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Il sonno della ragione genera mostri. Fermiamo i mostri

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“I sogni muoiono all’alba”, scrisse Indro Montanelli, nel 1956, in una celebre pièce teatrale poi trasformata in un bellissimo film, dopo aver assistito alla feroce repressione del popolo ungherese che aveva osato ribellarsi alla dominazione sovietica.  Chi sogna ad occhi aperti, tuttavia, può vedere i propri sogni svanire a qualsiasi ora e ieri sera, 22 marzo, chiunque avesse sognato che l’Isis si fosse dissolta nel tempo come le famose lacrime nella pioggia in Blade Runner, ha ricevuto la classica sberla in faccia che riporta alla realtà.

In primis, pertanto, giungano i sensi del più profondo cordoglio ai familiari delle vittime perite nell’attentato al Crocus City Hall di Mosca: occorre restare umani e il disgusto per la perversione dei governanti non deve coinvolgere un intero popolo. Cerchiamo di capire, poi, cosa significhi questo attentato e quali riflessioni imponga.

In queste ore, come sempre accade in simili circostanze, ciascuno spara le proprie sentenze, ancorandole non tanto a una (impossibile) serena analisi ma al condizionamento mentale che scaturisce dai convincimenti preconcetti. Sia le autorità russe sia i putiniani de noantri disseminati nel globo terraqueo, manco a dirlo,  non hanno perso tempo nell’imputare a Zelensky l’attentato, salvo poi essere smentiti dalla quasi immediata rivendicazione dell’Isis. (Chi si loda s’imbroda, lo so, ma non riesco a fare a meno di affermare che vedendo le immagini dalle quali trasparivano chiaramente le modalità dell’attacco ho subito pensato a loro e a nessun altro. Per ragioni che è inutile sottolineare, infatti, il coinvolgimento ucraino può essere sostenuto solo dai complici a tutto tondo di Putin, che quindi mentono sapendo di mentire, o da chi sia affetto da cretinismo congenito). 

Non manca, per la verità, chi si esprime con termini diametralmente opposti. Andrei Nechacev, 71 anni, è uno che conosce bene il “sistema Russia”, essendo stato ministro dell’Economia negli anni Novanta e membro del Comitato di sicurezza nazionale quando governava Eltsin. “Se lo conosci lo eviti”, recita un vecchio proverbio e Nechacev, conoscendo bene Putin, ne è un fiero avversario. Sia pure pesando le parole col bilancino del farmacista,  rispondendo alle domande di Fubini (Corriere della Sera) che gli faceva notare come Putin in passato abbia usato simili attentati per ridurre gli spazi di democrazia e compattare la popolazione dietro di sé, ha dichiarato testualmente: «Non sono in condizione di saperlo , ma probabilmente questa è un’ipotesi veritiera».

Che Putin sia capace di questo e altro è un dato di fatto conclamato, ma in questa circostanza faccio fatica a pensare a un suo coinvolgimento diretto: a pochi giorni dalle elezioni “farsa” e dopo due anni di una guerra che secondo le sue intenzioni si sarebbe dovuta concludere in 48 ore, l’attentato è un duro colpo anche per lui.

Ritengo più plausibile, invece, che l’Isis abbia scelto il momento giusto per colpire al cuore il nemico che ieri era alleato dei governi occidentali nella lotta al Califfato e oggi continua ad ostacolarlo nel pur velleitario sogno di fondare uno Stato che comprenda, oltre a cospicue fette di territori iraniani, afgani e pachistani, anche il Turkmenistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan, ossia gli Stati dell’ex Unione Sovietica che popolano i sogni imperialisti di Putin. Non a caso, infatti, Putin ha effettuato il primo viaggio dopo l’invasione dell’Ucraina proprio in Tagikistan e Turkmenistan. Fa aggio a questa tesi la notizia diffusa dai media relativa all’alert comunicato dall’Intelligence statunitense a Putin su un possibile attacco dell’Isis in luoghi affollati. Allarme sottovalutato, evidentemente, considerato anche il ritardo con cui sono intervenute le forze speciali sul luogo dell’attentato.

Anche questa, comunque, è una supposizione pronunciata con i corpi delle vittime ancora caldi, non suffragata da prove concrete: solo in futuro, forse, si potrà sapere come siano andate effettivamente le cose.

Che il male funga almeno da lezione.

Ora “dobbiamo” solo renderci conto – ancorché, sia detto con chiarezza, con terribile ritardo – che non è possibile tergiversare oltre.

Gli intrecci tra realtà belliche, folli velleitarismi, terrorismo, irrefrenabile odio tra Israele e Palestina, rapporti complessi tra Paesi alleati che covano nel proprio ambito serpi velenose in combutta con i nemici (ogni riferimento a Orban e ai putiniani di casa nostra è puramente voluto), la deriva statunitense verso un baratro che potrà coinvolgere anche una buona fetta dell’umanità, i rischi della crescente influenza cinese nella geopolitica planetaria, il caos in Africa e, soprattutto, la DEBOLEZZA di un’Unione Europea guidata da mediocri governanti e da burocrati incapaci di guardare oltre la mezzanotte di uno stesso giorno, anche perché intenti solo a preservare il loro potere per i giorni successivi, ci obbligano a svegliarci dal lungo sonno, perché, se così non fosse, non solo saremo divorati presto dai mostri già in azione, ma ci trasformeremo anche noi in mostriciattoli infami.

Lo sforzo maggiore, a fronte delle debolezze della politica, deve essere compiuto proprio da chi, avendone la capacità e la possibilità, possa fungere da stimolo per azioni che, “partendo dal basso”, riescano a determinare svolte importanti “in alto”.

In Italia è presente una cospicua comunità russa. Sicuramente, come del resto si è visto anche in occasione delle recenti elezioni nella madre patria, non mancano i sostenitori di Putin; molto più numerosi, però, sono i russi che lo vedono come il diavolo. Occorrerebbe coinvolgerli mediaticamente, organizzare degli eventi associandoli agli esuli ucraini per spiegare “bene” cosa sia la Russia oggi. E poi fare in modo che in Russia arrivino queste notizie. Checché ne dicano tanti osservatori, la maggioranza del popolo russo non è “putiniana”, è solo “abbagliata” dalla propaganda di regime. Non è stato sempre così, forse, in ogni regime che obnubili l’informazione e la manovri a proprio vantaggio? Non ci hanno insegnato nulla le scene dei soldati che entrano in cabina elettorale? O per meglio dirlo: c’era bisogno di vedere questo per “capire” il clima di terrore e la confusione che pervadono un intero popolo, al netto delle poche decine di migliaia di convinti sostenitori del regime per interesse personale?

Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io.

A conclusione di questo articolo non posso mancare di manifestare il mio stupore, frammisto a tanto dolore, per ciò che ho scoperto, mio malgrado e con sommo rammarico, in questi ultimi due anni. Per decenni ho intessuto rapporti cordiali, quando non di intensa amicizia, con intellettuali, accademici e studiosi in funzione di un idem sentire mai scalfito dalle inevitabili diverse opinioni su aspetti sociali di non primaria importanza. Non è stato bello, pertanto, apprendere che queste persone siano schierate senza se e senza ma con Putin, sostenendo le proprie tesi con arrampicature sugli specchi che lasciano sgomenti. La pur legittima avversione per il “sistema americano” (da chi scrive – sia ben chiaro – denunciato in decine di articoli), non giustifica certo la scelta di campo avverso, perché ciò denota una incapacità di leggere il tanto grigio che separa il bianco dal nero.

Uno di loro, docente in una prestigiosa università e direttore di due riviste culturali da oltre mezzo secolo, ha addirittura negato le responsabilità di Putin nella triste sorte di Navalny, senza peraltro affermare come e perché sia morto il dissidente russo. Tesi condivisa da molti personaggi che per anni hanno goduto del mio rispetto. Senza rancore, amici cari, le nostre strade si dividono. Siamo in guerra e io “continuo” a combattere dalla parte giusta, sognando – questo sì è un sogno legittimo – di tornare a passeggiare presto, serenamente, sulla Prospettiva Nevsky e in altri luoghi di una Russia affrancata dalla tirannide. Non prima, ovviamente, di aver brindato alla “Libertà” in Piazza Maidan. Viva l’Europa e Slava Ukraïni.

                                                                                                              Lino Lavorgna

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