’ Europa, cercando di ottenere voti in Parlamento e scongiurando una crisi che comporterebbe enormi danni, sia economici che commerciali, per tutto il Regno Unito.

 

di Emanuele Lasco

 

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