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Il Papa in Iraq: riflessioni sulle colpe dell’Occidente

Iniziata ieri la visita di papa Francesco nel Paese da cui partì il patriarca Abramo,  padre dei popoli. Prima di salire a bordo dell’Airbus A330 dell’Alitalia, il Papa ha incontrato dodici rifugiati iracheni ospiti della Comunità di Sant’Egidio e dalla Cooperativa Auxilium, accompagnati dall’Elemosiniere, cardinale Konrad Krajewski.

Subito dopo ha fatto pervenire un messaggio al presidente Mattarella: “Nel momento in cui lascio Roma per recarmi in Iraq pellegrino di pace e di fraternità tra i popoli, mi è gradito rivolgere a lei, signor presidente, il mio deferente saluto, che accompagno con fervidi auspici di serenità e prosperità per il caro popolo italiano”.

Il Presidente, a sua volta, ha replicato con un messaggio di ringraziamento: “Realizzando un proposito che San Giovanni Paolo II non poté attuare, la Sua presenza in Iraq rappresenta per le martoriate comunità cristiane di quel Paese e dell’intera regione una concreta testimonianza di vicinanza e di paterna sollecitudine”.

Giunto a Baghdad ha incontrato nel Palazzo presidenziale le autorità politiche e religiose, i rappresentanti della società civile e i membri del corpo diplomatico. Nel discorso di esordio, dopo aver espresso al presidente  Barham Ahmed Salih Qassim la gratitudine per l’invito a compiere la visita apostolica nel Paese “culla della civiltà strettamente legata, attraverso il patriarca Abramo e numerosi profeti, alla storia della salvezza e alle grandi tradizioni religiose dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam”, si è prodotto in un excursus storico ricordando le sofferenze provocate dal terrorismo e dai conflitti settari “spesso basati su un fondamentalismo che non può accettare la pacifica coesistenza di vari gruppi etnici e religiosi, di idee e culture diverse”.

Il viaggio del Papa offre lo spunto per ricordare le responsabilità dell’Occidente nella destabilizzazione del Medio Oriente, che portarono alla nascita dell’ISIS, a una feroce recrudescenza del terrorismo islamico, al massacro dei cristiani, questi ultimi costretti ad abbandonare le case e i beni per rifugiarsi, in condizioni disagevoli, nel vicino Kurdistan iracheno, entità federale autonoma dell’Iraq.

Le armi atomiche di Saddam: la madre di tutte le bufale.

Premesso che la responsabilità maggiore della Seconda Guerra del Golfo va imputata a Tony Blair e George Bush Jr., con peso maggiore per l’ex presidente USA, non può essere sottaciuto il peso dei servizi segreti italiani, come ben riportato in un articolo su Repubblica del 24 ottobre 2005, a firma di Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, in un secondo articolo sempre su Repubblica, il 3 novembre 2005, a firma di D’Avanzo, reiterati in numerosi successivi servizi pubblicati dal settimanale “L’Espresso” e dai media di altri Paesi. 

In buona sostanza, uno strambo e buffo ex capitano del SISMI (i vecchi servizi segreti militari, sostituiti nel 2007 dall’AISE), allontanato tra il 1976 e 1977   per  “difetti di comportamento”, arrestato nel 1985 per estorsione e nel 1993 a causa di assegni rubati, nel 1999, non si sa come, risulta ancora tra i “collaboratori” del SISMI.

Sicuramente a causa dei troppi film di spionaggio visti, decide di dedicarsi al pericoloso gioco del “doppiogiochismo”, facendosi assoldare anche dall’intelligence francese: vende ai francesi notizie sugli italiani e agli italiani notizie raccolte dai i francesi.

Avendo bisogno di soldi, grazie a complicità e a eventi qui omessi per amor di sintesi, inizia a mettere a punto il “pacco” delle armi di distruzione di massa con uno strampalato dossier nel quale si parla di un protocollo d’intesa tra i governi del Niger e dell’Iraq per la fornitura di uranio dal primo Paese al secondo, facendo addirittura confusione nell’indicazione dei ministri.

Lo 007 italiano vende la bufala ai francesi e ne ricava un po’ di soldini che va a spendere gaudente in Costa Azzurra, sua meta turistica preferita. “Fino a questo punto – scrive D’Avanzo – siamo a una truffa degna di Totò, Peppino e la Malafemmina”.

Truffa innocua perché i francesi prendono quelle carte e le gettano nel cestino, avendo appurato subito la loro inconsistenza:  a prescindere dall’ottima conoscenza del paese francofono, non possono non considerare che in nessun rapporto serio, redatto da un agente segreto scrupoloso, sarebbe emersa la cantonata di confondere un ministro con un altro.

Tutto finito, quindi? Macché! Purtroppo arriva quel tragico 11 settembre 2001 e Bush incomincia a pensare che è giunto il momento di chiudere la partita con Saddam, lasciata a metà da suo padre che, dopo aver vinto la guerra nel 1991, gli consentì di restare al potere.

Per scatenare una guerra, però, vi è bisogno di un alibi e così Bush cerca di coinvolgere Saddam nell’attentato alle Torri gemelle, nonostante  per la CIA e non solo fosse ben chiaro che l’unica responsabilità ricadeva su Al Qaida. I governi alleati vengono subissati di richieste per reperire prove contro Saddam.

In Italia il capo del Governo è Berlusconi, che chiede al neo direttore del SISMI, Nicolò Pollari, di creare le premesse affinché si dia una mano a Bush e l’Italia possa ritagliarsi un ruolo importante sullo scenario internazionale. Richieste sempre più pressanti arrivano anche dal capo della Cia a Roma, Jeff Castelli: servono prove contro Saddam e servono subito.

La Casa Bianca stressa la Cia affinché le trovi: “L’assenza delle prove non è la prova dell’assenza”,  filosofeggia Donald Rumsfeld, segretario della Difesa USA. In questo clima di caccia alle streghe al SISMI si rendono conto che il venditore di fumo Martino e i suoi complici che lo hanno coadiuvato nella stesura del dossier (cestinato due anni prima dai francesi, è bene ricordarlo) possono ritornare utili. Il dossier viene inviato ai potenti ed efficientissimi servizi segreti inglesi (MI6), con la precisazione che proviene da “fonte attendibile”.

E così inizia l’escalation. Per correttezza va precisato che, nel febbraio 2006, con una lunga relazione del comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di stato, presieduta dal deputato Enzo Bianco, si tentò di smentire il coinvolgimento del SISMI come prima fonte della bufala.

Fatto sta che Toni Blair, capo del governo inglese, informa subito Bush, il quale non può credere ai suoi occhi: finalmente ha le prove che Saddam si sta armando con armi di distruzione di massa grazie alla fornitura assicurata dal Niger!  Nella Cia, però, vi è una solerte agente, Valerie Plame, che si occupa proprio della proliferazione delle armi di distruzione di massa. Ha molti collaboratori sotto copertura in Iraq e sa bene che Saddam non ha nemmeno i tric trac per le festività di fine anno! Il caso vuole che sia sposata con Joseph Wilson, che conosce il Niger come le sue tasche avendovi svolto il ruolo di ambasciatore per molti anni.

Appresa la notizia si fa una risata colossale, ben sapendo come sia impossibile che delle forniture di uranio o di qualsiasi altro materiale utile a costruire armi atomiche possano sfuggire ai rigidi controlli, ufficiali e non, considerati i sofisticati mezzi a disposizione dei governi occidentali.

Nondimeno la moglie gli chiede di andare ad indagare in Niger e l’ex ambasciatore, con il pieno assenso del governo e della Cia (attenzione a questi dati) si reca nel Paese africano dove non può fare altro che trovare piena conferma delle sue supposizioni.

Ritorna negli USA, redige un rapporto e tranquillizza tutti: non vi è stata nessuna vendita di materiale utile alla fabbricazione di armi micidiali. Le notizie ricevute da Bush sono da considerare destituite di ogni fondamento! Bush, però, ha proprio voglia di farla quella guerra, per ragioni che nulla hanno a che vedere con il terrorismo (questo è un altro discorso e magari ne parliamo un’altra volta) e pertanto ignora il rapporto di Wilson.

Nel mese di agosto 2003 organizza una squadra per “condizionare” l’opinione pubblica sulla necessità di punire Saddam. Milioni di persone si convincono che il tiranno di Baghdad c’entri anche con l’attentato dell’11 settembre 2001.

La guerra viene sempre più percepita come utile e ineluttabile. Alla Cia Valerie Plame si affanna per convincere i superiori che stanno prendendo un grosso abbaglio ma, come spesso succede in simili circostanze, tutti fanno spallucce: nessuno ha voglia di inimicarsi il Governo e il Pentagono perché la carriera viene prima di tutto.

Si arriva, quindi, al 28 gennaio 2003, quando Bush, nel discorso sulla Stato dell’Unione, pronuncia le fatidiche sedici parole bugiarde: “The British government has learned that Saddam Hussein recently sought significant quantities of uranium from Africa”.

Il 20 marzo 2003 gli USA attaccano l’Iraq e nel luglio successivo l’ex ambasciatore Wilson, in un editoriale sul New York Times, rivela che le prove addotte da Bush sono una bufala. La guerra, però, oramai non si può più fermare. Vanno fermati, invece, Wilson e sua moglie, costretta ad abbandonare la Cia dopo che la Casa Bianca rivelò pubblicamente il suo ruolo, bruciandola.

La guerra in Iraq costò tredicimila morti alla coalizione internazionale; venticinquemila furono i soldati iracheni uccisi; 1.220mila le vittime civili. Nel dicembre 2003 Saddam fu catturato e dopo tre anni di prigione fu impiccato.  

Nel  maggio 2003, intanto, Lewis Paul Bremer,  che governava l’Iraq in nome e per conto di George Bush, emise due decreti: messa al bando del partito Baath (quello di Saddam) e smantellamento dell’esercito.

Oltre quattrocentomila militari si trovarono esclusi da ogni ruolo e privati anche del trattamento pensionistico. Il risentimento fu forte e costoro iniziarono a organizzarsi in gruppi paramilitari, ostili agli USA, ai loro alleati e al governo Scita imposto dall’Occidente. Ecco nascere quindi i primi germi del futuro Stato Islamico, che dopo alcuni incisivi “prodromi”, vedrà la luce ufficialmente il 29 giugno del 2014, con la proclamazione di Abu Bakr al-Baghdadi a Califfo dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.

Il Papa nella chiesa colpita dalla furia omicida dei terroristi islamici

Dopo il discorso nel Palazzo presidenziale il Papa si è recato nella cattedrale di Nostra Signora della Salvezza, dove ha ricordato l’attentato del 2010, che provocò quarantotto morti e oltre cento feriti. Toccanti le sue parole: “La loro morte ci ricorda con forza che l’incitamento alla guerra, gli atteggiamenti di odio, la violenza e lo spargimento di sangue sono incompatibili con gli insegnamenti religiosi”. Toccanti per tutti ma non per i potenti della Terra, purtroppo.

                                                                           Lino Lavorgna

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