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Museo di Zoologia

Non v’é dubbio che il pezzo forte del museo fondato nel 1813 sia lo strabiliante salone denominato “dei Mammiferi”, lungo 47 metri e largo quasi 10, con due ordini sovrapposti di eleganti armadi in noce di stile neoclassico. In questi ambienti è ospitata la grande collezione dei vertebrati, arricchita da diversi animali rari tra cui spicca il grande scheletro di una balenottera minore appartenente ad un esemplare spiaggiato nel 1846 a Maratea (Potenza) e quello di una balena di tipo Eubalaena glacialis, l’unico esemplare del Mediterraneo di questa specie conservato al mondo in un museo. L’enorme mammifero penetrò nel Mar Grande di Taranto nel febbraio 1877: inseguita ed assediata, la balena fu bersagliata da centinaia di colpi di fucile e di rivoltella. Si arenò e, dopo esser stata imbracata, morì. Della carcassa fu utilizzato il grasso, dal quale si ottennero 3521 chili di “olio di pesce”, mentre lo scheletro e gli organi interni furono acquistati dall’Università di Napoli.
Nel museo s’incontrano anche due impressionanti teste mummificate di coccodrilli del Nilo (datate al 1758), un esemplare di foca monaca catturato nel 1884, l’unico proveniente dal Golfo di Napoli e conservato in un museo, e lo scheletro di un elefante indiano. Curiosa e poco conosciuta la storia di quest’ultimo: Carlo di Borbone ottenne l’animale nel 1742 dal sultano turco ottomano Maometto V, in cambio di alcune lastre di marmo pregiato. L’esemplare fu ospitato nella Reggia di Portici (Napoli) e sopravvisse fino al 1756. Migliaia di persone si recavano a vederlo pagando una mancia al soldato che lo custodiva. L’animale, però, morì prematuramente, e da qui ebbe origine il famoso detto popolare napoletano citato anche da Benedetto Croce: Capora’, è mmuort’ l’alifante! (“Caporale, è morto l’elefante!”), che sta a indicare la fine di una situazione favorevole per il suo custode.

 

Elena Regina Brandstetter

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