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Rizoartrosi, una malattia altamente invalidante

NAPOLI – Tra le malattie invalidanti della mano, una delle più importanti e gravi è di certo la rizoartrosi. Abbiamo intervistato sull’argomento lo specialista in Chirurgia della mano il Dott. Luciano Cremona.

D. Dottore, può spiegare a chi non è del mestiere cosa è la rizoartrosi e perché tale patologia è considerata invalidante?

R. La rizoartrosi è una malattia invalidante della mano che colpisce l’articolazione trapeziometacarpale. Limita il movimento del primo dito che, come sappiamo, nell’evoluzione, ha consentito di portare il pollice ad essere il momento di passaggio da una mano simile a quella di una scimmiaad una mano umana.

DA quale età sopraggiunge la patologia?

R. Si distinguono disartrosi primitive e secondarie. Le prime sono legate maggiormente al sesso femminile e sono di eziologia sconosciuta, ma si presume siano legate a cause ereditarie. Sopraggiungono, usualmente, a seguito del compimento dei 40 anni. Le seconde sono legate a traumi o a fatti professionali. Si verificano a seguito dell’esposizione all’effetto traumatizzante e dunque a qualsiasi età.

D. Quali sono gli strumenti utili per la diagnosi della malattia?

R. Per la diagnosi è fondamentale l’esame clinico, poiché già da esso si può avere un quadro preciso. Importante è anche il conforto strumentale: anche la semplice radiografia consente la diagnosi; un esame TAC, inoltre, può essere utile nella chiarificazione del trattamento. Vi sono, infatti, diverse tipologie di rizoartrosi.

D. Quale trattamento è necessario per la cura delle forme degenerative?

R. Il trattamento dipende dalla gravità della malattia. Nelle forme iniziali può essere trattata in forma c.d. conservativa, cioè utilizzando farmaci e tutori. La patologia a questo stadio è trattabile con la somministrazione di semplici infiammatori coaudivati dall’uso di tutori statici della mano. Nelle forme più avanzate, invece, i farmaci non sono più sufficienti e si necessita l’intervento di infiltrazioni locali di acido ialuronico o di cortisone. Si può valutare anche l’utilizzo di cellule staminali.

La terapia chirurgica è appannaggio di forme gravi. Quando il soggetto arriva all’osservazione del chirurgo è ormai ad una fase avanzata, in termine tecnico si usa dire sublussata. In questo caso farmaci e tutori non sono abbastanza, è d’obbligo il passaggio ad interventi chirurgici di vario genere. Questi ultimi possono essere di artrodesi dell’articolazione o di utilizzo di protesi (di cui uno dei pionieri è stato Alfred Swanson).

Giorgia Cremona

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