La strage di ragazzini a Crans-Montana ha alimentato, e sta alimentando, un effluvio mediatico che scandaglia tutti gli aspetti della vicenda, secondo le consolidate modalità della cronaca giornalistica.
Trovano ampio risalto le interviste ai familiari delle vittime; le responsabilità dei gestori; la dura botta all’immagine di un Paese noto per il suo rigore in qualsivoglia ambito sociale, buttato alle ortiche con la scoperta della leggerezza nei controlli dei locali pubblici.
Dai numerosi servizi, però, è emerso un dato che va analizzato al di là della semplice narrazione e metta bene in luce le reazioni emotive dei soggetti a vario titolo coinvolti nella tragedia.
Mi ha molto colpito, per esempio, la serenità dimostrata da alcuni genitori, capaci di decantare le qualità di figli bruciati vivi addirittura accennando delicati sorrisi, con voce ferma, solida, quasi distaccata.
Ho sempre sostenuto che seimila anni di storia, almeno in una consistente area dei due emisferi, non ci hanno ancora abituati alla caducità della vita e a fare serenamente i conti con l’unica eccezione al relativismo, soprattutto quando il Tristo Mietitore appare con una temporalità troppo anticipata rispetto a quella ritenuta accettabile, ancorché anche in quest’ultimo caso non capace di lenire il dolore.
Tante cose stanno cambiando alla velocità della luce nella società contemporanea e il comportamento umano riflette questa veloce transizione verso modalità che ci impongono crude riflessioni, senza concedere sconti nemmeno a chi, al di là delle apparenze, stia soffrendo a causa di una terribile tragedia.
Partiamo da un concetto fondamentale: la “serenità” nei lutti pubblici oggi è spesso una messinscena, non un’elaborazione. La propensione a spettacolarizzare ogni cosa sta prendendo il sopravvento anche nella sfera più intima e nei momenti più delicati.
Sempre più diffusamente si sta affermando una sub-cultura che abiura il silenzio, la disperazione muta, il tempo lungo del dolore e addirittura il dolore stesso, che deve mostrarsi composto, narrabile, condivisibile, magari in un video, in una cerimonia “bella”, in una colonna sonora.
Giovani fanciulle, bravi ragazzi che soccorrono amici aggrediti, vengono massacrati in modo inenarrabile, ma i familiari, sia pure invocando giustizia, perdonano i carnefici in diretta televisiva con i corpi delle vittime ancora caldi. È un modo partorito dalla mente e imposto dai nuovi stilemi sociali per sfuggire dalla realtà. Un escapismo portato ai massimi livelli che si allontana dalla sua funzione terapeutica e rischia di sconvolgere gli equilibri esistenziali.
In passato il lutto aveva una grammatica: nero, pianto, sospensione della vita. Oggi ha una regia e al funerale del sedicenne Achille Barosi i familiari intonano un brano del suo cantante preferito, Achille Lauro, pensando di fare una cosa bella.
L’errore dei familiari ci può stare, ma ciò che atterrisce è la condivisione e l’apprezzamento da parte di migliaia di persone raccolte intorno al carro funebre. Possibile che nessuno abbia compreso che andava sconsigliata quella iniziativa?
Un funerale non è uno show, né un atto di fedeltà ai gusti del defunto. È un rito di passaggio per i vivi: serve a collocare una morte insensata dentro un orizzonte che la renda sopportabile.
Il canto funebre, in tutte le civiltà, per i credenti, ha sempre avuto una funzione precisa: non celebrare il morto, ma sostenere i vivi davanti all’abisso. Il Requiem, il Kaddish, i canti popolari, i corali luterani, dicono una cosa sola in forme diverse: questa morte non è l’ultima parola.
“Perdutamente” di Achille Lauro dice l’opposto: la vita è un’esperienza che si consuma e si spegne senza senso. Portarla al funerale di un figlio vuol dire accettare qualcosa di inaccettabile: non c’è nulla da capire, nulla da salvare, nulla da sperare. Questo non è rispetto per il ragazzo: è resa simbolica; non è elaborazione: è collasso culturale.
Viene da chiedersi se si possa parlare di nichilismo o di semplice ignoranza, ma per quanti sforzi si facciano affiora una sola risposta: nichilismo inconsapevole, ossia il più terribile.
Saranno brave persone, i genitori di Achille Barosi, ma altamente deficitari sul piano simbolico, che resta sempre la forma espressiva più incisiva.
I sorrisi diffusi durante “l’esibizione” evidenziano una brutta interpretazione della “trasvalutazione di tutti i valori” che Nietzsche proiettava in senso positivo proprio per superare il nichilismo, non certo per affermarlo in modo così becero.
I genitori di Achille non hanno saputo distinguere tra ciò che consola e ciò che dissolve: hanno preso la playlist del ragazzo e l’hanno portata al funerale come si portano i suoi vestiti. Ma una canzone non è un oggetto: è una visione del mondo.
E quando quella visione dice “niente ha senso”, risuonando sopra una bara, si trasmette un terribile messaggio: è giunto il momento di svuotare un rito millenario dal suo compito.
Quei genitori incarnano una generazione che, davanti alla morte dei figli, non sa più opporre nulla: né Dio, se vi si crede; né senso; né destino; né tragedia; né rivolta. Ci si cela dietro una canzone, tra l’altro pessima, a prescindere dal fatto che non esistono “brani giusti” per l’ultimo saluto a un sedicenne, perito in un locale gestito da adulti incoscienti, e “mal educato”, alla pari di milioni di altri ragazzi, da adulti che non sanno più esercitare, né a scuola né in famiglia, il loro ruolo primario: formare i ragazzi affinché inizino a percorrere i duri sentieri della vita con solide basi.
A sedici anni sarebbe il caso che si restasse a casa con i genitori, durante le feste di fine anno, provando la gioia di un abbraccio con le persone care, donando loro pari gioia in quel clima che dovrebbe esaltare l’unità familiare, rendendola sacra.
Ciò premesso, a sedici anni, si dovrebbe essere già in grado di percepire la gravità di un evento: vedere tanti ragazzini che, invece di scappare, si sono soffermati a filmare il fuoco che si diffondeva alla velocità della luce, la dice lunga non solo sulla loro inadeguatezza alla vita ma soprattutto sulla inadeguatezza al ruolo da parte di chi dovrebbe insegnare loro a vivere nel rispetto di regole ben precise.
Quello che si è visto al funerale di Achille Barosi è una involuzione della civiltà, che ha perso i suoi anticorpi simbolici. Non serviva alcuna canzone: bastava il silenzio, che sa parlare più di qualsiasi altra cosa.
Se poi il rumore del silenzio fosse risultato troppo assordante, si potevano declamare i versi che Victor Hugo dedicò a sua figlia Leopoldine, di soli tre anni più grande di Achille: «Vous qui pleurez, venez à ce Dieu, car il pleure. Vous qui souffrez, venez à lui, car il guérit. Vous qui tremblez, venez à lui, car il sourit. Vous qui passez, venez à lui, car il demeure».
Non per fare catechismo, ché non è certo il mio mestiere, ma per ricordare che, davanti alla morte di un figlio, non ci si arrende al vuoto e se non si ha nessun Dio cui affidarsi, l’abbraccio di un amico è pura medicina per lo spirito e aiuta a non perdersi.
Lino Lavorgna
