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Un male antico, oppure un prezioso alleato?

Colpe gravi, crimini violenti o reati d’opinione: la fine potrebbe essere la stessa

«Non dovreste più sparare, ma fate come credete», queste le ultime parole di Aurelio Gallo, capo di un sedicente “servizio investigativo autonomo”, che insieme all’ex capitano della Guardia Repubblicana Nazionale, e questore ausiliario di La Spezia, Emilio Battisti, e l’ex maresciallo della G.N.R. Aldo Morelli, il 5 marzo 1947 circa alle 5 del mattino presso Forte Bastia, alle porte di La Spezia, furono giustiziati. Fu questa l’ultima esecuzione eseguita in un’Italia martoriata e piegata da una guerra che forse esigeva il sangue di chi si era macchiato di tanto sangue altrui. I capi d’accusa per i tre uomini, pronunciati dalla Corte di Assise locale, erano chiari e terribili: collaborazione, sevizie e responsabilità nella deportazione nei campi di sterminio di migliaia di persone. Il plotone al primo fuoco rimase di sasso; la scarica aveva ucciso solo il maresciallo Morelli, mentre l’ex questore restò ferito a terra e Gallo illeso e fu qui che pronunciò le famose parole che immaginiamo dovettero far nascere più di un dubbio nell’animo dei soldati che non poterono sottrarsi dall’eseguire la sentenza.

Ma la domanda è: può la pena di morte essere utile o necessaria?

Già nel Settecento, l’illuminato Cesare Beccaria recitava “…l’ultimo supplicio non ha mai distolti gli uomini determinati dall’offendere la Società” e questo è vero a tutt’oggi, perché l’abolizione della pena di morte non ha fatto registrare un aumento dei peggiori crimini. Viene quindi da chiedersi se invece una detenzione più lunga non si affacci alla mente del reo come una punizione peggiore; pertanto l’efficacia della pena non deriverebbe dalla sua crudeltà momentanea, quanto dal suo prolungarsi nel tempo.

Cosa accadrebbe ad esempio in caso di sequestro, se i sequestratori perdessero la speranza di attenuare le conseguenze penali del loro gesto?

Il giorno in cui per loro venisse meno tale aspettativa, non avrebbero più alcun interesse a risparmiare la vita alle loro vittime, la cui condizione e pericolo sarebbero aggravati da una legge dello Stato. Malgrado tante oculate considerazioni però, come un fantasma riappare nella mente della gente l’idea della pena di morte. Perché? Forse perché viviamo in uno Stato sconnesso dalle esigenze del cittadino che  vacilla in merito alle proprie responsabilità, forse perché rileviamo lo svuotamento delle leggi, la disgregazione dell’ordine politico e sociale, tutte questioni insomma, che atterriscono l’animo dell’uomo retto, che in maniera equilibrata vanta i propri diritti e riconosce i propri doveri e che forse anelerebbe un inasprimento delle pene invece di una loro riduzione, una giustizia più rapida invece di processi interminabili, nonché la volontà politica di recidere ogni complicità mafiosa.

In uno scenario del genere, la spontanea collaborazione dei cittadini sicuramente aumenterebbe, ma di fronte ad uno Stato in frantumi, un cittadino non è più tale o non più tale si sente, tanto da non percepire più l’“inutile crudeltà” e l’“inutile prodigalità del supplizio”. Tali affermazioni non sono mai state superate ed anzi, le si può definire “immortali” frutto del genio di Cesare Beccaria, che forse guarderebbe in maniera biasimevole all’attuale sistema giudiziario sia italiano che estero, scorgendo negli occhi degli assertori della pena di morte lo stesso desiderio di sangue dei materiali assassini.

Assunta Mango

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