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Spielberg al cinema con la realtà virtuale

Quando Spielberg torna al cinema con la sua regia, l’attesa e il richiamo per il pubblico in sala sono fortissimi. Ready Player One è basato sull’omonimo romanzo di fantascienza di Ernest Cline, scrittore con la passione per il mondo dei videogiochi e per la realtà virtuale, con cui Spielberg ha collaborato per la realizzazione del film. Sodalizio ritrovato con la Warner Bros, a 16 anni di distanza da A.I.-Intelligenza artificiale.

Siamo nel 2045 in una società immaginata al collasso; decadimento, impoverimento e scenari distopici da fine del mondo sono la cornice in cui si muovono i protagonisti. La realtà è talmente degradante da spingersi a cercare un’elusione fittizia in mondi paralleli ai limiti dell’immaginazione. Oasis è uno di questi, un gigantesco videogame inventato dal milionario creativo Halliday, interpretato da un impeccabile Mark Rylance, che alla sua morte lancia una sfida al mondo. Una prova insidiosa da ludopati incalliti alla caccia di montepremi e chiavi di volta nel rompicapo di Oasis.

Il giovane Wade (Tye Sheridan) riuscirà attraverso il suo agile avatar e la sua spiccata capacità di decriptare messaggi e profezie a compiere un’impresa impossibile contro i nemici insidiosi di una potente multinazionale. Il film solleva in primis l’interrogativo allarmante ai tempi dell’iper connessione, e cioè quanto siamo disposti a rinunciare ai rapporti umani e al contatto col mondo esterno per scappare dall’alienazione quotidiana. Vita reale o realtà digitale? Sembra diventare una scelta ormai forzata a cui vengono sottoposti i concorrenti all’interno di un’intricata vicenda che assume contorni più ampi. Perché quella che all’apparenza si presenta come una gara individuale diventerà nel corso della narrazione una riscoperta di obbiettivi perduti. Il gioco di squadra, l’amicizia tra coetanei legati da passioni comuni, l’amore tra adolescenti che si incontrano per la prima volta lontano da un pc e riconquistano il valore dell’approccio fisico e della condivisione.

E se il film abbraccia con le sue citazioni inconfondibili un vasto repertorio cinematografico, dal Signore degli Anelli ad Avatar, King Kong, Il gigante di ferro e Supercar con l’idea di uno straordinario contenitore di diversi generi fantastici, conserva però in maniera chiara un monito più profondo. Abilità in rete e tecnologie sempre più sofisticate non possono sopperire alla mancanza di bellezza a cui si può attingere solo nella vita reale. Un mondo contemporaneo in cui non si comunica più guardandosi negli occhi, è di sicuro più povero e deviato, perché svuotato del suo senso intrinseco di umanità e scambio relazionale.

Marita Langella

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