Professionisti, i nuovi strumenti per la gestione della crisi, il sovraindebitamento e la mediazione civile
25 Settembre 2017
Marciani: “Destinati 14 mln per la formazione”
27 Settembre 2017
Mostra tutto

Barcellona e Madrid, alle radici della ribellione

I media si stanno occupando delle ultime vicende spagnole, di una Barcellona scesa in maniera piuttosto compatta per le strade al grido “democrazia e libertà”. Analizzare i termini di quello che è da sempre stato denominato come indipendentismo catalano o catalanismo, e cioè la volontà di rendere la Catalogna uno Stato a se stante dal resto della Spagna, è complesso perché ha radici e cause lontane .

E mentre l’opinione pubblica si spacca tra possibilisti e proibizionisti, il dibattito dilaga, i toni non accennano a stemperarsi e il braccio di ferro tra governo centrale madrileno e istituzioni locali catalane prosegue con acredine. Lo statuto spagnolo prevede regioni a carattere autonomo con un proprio Parlamento e un proprio governo, di fatto la Catalogna con la sua Generalitat, vanta una propria identità politica, culturale e linguistica chiara.

Il Catalano è riconosciuta al pari del castigliano una lingua a tutti gli effetti che viene preservata gelosamente da una popolazione che ne riconosce diversità e dignità storica. Alle ultime elezioni di un anno fa, la coalizione Junts pel sì (uniti per il sì), ha vinto cavalcando proprio questa istanza di auto affermazione, di rivendicazione identitaria di un popolo o di una parte almeno, creando il terreno fertile per le consultazioni del voto referendario in programma il primo ottobre. E se i fatti ultimi parlano chiaro, dalla sentenza della Corte costituzionale che boccia la manovra, agli arresti effettuati presso le sedi regionali catalane, Madrid continua ad assumere atteggiamenti di chiusura verso un fenomeno ritenuto pericoloso, sovversivo oltre che illegittimo.

Perché qui si tratta di uno scontro ideologico in primis, di una battaglia culturale prima che politica. Da un lato la capitale, incarnazione di regalità, folclore, tradizioni iberiche, impegnata a difendere i valori comunitari europei, dall’altra parte la Barcellona borghese e liberale, che è cresciuta sensibilmente negli ultimi decenni. Una città che vanta un milione e seicentomila abitanti (undicesima in Europa per densità di popolazione) oltre che il porto commerciale e turistico più importante di Spagna, la città del multi etnismo, del divertimento facile, dell’apertura mentale e culturale, dell’incontro di diverse generazioni a confronto.

Meta di milioni di turisti ogni anno, la Catalogna contribuisce da sola al 20% del prodotto interno lordo spagnolo, con un reddito pro capite dei cittadini che stacca di diversi punti il resto del Paese. Le ragioni economiche non bastano tuttavia a spiegare il Catalanismo che ha radici storiche più profonde e che forse interpreta la volontà di un popolo che si sente inascoltato, che non riesce o non vuole dialogare con la rigidità delle istituzioni centrali, che ha dovuto faticosamente riappropriarsi di una sua connotazione e ragion d’essere dopo quarant’anni di dittatura Franchista e dopo la Guerra Civile. È un fenomeno quello catalano sentito e portato all’estremo prima da una fetta consistente di cittadini, attraverso associazioni di ogni tipo nate dopo gli anni Cinquanta, che dalle istituzioni portavoci di un malessere dilagante.

L’Italia guarda ai fatti di Spagna con cauto scetticismo e con una visione forse parziale degli eventi. Di sicuro dovremmo riflettere su quanto in scenari di estremismi dilaganti anche in altre realtà geopolitiche, preoccupanti perché instillano odio e divisioni col tempo insanabili, ci sia sempre più bisogno di creare punti di incontro e raccordo tra diversità che devono trovare una formula per la convivenza e il dialogo.

Marita Langella

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *