di Lino Lavorgna
C’era una volta il cinema.
Non è l’incipit di una fiaba nostalgica, ma una constatazione sempre più difficile da eludere, specie dopo la visione de I peccatori, da qualche giorno in onda sulla piattaforma Sky. Non ne avevo sentito parlare prima di aver appreso che colleziona ben sedici candidature agli Oscar, cosa mai vista da quando, nel lontano 1929, si tenne la prima cerimonia varata dalla sontuosa (nel nome) Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Pur non essendo un appassionato del genere trattato, pertanto, la curiosità è stata forte e mi sono sorbito i 137 minuti di autentico splatter destinato a entrare nella storia del cinema, portando sull’Olimpo della settima arte tal Ryan Coogler, classe 1986, con curriculum non certo esaltante: un mediocre spin-off di Rocky; due film fumettistici targati Marvel e quindi campioni d’incasso “a prescindere” dalla loro consistenza qualitativa; un film low cost all’esordio della carriera, ispirato a una storia vera verificatasi in California nel 2009: l’ennesimo caso di omicidio insulso da parte della polizia, durante il fermo di un cittadino che non aveva fatto nulla.
Intendiamoci: sulle castronerie dell’Academy sono stati consumati, anche da chi scrive, fiumi di inchiostro. Nell’impossibilità di citarle tutte basti ricordare Gerard Depardieu (zero oscar); un film straordinario come “L’insostenibile leggerezza dell’essere” (zero oscar); “Titanic”, che invece di statuette ne vinse ben undici, ma non quella del “migliore attore”, lo straordinario Leonardo di Caprio, che tra l’altro avrebbe meritato l’oscar almeno altre quattro o cinque volte, dal 1997 al 2015, e invece lo beccò nel 2016 per “Revenant”, senz’altro un ottimo film caratterizzato dalla sua solita brillante interpretazione, ma non eguagliabile a quella registrata in film che gli hanno consentito di esprimersi al meglio del suo potenziale: The Aviator, Blood Diamond, The Wolf of Wall Street, The Departed, J. Edgar, solo per citare quelli antecedenti, ai quali va aggiunto anche lo stupendo “Poeti dall’inferno”, del 1995. Quell’anno vinse Tom Hanks, con “Forrest Gump” e nulla quaestio. A soli ventuno anni, però, con la magistrale interpretazione di Arthur Rimbaud, Leo lanciò un chiaro segnale della sua grandezza artistica, poi costantemente confermata, al di là delle sviste dell’Academy. Ora è in gara come miglior attore con “Una battaglia dopo l’altra” – questo sì un bel film (vi sono anche Sean Penn e Benicio del Toro) – e dovrà vedersela proprio con il protagonista de “I peccatori”, Michael B. Jordan (absit iniuria verbis, ma è come mettere in gara una squadra di serie B contro il Paris Saint Germain o il Real Madrid) e Timothé Chalamet, senz’altro bravo, ma molto lontano dalla genialità interpretativa di Leo Di Caprio. Facciamo tutti il tifo per Leo, ovviamente, non solo perché se lo merita, ma anche perché la sua vittoria si configurerebbe come un bel ceffone a Trump. Non servirà a cambiare il corso delle cose, ma in tempi di vacche magre è meglio di niente.
Ritornando a “I peccatori”, va detto che il problema non è il film, ma il contesto.
Solo pochi decenni fa sarebbe stato considerato un onesto filmetto di serie B, programmato nelle sale secondarie o nelle notti televisive, tra un western stanco e una commedia dimenticabile. Oggi, invece, la crescente involuzione che colpisce ogni ambito artistico e culturale, trasforma la mediocrità in evento, la ridondanza in profondità, l’ovvio in visione autoriale. Leggendo alcune recensioni entusiaste, si ha la sensazione che si parli a vanvera di qualche altra cosa, ma non del film. L’esaltazione condivisa appare, a chi abbia ancora la capacità di discernere il grano dal loglio, come una sorta di esperienza onirica collettiva, un abbaglio colossale tra rivelazioni mistiche e metafore che esistono solo nella mente di chi le invoca.
Chi scrive, per condizionamenti puramente anagrafici, non può evitare il confronto con il cinema di una volta, percependo con chiarezza la grande crisi che attanaglia quello contemporaneo, adagiato sui gusti di una società in continuo declino e penalizzato dai limiti culturali e artistici di chi, nato dopo gli anni settanta, al cinema si dedica. Quale regista contemporaneo, tra i trenta e i cinquanta anni, può competere con Kieslowski, Herzog, Losey, Polanski, Godard, Truffaut, Chabrol, Varda, Resnais, Bresson, Malle, Rohmer, Lelouch, Luc Besson, Bertolucci, Visconti, Antonioni, Sergio Leone, o anche con registi relativamente più vicini sotto il profilo generazionale, come Neil Jordan, Jim Sheridan, Christopher Nolan? Mi fermo qui, ma la lista è molto più lunga. (In Italia abbiamo Sorrentino e Guadagnino che si difendono bene, ma hanno comunque entrambi superato i cinquanta anni).
I soloni dell’Academy, pertanto, fanno i conti con ciò che hanno a disposizione, seguendo comunque un filone operativo che nulla ha a che vedere con il merito artistico e risponde a ben alter logiche: speculative, promozionali, identitarie, quando non apertamente opportunistiche. Esiste, tuttavia, un limite all’indecenza. E con le nomination tributate al film “I peccatori” questo limite è stato superato. E non di poco.
