ISTAT: L’economia non osservata nel Sud costituisce il 16,5% del valore aggiunto
Nel Mezzogiorno si registrano i valori più elevati per quanto riguarda l’economia non osservata. Secondo i dati forniti dall’ISTAT, nel 2022, l’ultimo anno per cui sono disponibili informazioni, l’economia non osservata, che è la somma delle economie sommersa e illegale, ha contribuito per l’11,2% al valore aggiunto complessivo del Paese.
Le componenti più significative sono il valore aggiunto occultato attraverso la dichiarazione dei redditi aziendali (5,6%) e il lavoro irregolare (3,9%); mentre le attività illegali, le mance e il valore dei canoni non dichiarati hanno influito nella misura dell’1,8%. Pertanto, l’incidenza sul prodotto interno lordo, lievemente incrementata rispetto all’anno 2021, ha raggiunto il 10,1%.
L’economia non osservata – informa l’ISTAT che ha pubblicato le statistiche economiche territoriali – ha una rilevanza notevole nel Sud, dove costituisce il 16,5% del valore aggiunto, seguita dal Centro con l’11,6%. Invece, l’incidenza è sensibilmente ridotta nel Nord-est (9,3%) e nel Nord-ovest (8,8%), risultando inferiore alla media nazionale.
Nelle diverse aree territoriali si ribadisce un’ampia variazione nell’importanza delle tre componenti dell’economia non osservata, come già rilevato a livello nazionale. Ovunque prevale l’effetto della sotto-dichiarazione; questa raggiunge il massimo livello nel Mezzogiorno (7,7% del valore aggiunto), mentre è più bassa nel Nord-ovest (4,6%).
Anche la proporzione di valore aggiunto derivante da lavoro irregolare è particolarmente significativa nel Mezzogiorno (6,2%). Tale incidenza si allinea alla media nazionale nel Centro (3,9%), risultando inferiore di circa un punto percentuale nelle altre due aree (3% e 2,9%, rispettivamente nel Nord-est e nel Nord-ovest).
A livello regionale, la percentuale dell’economia non registrata è massima in Calabria, pari al 19,1% del valore aggiunto totale, e minima nella Provincia autonoma di Bolzano/Bozen (7,7%).
Puglia (8,5%), Calabria e Sardegna (con entrambe al 7,7%) mostrano le quote più elevate di rivalutazione del valore aggiunto non dichiarato, mentre le quote più basse si registrano nella Provincia autonoma di Bolzano/Bozen (3,1%) e, a seguire, nella Provincia autonoma di Trento (3,7%) e in Lombardia (4,1%).
Il peso del lavoro non dichiarato derivante dall’uso di input lavorativi irregolari è notevolmente alto in Calabria (7,9% del valore aggiunto), Campania (6,8%) e Puglia (6,2%); le percentuali più basse si riscontrano in Lombardia (2,7%), nella Provincia autonoma di Bolzano/Bozen e in Veneto (2,8% per entrambe) e in Friuli-Venezia Giulia (3%).
Infine, l’attività illegale e le altre parti dell’economia non registrata mostrano un’incidenza sul valore aggiunto che varia dall’1,2% della Lombardia fino al 3,5% della Calabria.
Ciro Di Pietro
