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La guerra vera e la guerra delle parole

“Le parole sono importanti”, gridava a squarciagola Nanni Moretti in un celebre film, mentre schiaffeggiava una giornalista stupidotta. Sono importanti perché a volte feriscono più di una spada e a volte disorientano, confondono le idee, spacciano per vero il falso e viceversa.

La libertà di parola è senz’altro una grande conquista per noi occidentali, così scontata, però, che facciamo fatica a comprenderne l’importanza, anche in questi giorni durante i quali, molto più che in passato, prendiamo atto che in Russia è perfino vietato chiamare con il suo vero nome la guerra che si sta combattendo in Ucraina, pena una condanna a quindici anni di carcere.

Accade lo stesso in Turchia, per esempio, dove non è lecito definire con il suo vero nome il “genocidio” praticato dai Giovani Turchi nel 1915, quando sterminarono oltre un milione e mezzo di armeni, e in tanti altri “paesi” (la “p” minuscola  non è un refuso) con grande deficit di democrazia, nei quali sono vietate tantissime cose che per noi occidentali costituiscono quotidiana consuetudine.

Proprio in virtù di quanto sopra esposto dovremmo rispettarla meglio, questa libertà di espressione, che consente, per esempio, a poche decine di migliaia di persone (tra le quali chi scrive), di sostenere senza incorrere in alcun reato penale che il cinema europeo sia qualitativamente superiore a quello statunitense e di essere contestualmente “liberamente” sbeffeggiate da milioni di altre persone che, dopo dieci minuti di visione di un film diretto da uno qualsiasi dei grandi registi francesi, incominciano a grattarsi dappertutto in preda al prurito, o dopo soli cinque minuti di un film di Kieslowski, Wajda, Lean, Branagh, Nolan (non potrò mai dimenticare la faccia di alcuni amici dopo la visione di “Interstellar” e l’imbarazzo nel non riuscire a dichiarare che non avevano compreso nulla), Loach, Jordan, Sheridan, Herzog, Lang, Wenders e tanti altri che non cito per non farla troppo lunga, si ingozzano di “Aspirina” con la testa che scoppia, dedicandosi ad altro.

In Ucraina si sta combattendo una sporca guerra e in Europa si parla, spesso a vanvera, per conciliare l’inconciliabile e sostenere tesi utili solo a non “affaticarsi troppo”, preoccupati di non rinunciare nemmeno a una briciola della propria agiata condizione.

Facciamo chiarezza, in ordine alfabetico.

E – Embargo totale subito.   

Lo chiede con insistenza il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba, ovviamente in piena sintonia con Zelensky. In linea di principio, quando si parla di problematiche internazionali, tendo a evitare di citare le dichiarazioni dei politici nostrani per evitare la confusione tra l’ipocrisia, retaggio delle bieche strategie (tante), e i reali propositi sinceramente espressi (pochi), limitandomi a esporre un pensiero senz’altro soggettivo e quindi opinabile, ma scaturente esclusivamente dai fatti contingenti e libero dai condizionamenti di qualsivoglia natura.

Per questo punto, tuttavia, voglio concedermi una eccezione, citando – a scanso di equivoci – quanto asserito da una persona dalla quale sono distante milioni di anni luce, ritenendo che la sua asserzione risponda a sinceri sentimenti di vicinanza al popolo ucraino e non a biechi calcoli politici, perché di sicuro con la sua frase corre il rischio di perdere più elettori di quanti non possa guadagnarne: «Quante altre Bucha dovremo vedere prima di deciderci a imporre un embargo totale su gas e petrolio russi? Il tempo è scaduto». (Trascrizione in italiano di un tweet pubblicato in inglese dal segretario del PD, Enrico Letta).

L’embargo totale va fatto, indipendentemente dalle restrizioni che da esse scaturiranno, perché si può solo definire vigliacco chi lascia perire un intero popolo, per non rinunciare a una briciola del proprio benessere. È appena il caso, quindi, di aggiungere quanto asserito anche da un’altra persona da me ancora più lontana, il presidente Draghi, che pone un interrogativo non meno eloquente: «Volete la pace o l’aria condizionata?»
E gli altri? A coloro che scrivono e fanno scrivere a caratteri cubitali sui giornali che non si può rinunciare a nulla di ciò che ci siamo guadagnati, che non possiamo rinunciare al nostro stile di vita, alle case iper-riscaldate d’inverno e iper-raffreddate d’estate; a coloro che sbeffeggiano nei social Zelensky per l’interpretazione nella fiction recentemente trasmessa da “La7”, dimostrando di guardare il dito mentre si indica la luna, che cosa si può dire? Nulla. Perché anche dire loro semplicemente “vergognatevi” significherebbe conferire dignità interlocutoria alle loro parole. Ma le parole sono importanti e vanno utilizzate “cum grano salis”. Per loro basta e avanza il silenzioso disprezzo.

G – Genocidio

Tanti autorevoli giuristi e pseudo tali si stanno affannando a spiegare che il termine “genocidio” non è “legalmente utilizzabile”, perché ciò è possibile solo quando sia dimostrabile “l’intenzione di distruggere un gruppo come insieme”.

Per questi soggetti, quindi, dire che “l’Ucraina non esiste e non è mai esistita” come Stato, definire tutti gli ucraini dei nazisti e massacrarli sia negli scontri armati in una guerra “illegale” sia con le torture ai civili, lo stupro e la barbara uccisione eloquentemente testimoniata dai filmati che stiamo vedendo tutti, non è genocidio.
Già troppo lungo questo paragrafo. Lo chiudiamo mandandoli tutti a quel paese, con invito a restarci a lungo, perché non è proprio il caso di perdere tempo a confutare le loro scemenze. Maiora premunt.

M – Mandato di cattura internazionale per crimini di guerra.

Zelensky ha chiesto espressamente un nuovo processo di Norimberga a carico di Putin e dei suoi complici, a livello politico e militare.  

Tutti a dire che non è possibile perché la Russia non ha mai ratificato il trattato che ha istituito la Corte penale internazionale, che punisce i crimini commessi dalle singole persone. Idem per l’altro Organo che si occupa dei crimini di guerra, la Corte internazionale di giustizia, i cui verdetti devono essere ratificati dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite “all’unanimità”: la Russia, membro permanente del Consiglio di sicurezza, voterebbe “no” vanificando la sentenza.

La Corte penale internazionale, tuttavia, può incriminare Putin, i membri del governo che lo hanno sostenuto nell’attacco all’Ucraina e i militari che abbiano eseguito gli ordini di attaccare uno Stato sovrano, perpetrando un vero e proprio genocidio, emettendo un mandato di arresto internazionale.

  1. Ovviamente l’arresto non potrebbe essere materialmente eseguito “in Russia”, ma tutte le persone destinatarie del provvedimento non potrebbero “mai” recarsi all’infuori dei confini nazionali (eccezion fatta per pochi paesi) pena l’immediato arresto. Non è cosa da poco perché ciò potrebbe creare i presupposti per un “sommovimento” interno. In ogni caso il gesto avrebbe un alto valore simbolico oltre che piena legittimità giuridica in funzione di tutto ciò che sta accadendo.   

P – Papa Francesco.

Corri in Ucrania, Papa Francesco. Corri in fretta, a Kharkiv e non a Kyiv, perché è lì che si stanno per perpetrare nuovi massacri. Ergiti al cospetto dei carri armati  del tiranno, così come fece Leone I al cospetto di Attila, e fermali intimando quel “vade retro Satana” di antica e nobilissima memoria,  mostrando agli invasori  quella bandiera donata dai bambini da te amorevolmente accolti, con i colori di uno Stato sovrano che non può, non deve e soprattutto non vuole diventare vassallo di chi ha spostato all’indietro le lancette della Storia.

Mi fermo qui, “saltando” molte altre “lettere dell’alfabeto” non meno importanti, ma molto più complicate da far digerire, perché sarebbe già grasso che cola riuscire a far accettare quelle succitate.

                                                                           Lino Lavorgna

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