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Pulp, una storia del XX secolo

“La maggior parte della gente era matta. E la parte che non era matta era arrabbiata. E la parte che non era né matta né arrabbiata era semplicemente stupida.”

“La maggior parte della gente era matta. E la parte che non era matta era arrabbiata. E la parte che non era né matta né arrabbiata era semplicemente stupida.” Charles Bukowski

, vecchio, stanco, triste come non mai, arrabbiato. Con una pancia ingombrante, una sigaretta tra le mani, i debiti insanabili, e mille storie da raccontare nei fogli macchiati di caffè sul pavimento, ci regala un altro corroborante intenso capolavoro.

È la storia di Nick Belane, un investigatore privato, “il più diritto detective di Los Angeles”, vecchio ma non poi così tanto, che trascina i suoi malridotti cinquantacinque anni in giro per la città, tra casi stravaganti da risolvere e la sua vita stracciata da ricucire.
 Un tipo insolito, sovrappeso, quasi alcolista, perennemente di cattivo umore e al verde, ma dall’atavico disperato fascino.

“Pulp”, il breve romanzo di Bukowski che trae il suo titolo dal genere “pulp” dei Pulp Magazine, si snoda in un breve lasso di tempo a Los Angeles e segue il percorso tortuoso ed intenso delle indagini dell’investigatore privato, costretto a muoversi tra personaggi inquietanti e onirici come l’avvenente Signora Morte; il defunto scrittore francese ancora però in circolazione Louis-Ferdinand Céline; la bellissima e terrificante aliena Jeannie pronta ad invadere il mondo, la sensuale ed adultera Cindy Bass e l’introvabile ed inconsistente Passero Rosso.
 Filo conduttore di tutte le indagini sembra essere un certo Barton, personaggio che raccomanda Nick facendogli arrivare diversi clienti e gli commissiona l’ultimo e forse più difficile caso come un favore personale, la ricerca del misterioso ed intangibile “Passero Rosso”. 

“Non arrivavo da nessuna parte, e neanche il resto del mondo, per quello. Stavamo tutti in giro in attesa di morire e nel frattempo facevamo alcune cosette per riempire lo spazio. Certuni non facevano neanche le cosette. Eravamo delle verdure.”

Tra bar decrepiti, risse, scommesse, mille, bottiglie vuote, motel, cinismo e falsa autocommiserazione “il cattivo ragazzo della letteratura” ci regala il testamento spirituale di Nick, un uomo triste ed inutile come tanti, ucciso dal vuoto delle giornate. 

Luisiana Levi

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