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Uomo e natura: occasioni perdute e cupi orizzonti

PROLOGO
Per quanto possa apparire sorprendente, i problemi legati al disarmonico rapporto tra l’uomo e la natura trovarono il primo approccio risolutivo grazie alle iniziative di un italiano: Aurelio Peccei. Il manager della Fiat, nel 1968, fu l’ispiratore del “Club di Roma”, associazione non governativa che ingloba scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di stato dei cinque continenti. La missione è di individuare i principali problemi che affliggono l’umanità e proporre valide soluzioni nei vari scenari possibili. In breve: un cenacolo di pensatori dediti ad analizzare i cambiamenti della società contemporanea e a creare i migliori presupposti per proiettarci nel futuro. Negli anni settanta del secolo scorso “la cultura dell’ambiente” incominciò a diffondersi in modo massiccio, soprattutto in ambito giovanile, e l’attenzione verso le tematiche ecologiche determinò la nascita di molti movimenti ambientalisti. Il 22 aprile 1970 rappresenta una data storica, grazie all’attivista per la pace John McConnell, che organizzò la “Settimana della Terra”, prontamente ratificata dall’ONU.

Come ogni esordio, l’evento fu caratterizzato da una grande confusione concettuale e nei tanti dibattiti si contrapposero le più svariate e contraddittorie tesi. Ciascuno tirava l’acqua al proprio mulino “ideologico” (1), anche se non mancarono spunti interessanti, intrisi di alta valenza scientifica. Incominciò a delinearsi, soprattutto, quella dicotomia tra “ambientalisti” e “capitalisti”, che purtroppo ha visto la costante affermazione dei secondi, con le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Il dado era tratto, tuttavia, e fu ben chiaro che la tutela dell’ambiente costituiva una priorità assoluta per la conservazione della specie e che l’opposizione ai movimenti ecologici era esclusivo appannaggio dei soggetti intenti a lucrare ricchezze in modo cinico e spietato, senza alcuna preoccupazione per gli effetti devastanti generati. Sull’onda di questo nuovo interesse sociale, nel 1972, il Club di Roma commissionò al Massachusetts Istitute of Thecnology di Cambridge un’analisi sui “dilemmi dell’umanità”. Un gruppo di studiosi, capeggiato dallo scienziato Dennis Meadows, allora solo trentenne, redasse il famoso rapporto del MIT, meglio noto come “I LIMITI DELLO SVILUPPO” (2). La “Settimana della Terra” aveva suonato la carica, ma la vera battaglia per la tutela dell’ambiente partì da quel rapporto, che pose all’attenzione generale due concetti fondamentali:

1) Se l’attuale tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse continuerà inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un declino improvviso e incontrollabile della popolazione e della capacità industriale.

2) È possibile modificare i tassi di sviluppo e giungere a una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro. Lo stato di equilibrio globale dovrebbe essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte, e ciascuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano.

Inutile dire che il rapporto fu osteggiato e considerato un libello farneticante da tutti i servi dei poteri forti, molti dei quali utilizzavano i propri titoli accademici per conferire legittimità alle astruse elucubrazioni dissacratorie, lautamente pagate da chi aveva (e abbia) interesse a disorientare le masse.

DIFFUSIONE E LIMITI DEI MOVIMENTI ECOLOGICI

Il rapporto del MIT, diffusosi rapidamente in tutto il mondo, a onta degli oppositori stimolò in modo massiccio l’attenzione verso le tematiche ecologiche. Le principali associazioni, Greenpeace e WWF, già esistevano, ma grazie a esso subirono un grande impulso. In Italia operava “Italia Nostra”, fondata nel 1955 e gradualmente estesasi a livello nazionale, dopo gli iniziali e limitati propositi legati alla città di Roma. In quegli anni iniziai a interessarmi intensamente alla materia, senza per altro entusiasmarmi più di tanto per le iniziative intraprese nel nostro Paese. Vi era una sostanziale differenza tra l’approccio che ritenevo dovesse essere conferito alle varie problematiche e l’attività effettiva, edulcorata dei concetti fondamentali e protesa a trasmettere una visione dell’ambiente di stampo prettamente “romantico”, che impensieriva poco o punto chi lo distruggeva sistematicamente. I frequenti viaggi in Francia e il rapporto con il GRECE (Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne), diretto da Alain de Benoist, mi consentirono di rilevare la più consistente efficacia nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica transalpina. Per onestà intellettuale devo aggiungere che il fronte ambientalista, in Francia, era trasversale ai movimenti politici e anche a sinistra si registrava un’altissima capacità analitica, propositiva e di denuncia, che trovò eco internazionale soprattutto grazie agli studi di André Gorz, il cui pensiero anti-economista, anti-utilitarista e anti-produttivista era abbastanza affine alle teorie da me propugnate.

Tutto ciò mi fece rompere ogni indugio: nel 1974 fondai l’Associazione Nazionale Salvaguardia Ecologica, con la quale tentai di proporre un ecologismo di stampo prettamente scientifico, partendo dal rapporto del MIT, proprio come avvenuto un po’ ovunque e paradossalmente non in Italia, che del rapporto era stata fautrice. I miei propositi, purtroppo, non ebbero grande fortuna perché l’ecologismo di maniera, che fungeva da corollario al sistema politico, risultava più accattivante di quello che induceva a prendere coscienza dei “limiti dello sviluppo”, a educare le masse al rispetto della natura e a mettere fuori gioco i responsabili dei disastri ambientali. Nel 1977 aderii ai “Gruppi di Ricerca Ecologica”, fondati dal biologo Alessandro Di Pietro, molto affini alla mia A.N.S.E. e alle tematiche propugnate da De Benoist.

Nel novembre dello stesso anno tenni una conferenza presso l’Hotel Terminus di Napoli, organizzata proprio dai GRE, nel corso della quale esposi il “Teorema Galvanor”, elaborato qualche anno prima. In sintesi dimostrai che la qualità della vita di un cittadino residente in una grande città, beneficiario di un buon reddito, di una buona posizione sociale, sentimentalmente appagato e caratterizzato da un sano equilibrio familiare, era inferiore a quello di un membro di una qualsiasi Tribù dell’Africa Equatoriale. Non si può vivere “serenamente” e in modo “equilibrato”, infatti, abitando in strade costantemente frequentate da migliaia di auto che liberano nell’aria scarichi tossici e patendo quotidianamente lo stress generato dal traffico infernale. Tale tenore di vita, alla lunga, genera inevitabili problemi di salute e contribuisce a minare fortemente l’equilibrio psichico (3). Fu il 1976, tuttavia, l’anno che segnò la svolta nell’impegno al servizio della causa ambientalista, facendomi acquisire piena consapevolezza di quanto l’uomo potesse essere stolto nella tutela di se stesso e di come la bramosia di denaro accecasse la ragione. In quell’anno ebbi anche modo di decantare in modo razionale un episodio verificatosi una decina di anni prima, quando ero poco più di un bambino.

LA NUBE TOSSICA DI SEVESO

Il 10 luglio 1976, nell’azienda ICMESA di Meda si verificò la dispersione di una nube contenente diossina, sostanza chimica fra le più tossiche. Il veleno investì una vasta area della bassa Brianza, contaminando terreni e luoghi abitati.  Seveso fu il comune più colpito. Nel 2010 il disastro fu classificato al dodicesimo posto tra le catastrofi ambientali di tutti i tempi. L’azienda, pur consapevole di cosa fosse successo, per molti giorni non diede alcun allarme, tentando di sminuire la portata dell’incidente. Solo quando iniziò la strage degli animali contaminati e le persone presero d’assalto gli ospedali in preda a forti bruciori su varie parti del colpo, scoppiò il “bubbone”. Eravamo giunti al 20 luglio e ancora si tentava un impossibile depistaggio. Gli effetti della diossina erano ben noti e furono date le istruzioni basilari alla popolazione civile, ivi compresa quella di abortire, perché il feto avrebbe corso seri rischi a seguito della contaminazione. Un bel problema: essendo allora l’aborto illegale, la triste soluzione poteva essere comunicata solo come suggerimento e molte mamme furono costrette a recarsi all’estero. Le autorità decisero anche l’evacuazione delle zone più esposte, combattendo contro la ritrosia dei residenti. Il sindaco di Seveso, per fronteggiare i ripetuti ingressi abusivi dei cittadini nella “Zona A”, interamente evacuata, chiese il supporto dell’Esercito.

A quel tempo prestavo servizio presso il 18° BTG Bersaglieri Poggio Scanno di Milano, reparto d’élite erede del leggendario Terzo Reggimento, al cui comandante fu chiesto di inviare dieci militari, suddivisi in cinque gruppi, ciascuno dei quali coordinato da un sottufficiale dei Carabinieri.  Fui tra i prescelti. Gli ordini erano precisi: impedire che i civili entrassero nella “Zona A”, evitando scontri fisici e colluttazioni. Per scongiurare ogni possibile rischio fummo muniti di armi senza munizioni. Manifestammo sincera apprensione per la missione assegnataci, temendo di patire gli effetti della contaminazione ambientale. Sapevamo bene come doveva configurarsi un abbigliamento protettivo e si può ben immaginare il batticuore quando scoprimmo che il nostro era identico a quello utilizzato da un carrozziere intento a tinteggiare un’automobile. Il dato più sconcertante, però, fu quello che evincemmo nell’esercizio delle nostre funzioni. Il sottufficiale dell’Arma, infatti, quando vedeva qualcuno che s’incuneava nell’area vietata, magari per prendere suppellettili o capi di abbigliamento presso la propria abitazione, invertiva la marcia impedendoci di intervenire. I suoi ordini, evidentemente, erano diversi. La sera, al rientro in Caserma, guardando il Telegiornale, restavamo a bocca aperta: bugie colossali su tutti i fronti. L’intera vicenda, alla pari di tante altre, è oggi facilmente ricostruibile in tutte le sue drammatiche fasi, ivi comprese quelle che riguardano la scellerataggine umana.

Concludo questo paragrafo rendendo omaggio a un Grande Uomo, nonché mio primo Maestro di vita: Lorenzo Lavorgna, mio padre. Negli anni sessanta collaborava con la Montecatini, poi divenuta Montedison, a seguito della fusione con il colosso statunitense. Presso la nostra abitazione gestiva un deposito di prodotti per l’agricoltura, da egli stesso utilizzati nei vigneti. (Papà era un rinomato produttore vinicolo). I dirigenti della multinazionale venivano spesso per riunioni o semplici visite. Verso la metà degli anni sessanta si presentarono con un nuovo prodotto, che definirono rivoluzionario: bastava disperderlo sui campi e avrebbe distrutto le erbacce, senza danneggiare le colture. Un bel risparmio di tempo e soldi per gli agricoltori! A mio padre fu chiesto di promuoverlo nel territorio di pertinenza, ma i dirigenti restarono a bocca aperta ascoltando la sua replica: “Cari miei, non so che diavoleria sia questa cosa, ma se distrugge l’erba può distruggere anche l’uomo. Non lo utilizzerò mai, pertanto, né mi renderò responsabile della diffusione in questa zona”. Il prodotto conteneva diossina, sperimentato come defoliante nella guerra del Vietnam ed era fortemente tossico. Fu ritirato dal mercato dopo qualche anno, ma non prima di aver prodotto tantissimi danni. Allora avevo una decina di anni e non potevo capire appieno cosa stesse accadendo, ma se gradualmente ho ben imparato a discernere il grano dal loglio e da circa mezzo secolo vado sostenendo che le multinazionali rappresentano un male assoluto, lo devo anche agli insegnamenti di mio Padre.

L’ETERNA LOTTA TRA BENE E MALE

In tutto il mondo, oramai, il fronte ambientalista vanta esperti, studiosi e scienziati di prim’ordine, le cui direttive dovrebbero essere recepite sia dai governi sia dall’opinione pubblica. A tali soggetti si oppone un fronte molto più potente e composito, foraggiato dalle multinazionali e dai servi opportunamente collocati nelle dorate stanze del potere, non solo politico. Come già detto sono tanti, infatti, gli scienziati e gli uomini di cultura che, per mera bramosia di denaro, si sono messi al servizio dei poteri forti, confutando con sfacciata mala fede ciò che da altri viene proposto in buona fede e dopo severi studi. E’ il caso, per esempio, degli scienziati che sostengono la non pericolosità delle centrali nucleari. I governi del mondo, a parole, affrontano periodicamente le problematiche ambientali, come dimostrano i Summit e le conferenze internazionali. Nei fatti, però, non si conclude mai nulla di positivo perché non è possibile sputare nel piatto in cui si mangia: molto spesso sia i partecipanti sia i loro sponsor sono i principali responsabili della crisi ecosistemica. Eclatante, a tal proposito, quanto avvenuto recentemente a Bologna, in occasione del G7 sull’ambiente, che ha registrato la scandalosa defezione degli USA, decisamente contraria a rispettare l’accordo di Parigi, già di per sé eccessivamente “blando”, per le ragioni sopra esposte (4).

IL RAPPORTO BRUNDTLAND

L’esempio più clamoroso di attività farlocca, protesa a produrre fumo senza arrosto, è il rapporto Brundtland, che introduce (o per meglio dire: avrebbe dovuto introdurre) la fondamentale teoria dello sviluppo sostenibile. Nel 1983, in seguito a una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fu istituita la Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo, che aveva l’obiettivo di elaborare un’agenda globale per il cambiamento. La Commissione era presieduta dalla norvegese Gro Harlem Brundtland, che nel 1987 pubblicò il rapporto. Chiariamo subito che l’ambientalista norvegese è una brava donna, animata da buoni propositi, con un curriculum di tutto rispetto che contempla anche la direzione dell’Organizzazione mondiale della Sanità dal 1998 al 2003. Il rapporto, però, lungi dal rappresentare un documento che metta in luce le distonie di un sistema marcio fino al midollo, enuclea una serie di principi e suggerimenti in parte meramente retorici e in parte, quella più significativa, che suonano come dolce melodia per governanti e multinazionali, grazie ai continui riferimenti “alle politiche economiche”. 

I pugni allo stomaco (e all’intelligenza delle persone) sono molteplici. Sulla sicurezza alimentare, per esempio, si scrive che “richiede una maggiore attenzione ai problemi della distribuzione del reddito, perché la fame è spesso conseguenza più della povertà che non della penuria di alimenti”. Ma guarda un po’! Nessun riferimento, ovviamente, a ciò che avviene negli USA e in molte aree dell’occidente “civilizzato”: con il solo cibo che si spreca in un giorno, si potrebbe sfamare mezza Africa! E in quanto alla distribuzione del reddito, la mera enunciazione di un dato noto a tutti, senza un incisivo riferimento ai problemi generati da una realtà che vede il 20% della popolazione mondiale consumare l’80% delle risorse, è un’evidente e strumentale mitigazione di un problema serio. Il rapporto alterna concetti scontati, esposti in modo reboante, a sottili fraseggi, protesi a favorire ciò che per l’ambiente è altamente nocivo. Con un esercizio sintattico nemmeno tanto articolato, per esempio, si legge che: “La produzione di energia nucleare è giustificabile solo a patto che si diano valide soluzioni ai problemi irrisolti ai quali essa ha dato origine”. I problemi irrisolti, ossia le scorie radioattive e i rischi connessi ai possibili incidenti, resteranno tali per sempre, intanto lasciamo passare l’idea che “l’energia nucleare è giustificabile”, invece di dire, a chiare lettere, che di essa occorre fare a meno senza “se” e senza “ma”. Resta da capire perché una brava persona si sia prestata a un gioco sporco, invece di dire: “No, grazie, a queste condizioni non ci sto”. Io lo so, ma non posso scriverlo.

UN MONDO MIGLIORE È POSSIBILE?

Il quadro sopra esposto, che tra l’altro offre una “pennellata rapida” di una realtà molto più complessa, è desolante. E nulla lascia presagire che le cose cambieranno in tempi brevi. La natura umana è quella che è e ogni giorno della nostra esistenza ci dimostra che è più facile nascondere la testa nella sabbia che ribellarsi alle malefatte altrui e rinunciare alle proprie. Le regole del gioco “politically correct” imporrebbero che, a questo punto dell’articolo, il titolo del paragrafo non contemplasse il punto interrogativo e il testo fosse intriso di un anelito di speranza, magari con qualche ricetta di buone intenzioni e di correttivi.  Non seguirò questa linea, che trovo stupida e inopportuna. Sarò spietato, invece, perché non serve a nulla gettare la croce addosso ai potenti dei cinque continenti, a Trump e alle sue baggianate, alle multinazionali che ci avvelenano, alla finanza che ci dissangua. “Loro”, quelli che noi disprezziamo e quotidianamente massacriamo sui social non sono peggiori di noi. Loro, infatti, rappresentano solo la proiezione più esasperata dei vizi e dei limiti delle masse amorfe, perché, essendo più in gamba, vizi e limiti hanno meglio sfruttato a loro vantaggio. È la parte malsana della società civile che determina il quadro sociale dominante, che ovviamente non può essere “sano”.  Le masse, che a parole detestano chi le vessi, all’atto pratico sostengono i vessatori con il quotidiano agire.

Nel mio romanzo “Prigioniero del Sogno”, il protagonista, un novello cavaliere della tavola rotonda, a un certo punto afferma testualmente: “Quando un uomo sceglie quotidianamente di prendere l’automobile sapendo di restare imbottigliato nel traffico, evidentemente non ha più nulla da dare al prossimo”. E ovviamente neanche a sé stesso, eccezion fatta per tanto male. Siamo disponibili a rinunciare all’aria condizionata? (Negli USA addirittura la lasciano accesa durante il week end perché al rientro la casa deve essere già fredda e non si è disposti ad aspettare nemmeno cinque minuti per rinfrescarla). Siamo disponibili a ridurre lo spreco di energia elettrica? A ridurre l’utilizzo dell’automobile al minimo indispensabile? Siamo disponibili a favorire provvedimenti protesi a eliminare del tutto il traffico veicolare nelle città? Siamo disponibili a boicottare le compagnie petrolifere per favorire lo sviluppo delle energie alternative pulite? Siamo disponibili a privilegiare condizioni di vita che tengano in debita attenzione la tutela della natura, evitando quindi, la deforestazione, il cemento selvaggio, i disboscamenti che generano frane e alluvioni? Non sono i politici a essere “criminali”, sotto questo profilo: loro sono solo attenti a non perdere voti con provvedimenti che non sarebbero graditi alle masse. Basterebbe far comprendere che si vogliono davvero, quei provvedimenti, e sarebbero varati in un battibaleno.

Sul fronte alimentare si è così stupidi da ingozzarsi di prodotti industriali, fautori di tante malattie. Avete mai visto come sono allevati i polli in batteria? Avete idea di cosa vi sia nelle merendine il cui consumo con tanta leggerezza si consente ai bimbi e agli adolescenti? Le mamme che non hanno voglia di cucinare hanno idea di cosa significhi alimentare i loro pargoli con i prodotti dei fast-food? La lista è lunga e sarebbe il caso di parlare anche dei criminali che adulterano i prodotti, mettono in commercio quelli scaduti, etc., ma penso di aver reso l’idea. Certo, anche dall’altra parte non si scherza, a prescindere dai favori inconsapevolmente ricevuti dalle masse rincitrullite. Se fosse combattuta seriamente l’evasione fiscale, ovunque nel mondo, i debiti pubblici si ridurrebbero drasticamente e in taluni casi sparirebbero del tutto, generando sensibili vantaggi sociali. Le colpe sono divise in egual misura tra chi non reprime e chi, avendone la possibilità, evade.  Si reprimono, invece, i poveri cristi, con provvedimenti assurdi. Un agricoltore, per esempio, che volesse integrare la coltura principale fonte di reddito con un uliveto, non può vendere la parte di olio eccedente il fabbisogno familiare, cosa che sarebbe molto gradita ai “cittadini” in cerca di prodotti genuini, a meno che non avvii una regolare attività commerciale, antieconomica. Lo stesso dicasi se volesse allevare polli ruspanti, avendo terreno a disposizione, e così via. Ovviamente siffatte leggi sono imposte dalle multinazionali, che tendono a tutelarsi con ogni mezzo. E pazienza se poi spacciano per olio extravergine di oliva schifosi intrugli chimici e ci vendono carne piena di antibiotici. Ma siamo noi che permettiamo tutto ciò. Siamo noi, quindi, i primi responsabili delle nostre sventure. Non servono ricette miracolistiche per migliorare la qualità della vita e favorire uno sviluppo sostenibile, ma un’inversione di tendenza nei comportamenti umani che, purtroppo, sembra impossibile da realizzarsi.

Le uniche parole di speranza che posso pronunciare, pertanto, sono quelle suggeritemi da un amico matematico: “Devi augurarti di aver torto. Per la legge dei grandi numeri è possibile. Avendo avuto sempre ragione, prima o poi dovrà capitare che sbaglierai qualche analisi”. Amen.

NOTE

  • Molto interessante, a tal proposito (e non solo), la lettura del testo di Barry Commoner: “Il Cerchio da chiudere” – Garzanti, 1972.
  • “I limiti dello sviluppo – rapporto del System Dynamics Group Massachusetts Institute of Technology (MIT) per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell’umanità”. Biblioteca della EST, Edizioni Scientifiche e Tecniche Mondadori, 1972. Purtroppo di difficile reperibilità nella prima edizione, ma disponibile on line, in inglese. Degli stessi autori segnalo, inoltre, “I nuovi limiti dello sviluppo. La salute del pianeta nel terzo millennio”, Editore Mondadori, 2006. Ricalcando le tematiche già esposte nel rapporto, armati di strumenti informatici ben più raffinati e di una mole enorme di dati statistici, gli scienziati si sono riuniti dopo trenta anni per lanciare ancora il loro grido d’allarme e metterci in guardia sui devastanti effetti dell’azione umana sul clima e sull’ambiente.
  • Mi fa piacere ricordare che alla conferenza prese parte l’insigne magistrato Pietro Lignola, che tenne una brillante relazione sull’inquinamento del linguaggio e l’Avvocato Rutilio Sermonti, che tre anni dopo assunse la presidenza dei Gruppi di Ricerca Ecologica. È bene precisare che il teorema fu esposto sotto forma di “paradosso”, perché prendeva in esame solo gli elementi primari di vivibilità, ai quali era stato conferito un coefficiente numerico su una scala da uno a dieci. La sommatoria dei coefficienti, divisa per il numero degli elementi, determinava il livello di vivibilità. Aggiungendo ulteriori elementi senz’altro importanti, per lo più attinenti al settore dei servizi, inevitabilmente il risultato finale sarebbe risultato invertito. Il teorema, tuttavia, serviva precipuamente a orientare la mente verso una nuova dimensione dell’essere, affinché si prendesse coscienza di come ci stavamo abituando a vivere male, senza reagire. “Galvanor” è lo pseudonimo che scaturisce dall’anagramma del mio cognome e rimanda a Galvano, il cavaliere della tavola rotonda celebrato nel ciclo letterario Bretone, di cui sono fervente appassionato da sempre.
  • Il 12 dicembre 2015, a Parigi, al termine della Conferenza sui cambiamenti climatici, 196 paesi hanno siglato un patto per ridurre le emissioni di gas e contenere il riscaldamento globale. L’accordo diventerà valido solo quando sarà ratificato da almeno cinquantacinque paesi che producono oltre il 55% dei gas serra. Non sono previste particolari sanzioni per i paesi inadempienti, a riprova che l’accordo, seppur contenga elementi validi dal punto di vista scientifico, sostanzialmente serve solo a gettare fumo negli occhi. Nonostante ciò Trump ha dichiarato che non vuole proprio sentirne parlare e che gli USA seguiranno un protocollo ambientale autonomo e indipendente, proteso a rilanciare l’uso del carbone. Egli, di fatto, deve mantenere fede agli impegni elettorali, in particolare con i lavoratori delle miniere di carbone de West Virginia e Wyoming, determinanti per la sua vittoria. A questo si deve aggiungere la “limitatezza culturale” e la mancanza di consiglieri in grado di farlo ragionare: tutti pensano solo a salvaguardare la propria poltrona, ben sapendo quanto sia rischioso contraddirlo. Durante la campagna elettorale Trump ha più volte parlato in maniera molto scettica del cambiamento climatico e degli accordi internazionali sul clima. Ha sostenuto, per esempio, che il cambiamento climatico sarebbe una “stronzata” inventata dai cinesi per danneggiare l’industria americana! E nessuno ha osato fargli notare che le stronzate le diceva lui!

Lino Lavorgna

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