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Un viaggio a Santa Maria in Cingla

Nel comprensorio del Comune di Ailano, nell’Alto Casertano, antica terra di insediamenti sanniti, romani e medievali, la storia ha mantenuto quasi intatte le memorie dei suoi antichi possessori. Non mancano testimonianze uniche e preziose per ricostruire una parte importante della nostra identità culturale, soprattutto quella del monachesimo benedettino, capillarmente penetrato nel tessuto geografico, economico, sociale e religioso, diffuso da Montecassino e sviluppatosi nei primi tre insediamenti più importanti di quest’ordine religioso della Longobardia Minor, vale a dire San Vincenzo al Volturno, sant’Angelo in Formis e Santa Maria in Cingla. Quest’ultimo, fondato per volere di Gisulfo II, duca di Benevento e sua moglie Scanniperga intorno al 744 su una chiesa preesistente dedicata a San Cassiano, a sua volta costruita su una villa romana del I secolo d.C., costituiva uno dei più prestigiosi insediamenti monastici femminili dell’epoca, sostenuto dalla famiglia imperiale e dall’abate cassinese, ospitando il fior fiore della nobiltà longobarda. L’importanza che riveste il sito, purtroppo ridotto a pochi resti, è legata soprattutto alle prime testimonianze della lingua volgare in Italia, i famosi placiti o atti notarili che attestavano la proprietà di terreni e fabbricati, in questo caso riferite all’abazia di Montecassino, dalla quale dipendeva Santa Maria in Cingla. Ben due di questi placiti sono riferiti al nostro monastero, soprannominati “di Teano” e risalenti all’ottobre del 963, che recitano in volgare la seguente scrittura: “Kella terra, per kelle fini que bobe mostrai, sancte Marie è, et trenta anni la posset sancte Marie” e il secondo: “Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe mostrai, trenta anni le possette parte sancte Marie”. Nell’846 il sito venne devastato da un’incursione saracena, particolarmente comuni in quel periodo nel ducato beneventano e in tutta l’Italia Meridionale, lasciando il monastero in abbandono per una decina d’anni. Nel 943, una seconda devastazione sembra porre fine all’insediamento monastico di Cingla, ormai troppo vulnerabile e indifendibile per la sua posizione geografica e le monache vennero trasferite a Capua, città fortificata e più sicura. Da quel momento, gli edifici vennero abbandonati e i coloni si trasferirono sulla collina di Ailano. Unico residuo architettonico ancora visibile è l’abside della navata sinistra, parzialmente interrata dai secoli e una serie di marmi scolpiti risalenti al I sec. D.C. e all’Alto Medioevo che affiorano dal terreno circostante. Una considerevole quantità di reperti sono in deposito presso il Museo Campano di Capua.

 

Elena Regina Brandstetter

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