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Al cinema la dipendenza da Internet: risate amare

Si parla oggi quotidianamente di patologie legate all’uso di Internet. Nomofobia è chiamato il disturbo psicologico che si manifesta quando ci viene impedito di usare il telefonino e i dispositivi a esso legati. Come reagiscono millennials e meno giovani di fronte alla mancata connessione per assenza di copertura di rete, batteria o credito residuo esaurito? Il cinema negli ultimi anni ha captato l’implicazione sociale della questione, raccontandola in chiave tragicomica e con sfumature diverse.

Partiamo da “Beata Ignoranza” di Massimiliano Bruno, in cui i due protagonisti Marco Giallini e Alessandro Gassman interpretano amici all’antitesi tra loro. L’uno recalcitrante all’uso della tecnologia e dei social network, l’altro accanito utilizzatore di selfie, chat e siti di incontri. Come in uno scambio di ruoli, l’uno dovrà emulare l’altro, assumendone stili di vita e comportamenti in una sorta di esperimento per arrivare a disintossicarsi. Dipendenza, vizio e ritrosia si esplicano come in una commedia dell’assurdo in cui solo la riflessione in chiave ironica può gettare luce e suggerire soluzioni.

Ma Internet e social network condizionano oggi anche rapporti sentimentali e dinamiche di coppia. Lo racconta Paolo Genovese nel suo “Perfetti sconosciuti”, successo al botteghino e premiato ai David di Donatello e ai Nastri d’argento, in cui una cena tra amici diventa l’occasione per una seduta terapeutica. Matrimoni scoppiati, legami fittizi e verità mai raccontate vengono alla luce dai contenuti dei cellulari dei commensali, senza più bugie e filtri.

Rivoluzionato il concetto di analisi, siamo noi a dare il via a un percorso complesso di presa di coscienza e cambiamento, suggerisce il film. Il terapista è diventato il nostro amico, compagno o parente che ci induce a fare riflessioni e ad attuare cambiamenti.

Più complessi gli scenari nel mondo giovanile, dove la nomofobia sembra attecchire con facilità e statistiche preoccupanti. I protagonisti del film di Federico Moccia, “Non c’è campo”, sono liceali in gita in un borghetto pugliese in cui la connessione Internet è inesistente. Giovani abituati a guardare ossessivamente lo schermo di uno smartphone e che vivono il difficile esplicarsi delle relazioni umane ai tempi della rete.

Guardarsi negli occhi e comunicare, quando non c’è un nickname a schermarci o un emoticon a raccontare uno stato d’animo, è il traguardo da raggiungere. Stessa tematica applicata però a una famiglia allargata è affrontata nel film “Sconnessi” del giovane regista Christian Marazziti, al cinema in questi giorni.

Un papà, Fabrizio Bentivoglio, scrittore di successo restio all’uso di Internet, riunisce in montagna in occasione del suo compleanno tutta la famiglia. Cellulari e computer in blackout sono il punto di partenza per una convivenza che tra colpi di scena ed episodi grotteschi inducono il gruppo ad avvicinarsi e a relazionarsi superando attriti e incomprensioni.

È proprio il protagonista Ettore a fare una riflessione: tocchiamo lo schermo del cellulare 2.600 volte al giorno quando ce ne occorrerebbero solo 14. Incredibile, vero? Ci preoccupiamo di essere social, iperconnessi, e non riusciamo invece a fare qualcosa di sociale. Il rischio è che alla fine siano gli altri a sconnettersi, non da un dispositivo, ma dal nostro cuore. E a quel punto, a che cosa ci servirà la connessione?

Marita Langella

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