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La maledizione della Queen Mary, al cinema l’horror sulla nave più inquietante di sempre

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In passato, decidere di viaggiare in nave era una scelta piuttosto consueta, nonostante le condizioni di sicurezza fossero alle volte precarie, se non del tutto affidate alla sorte. Citando l’esempio più famoso di tragedia su transatlantico, e cioè il Titanic, si comprende facilmente che l’esperienza di un viaggio in nave era molto simile a quello di una lunga permanenza all’interno di un lussuoso albergo.

Molte di queste enormi navi, arrivavano ad ospitare i propri passeggeri anche per periodi di tempo molto lunghi, come settimane se non mesi. Le tratte interessate erano, nella maggior parte dei casi, infinite, navigando da continente a continente.

Tuttavia, sovente accadeva che questi giganteschi mezzi di trasporto fossero teatri di scene del crimine, se non addirittura massacri. Il regista irlandese Gary Shore, torna a realizzare un film per il grande schermo, dopo un’assenza dalle scene di ben nove anni, e stavolta si dedica in modo esclusivo al genere horror. O per lo meno ci prova.

Nel lontano 2014, Shore diresse il suo personale e adrenalinico vampiro in Dracula Untold, più attento ad un aspetto visivo sorretto da una ingombrante CGI e poco incline a raccontarci aspetti inquietanti e macabri del noto principe delle tenebre. Ora, siamo distanti da quell’impronta fantastica tendente all’azione, ma comunque vicini all’idea che probabilmente il genere horror non sembra appartenere troppo a questo autore.

Nel film, si parte con la cronaca della vicenda accaduta nel 1938, anno in cui all’interno della maestosa Queen Mary, avvenne un efferato omicidio. Un uomo, uccise brutalmente la moglie e la figlia, accanendosi con un’ascia anche contro alcuni testimoni dell’accaduto. Una storia maledetta, tramandata sotto forma di leggenda nel corso degli anni, tanto da dare origine a visite guidate e tour del soprannaturale all’interno della nave.

E veniamo ai giorni nostri, quando la famiglia Calder decide di visitare, assieme al figlio Lukas, la Queen Mary in cerca di informazioni e testimonianze utili alla stesura di un libro. Il tour non va come sperato, il piccolo Lukas resta vittima di un inquietante possessione e sparisce, rapito dagli spiriti della nave. Da qui ha inizio un’incessante ricerca del piccolo, tra incubi notturni e visioni agghiaccianti.

Apparentemente il film evidenzia tutti quei requisiti capaci di definire storie come questa, un archetipo di genere: una maledizione, un luogo infestato, personaggi in trappola, una terribile catena da spezzare. Eppure qualcosa non funziona, il film non spaventa e, cosa ancora più irreparabile, non arriva neanche a suscitare curiosità. Questo perché la sciatteria si paga sempre con un risultato dozzinale e inconcludente, soprattutto se il discorso è rivolto ad un racconto dell’orrore.

Disporre di una leggenda realmente avvenuta e poco nota ai più, è un enorme vantaggio nonché un’occasione rara per strutturare secondo la propria chiave di lettura, una storia con delle basi ben precise. E invece, come al solito, si ragiona in termini capitalistici, sperando di strappare qualche biglietto in più data la penuria di titoli di genere e di non puntare sulla qualità di un prodotto.

Il regista confeziona in questo senso un film che annoia, fa inorridire fino all’inverosimile per la sua oppugnabilità, tanto da indurre lo spettatore al conto alla rovescia per i titoli di coda. Se da un lato il panorama horror cerca di scrollarsi di dosso la snervante etichetta di cinema di serie b (grazie ad autori come Aster e Flanaghan), dall’altro resta sempre vittima di un vizio di forma, rintracciabile nella produzione incessante di spazzatura a basso prezzo per facili guadagni.

Giada Farrace

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