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Ogni epoca ha le sue canzoni e i confronti sono inutili, si dice, perché “l’evoluzione della specie” porta a radicali mutazioni in ogni campo, modificando la percezione di tutto ciò che venga creato dagli esseri umani. Ma è poi vero, questo assioma? Sostanzialmente sì, se si sostituisce “evoluzione della specie” con “fluire del tempo”.

La prima definizione, infatti, implica un processo, graduale e continuo,  in virtù del quale una data realtà passa da uno stato all’altro, l’ultimo del quale  generalmente inteso come superamento e perfezionamento del precedente.

Il concetto, di fatto, indurrebbe a ritenere che il genere umano migliori generazione dopo generazione, elevandosi in una crescente spirale tesa a un continuo perfezionamento. Che bufala! In realtà il progresso tecnologico e scientifico, esso sì misurabile con una spirale che tende verso l’alto, non marcia alla stessa velocità di quello umano, rappresentabile con una sinusoide che evidenzi gli alti e i bassi registrati nel corso dei secoli. Se così non fosse, in campo filosofico, artistico, letterario,  avremmo geni ben più grandi di quelli del passato e non avrebbe senso studiare Platone e Aristotele, Kant e Nietzsche; leggere i classici della letteratura e restare estasiati al cospetto dei quadri di Raffaello, Giotto, Leonardo, Impressionisti, etc.

È lecito sostenere, invece, che mai come nella società contemporanea si registri una grave “regressione culturale” e il trionfo di sub culture che portano il genere umano a degradarsi in pascoli intrisi di cattivo gusto, banalità, superficialità, effimero, scialbo. Più che evoluzione della specie, quindi, si può parlare dell’esatto opposto.

Da ciò ne consegue che il confronto epocale, di stampo sociologico, non solo si può fare ma risulta quanto mai opportuno per comprendere le dinamiche sociali alla base di determinati fenomeni. Le diverse percezioni in ambito musicale tra giovanissimi e meno giovani, per esempio, non si possono configurare come mera “questione generazionale”, espressione un po’ subdola che di fatto non significa nulla e giustifica tanto.

La realtà è molto più complessa, nella sua drammatica semplicità: esiste il bello e il brutto, il talento e l’incapacità, il sublime e l’infimo e da qui non si scappa. Poi, va da sé, il genere umano ha bisogno di guardare avanti, di andare avanti, senza restare prigioniero di filosofi che hanno detto tutto quello che vi era da dire oltre duemila anni fa e di scienziati, artisti, letterati, che ci hanno lasciato in eredità il loro genio, sublimato da inarrivabile talento, e le loro opere, intrise di ineguagliabile bellezza.

E per andare avanti, per trovare un alibi alla propria esistenza, in una società che tecnologicamente si evolve alla velocità della luce,  generando ansia in miliardi di persone che non riescono ad assimilarlo compiutamente, nell’arco del loro percorso terreno, si può solo attuare quel processo che, per certi versi, rimanda alla trasvalutazione dei valori di nicciana memoria. Ecco quindi che il brutto diventa bello; l’incapacità si ammanta di talento grazie al  “sostegno” di altri incapaci che diventano “critici” e parlano insulsamente di cose che non sanno fare, con una saccenteria più ridicola che patetica; l’infimo diventa sublime e assurge a moda, conquistando con estrema facilità i cuori di masse che riescono facilmente a immedesimarsi, a sentirsi parte integrante di un gioco ritenuto gradevole e gratificante. È tutto un vuoto pazzesco, ma che importa? È importante ciò che si percepisce non ciò che “è”.

Per cantare una canzone con la pretesa di conferirle un certo successo occorrono tre cose: una buona voce, una bel testo e una composizione musicale adeguata. Non serve altro. In mancanza, ossia con una voce quequera, associata a una dizione più fastidiosa dello stridio provocato da un chiodo su una lastra di ferro e a note che ballano a casaccio sul pentagramma, si deve necessariamente indossare una maschera, magari un costume pittoresco con maxi copricapo di piume rosa un po’ faraonico, associato a un trucco osceno e disgustoso che, sostituendo il tutto, s’imponga in modo subliminale sulle menti fragili, rendendo la schifosa insalata un pietanza prelibata.

È così in ogni campo ed è inutile tentare di invertire la rotta: non si ferma un’alluvione e bisogna attendere che le acque si ritirino da sole. Caso mai si può prevenire, creando adeguate difese affinché non produca danni, ma in mancanza di esse si può solo attendere che le acque si ritirino da sole.

Per prevenire le alluvioni musicali becere, per esempio, si potrebbe insegnare ai giovani cosa significhi realmente “cantare” e come una canzone possa essere sublimata dalla bellezza dell’artista, interiore ed esteriore, e da una voce capace di trasformarsi sempre in musica, anche quando viene usata per chiedere un caffè al bar. Magari sarebbe il caso di fare loro ascoltare le canzoni di Domenico Modugno, per esempio, e di altri più o meno come lui.

                                                                                              Lino Lavorgna

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