Ci sono bambini che imparano a riconoscere il rumore delle chiavi prima ancora di saper leggere. Bambini che chiamano “casa” una stanza dietro le sbarre, che crescono circondati da mura alte e corridoi grigi. Sono i figli delle detenute, vittime silenziose di un sistema che continua a punire oltre la persona condannata.
In Italia centinaia di donne sono recluse con i propri figli piccoli. La legge prevede misure alternative alla detenzione, come le case famiglia protette o gli Icam (Istituti a custodia attenuata per madri), ma i posti sono pochi, insufficienti, spesso inesistenti in molte regioni. Il risultato è che molti bambini trascorrono i primi anni di vita in carcere.
Una contraddizione evidente: lo Stato proclama di tutelare l’infanzia, ma consente che l’infanzia cresca dietro le sbarre.
Gli esperti parlano chiaro: lo sviluppo psicologico ed emotivo di un bambino risente fortemente dell’ambiente in cui vive. Il carcere non è e non potrà mai essere un luogo a misura di minore. Anche quando gli spazi vengono “addolciti” con colori e giochi, resta una prigione.
E poi c’è il dolore delle madri. Donne che hanno sbagliato, sì, ma che continuano a essere madri. Donne che vivono con il peso di sapere che la loro pena ricade anche su chi non ha alcuna responsabilità.
Il tema non è giustificare i reati, ma interrogarsi sul senso della pena. Deve essere solo afflizione o anche recupero? Deve distruggere legami o provare a salvarli?
Molti Paesi europei investono seriamente su strutture alternative, su percorsi di reinserimento, su supporto psicologico e sociale. In Italia, invece, si procede a macchia di leopardo, tra annunci e buone intenzioni raramente seguiti da fatti.
Mamme e figli in carcere rappresentano una ferita aperta nel nostro sistema di giustizia. Una ferita che parla di diritti calpestati, di politiche carenti, di una società che spesso preferisce non vedere.
Gelsomina Russo
