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Da Phelps alla Biles: storie di campioni, vittorie e stress 

 
E’ la storia dello sport, a vittorie impossibili si alternano delusioni cocenti. Atleti che superano se stessi infrangendo limiti e battendo primati ineguagliabili, sono però spesso protagonisti di stagioni sportive in cui a prevalere è la sfiducia e la paura di fallire.
 
Se è vero che ogni evento sportivo funge da elemento di forte coesione sociale capace di richiamare i valori più nobili dell’appartenenza a una comunità, del sano agonismo e del tifo come proiezione della collettività verso la figura di un leader che ci rappresenta, l’Olimpiade di Tokyo 2020 non è stata da meno.
 
L’Italia, pur tra alcune delusioni, raggiunge traguardi impensabili in discipline storicamente legate ad altre tradizioni sportive. Questa edizione dei Giochi infatti sarà ricordata per l’oro nei 100 metri del fuoriclasse delle Fiamme Oro Marcell Jacobs vinto pochi minuti dopo quello del connazionale Gianmarco Tamberi, impegnato nell’impresa nel salto in alto dopo il brutto infortunio nel 2016. 
 
Ma Tokyo rimarrà nella memoria per un’altra atleta sulla quale erano state proiettate le aspettative della ginnastica artistica femminile, la pluricampionessa americana Simone Biles. “Soffro di twisties” aveva dichiarato la giovane ginnasta vincitrice di 25 medaglie totali, il numero più alto nella storia dei campionati del mondo, durante una conferenza stampa per annunciare il ritiro da Tokyo che per molti è rimasto inspiegabile.
 
Il termine inglese. difficile da tradurre in italiano, dà l’idea di qualcosa di contorto che si attorciglia su se stesso, e identifica in ambito clinico una sindrome che induce a smarrimento e senso di vuoto, dissoluzione del senso di spazio e perdita di controllo del corpo. Difficile da immaginare un segno di cedimento per la Biles, considerata colei che ha rivoluzionato la storia di questo sport con figure acrobatiche ed esplosive nel corpo libero mai tentate da nessun’altra.
 
Eppure guardando al passato non è l’unica a essersi trovata a combattere contro i demoni che affollano la mente umana.  Già negli Anni 70 ad esempio un campione del calcio come Gianfranco Zigoni scelse di ritirarsi in convento più che continuare a correre in campo, o uno sportivo all’apparenza infallibile come Marco Van Basten nascondeva. ai tempi in cui allenava l’Az Alkmaar, problemi cardiaci legati al troppo stress.
 
Dal calcio passando al ciclismo, i ritmi serrati e la pressione della vittoria, sono state le principali cause di abuso di cocaina e farmaci da parte di un talento come Marco Pantani, scomparso poi tragicamente in situazioni sospette.
 
Neanche il tennis, sport che impone tecnica e strategia raffinata da costruire a ogni incontro, non ha risparmiato i mostri sacri dal vortice della depressione e del senso di inadeguatezza, come nel caso della numero 2 del mondo Naomi Osaka, che si è ritirata dal Roland Garros a maggio dopo essersi rifiutata di partecipare alle conferenze stampa che seguono a ogni match. 
 
Ansia da prestazione e livello di difficoltà sempre più alto, sono anche alla base di performance deludenti riprese spesso in mondovisione, come è stato per l’idolo di ginnastica del Giappone Uchimura, caduto alla sbarra ed eliminato a Tokyo, oppure anni prima nel 2008 per John Terry nella finale di Champions che scivolò al momento della battuta del calcio di rigore, decretandone la sconfitta.
 
Basta un episodio per vanificare anni di sforzi, di duri allenamenti, di primati raggiunti, un solo incidente di percorso per mettere in discussione una carriera longeva. Lo sa bene anche “lo squalo” del nuoto Michael Phelps, l’atleta di Baltimora con il maggior numero di medaglie olimpiche, che dopo aver affrontato stati depressivi post gara, proprio in questi giorni ha parlato dell’importanza della salute mentali degli sportivi e della fragilità che non rappresenta una condizione di cui vergognarsi.
 
Perché anche i fenomeni possono cedere alla paura o alla condizione fisica non sempre impeccabile, ma imparare ad affrontare il fallimento come occasione di crescita e come spinta per ritrovare la motivazione giusta. A pochi giorni dalla conclusione delle olimpiadi, a sorpresa Simone Biles ha voluto ritornare in gara e partecipare alla finale della trave, quando si pensava che la sua corsa si fosse ormai arrestata.
 
E invece con determinazione da campionessa ha condotto l’esercizio che gli è valso il bronzo sul podio, mostrando al mondo che costanza e controllo superano qualsiasi ostacolo. In fondo non è quante volte si cade a contare, ma come si atterra e soprattutto la prontezza nel rialzarsi.
 
Marita Langella

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