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As time goes by! As time goes by?

PROLOGO: TEMPO TERRESTRE. TEMPO SPAZIALE.

Da giovane amavo trascorrere molte ore a rimirar le stelle, assiso sulla sponda del mare, in quel luogo ameno della costa campana già caro a Ibsen, Nietzsche e Wagner. Proiettavo lo sguardo verso l’Infinito e raggiungevo fette di spazio inesplorato. Lì, dall’altra parte, scorgevo qualcuno che mi guardava proprio come io guardavo lui e riconoscevo me stesso, bambino. Mi affascinava quel gioco irreale, che dava significanza reale a un sogno antico: viaggiare nel “Tempo”. Furono queste suggestioni che mi suggerirono di far nascere il protagonista di “Prigioniero del Sogno” in una galassia lontana milioni di anni luce dalla nostra, per poi farlo arrivare sulla Terra in pochi attimi, grazie a quelle crepe spazio-temporali che si formano in prossimità dei buchi neri. È su questo mondo, poi, che l’extraterrestre dovrà misurare il suo essere con un tempo diverso da quello che conosceva: il tempo degli uomini.  

ESISTE DAVVERO IL TEMPO?

Per i fisici, ovviamente, la domanda è meramente retorica. Il tempo, così come concepito nel linguaggio comune dalla maggioranza delle persone, non esiste.  Non serve certo ribadire qui la progressiva evoluzione del concetto da Aristotele ad Einstein, passando per Newton e chiedo venia, tanto al direttore quanto ai lettori, se non mi dilungherò nemmeno sul concetto di “motore immobile”, come espressamente richiesto nel tema proposto: non riuscirei a sviluppare l’analisi senza offendere i lettori sensibili alle tematiche di coloro che il pensiero aristotelico hanno strumentalizzato a proprio uso e consumo, trattandolo come una fisarmonica dalla quale fare uscire solo le note gradite. Nessuna volontà, sia ben chiaro, di privilegiare il “politically correct” nei confronti di un’importante struttura secolare, ma solo la consapevolezza che si tratterebbe di “tempo perso”: le mie parole, su siffatte tematiche, sarebbero inevitabilmente destinate a rimbalzare contro un muro granitico senza nemmeno scalfirlo. Occorreranno ancora molti secoli prima che quel muro si disintegrerà per un processo naturale di consunzione, pari a quella che determina il degrado del cemento armato.

Le stesse parole risulterebbero del tutto superflue, invece, per coloro che non hanno bisogno di muri protettivi, da molti dei quali potrei io imparare qualcosa. Qui basti ribadire, perché ciò è sempre giusto, l’importanza di “abbandonarci” ancora e sempre alla “meraviglia” di Aristotele e sforzarci di farla nostra, non solo nello studio, che ci eleva e ci consente di essere migliori, ma anche nella vita quotidiana, fonte di continui spunti “meravigliosi” che spesso ci sfuggono a causa di inutili distrazioni. Quanto più saremo capaci di “cercare il sapere al solo fine di sapere e non per trarne un utile”1 tanto più si accorcerà il tempo necessario a buttare giù quel terribile muro sul quale rimbalzano le idee più possenti, contribuendo sensibilmente allo smarrimento che angustia una buona fetta dell’umanità. Rimandiamo ad altri contesti, pertanto, le complesse disquisizioni dottrinarie che, per quanto interessanti, poco possono aggiungere al tanto già detto e scritto e soffermiamoci su argomenti più intriganti.

Il tempo non esiste, quindi, e la separazione tra passato, presente e futuro è un’illusione. Per quale ragione, però, non riusciamo a staccarci da questa illusione e ci lasciamo condizionare da essa in ogni momento della nostra esistenza? È la natura umana, rispondono gli scienziati, precisando che gli uomini non sono in grado di emanciparsi dalla “complessità del mondo” e vivere a livello elementare, la qualcosa consentirebbe di “accettare tutto”, serenamente. La risposta dei filosofi è solo apparentemente simile, ma l’aggiunta di un termine ne sancisce la sostanziale differenza: “Sono i limiti della natura umana” che non ci consentono di staccarci dall’illusione temporale. E su quei limiti si gioca tutta l’essenza della nostra esistenza, rapportata al tempo. “Limite”, in questo caso, va inteso nella sua accezione etimologica più pregnante: il confine ideale al di là del quale si verifica un determinato fenomeno. Nella fattispecie la trasformazione dell’essere umano in qualcosa di sostanzialmente diverso, capace di nascere, vivere e morire senza provare emozioni. Si sconfiggerebbe il dolore, certo, perché anche il dolore, atomisticamente parlando, è un’illusione. Cionondimeno nessuno è disposto a varcare quel limite e resta caparbiamente attaccato alla propria illusione, tenendosi tutte le palpitazioni che la vita gli offre, nel bene e nel male. 

L’ESSERE RAPPORTATO AL TEMPO: IL DILEMMA INSOLUTO

È un vero peccato che Heidegger non abbia ultimato il suo capolavoro, manchevole della seconda parte, di carattere storico, ma soprattutto della terza sezione della prima parte, quella destinata a sviluppare il pensiero espresso nelle prime due parti e chiudere il cerchio sul problema del senso dell’essere in generale.  Pietro Chiodi2 ha giustamente osservato che l’opera del grande pensatore si può paragonare a un edificio interrotto dopo lo scavo delle fondamenta e prende per buona la spiegazione fornita dallo stesso Heidegger: il linguaggio disponibile non consentiva di passare dalla discussione sull’esistenza e del suo senso, ossia la temporalità, al problema del senso dell’essere in generale. La disquisizione non consente una facile decantazione, anche perché qui non si tratta di un’interpretazione soggettiva effettuata a posteriori, ma dell’esplicazione di un concetto espresso direttamente dall’autore, che ovviamente può solo essere accettato tout-court o confutato con argomentazioni poco digeribili, perché potrebbero solo evidenziare una resa di Heidegger, strumentalmente giustificata con i limiti del linguaggio. Nessuno oserebbe tanto.

Fra qualche secolo, però, dalle ceneri del decadentismo contemporaneo dovrà necessariamente svilupparsi la fiammella che impedirà al genere umano di autodistruggersi prima del “Tempo” (due miliardi di anni più o meno, secondo gli scienziati); avremo nuovi grandi filosofi e sarà possibile cesellare il pensiero di Heidegger. Oggi, necessariamente, occorre spostarsi dal campo speculativo dell’essere visto come “ente” rapportato al tempo, a quello più arabile dell’essenza dell’essere umano, costituita dalla relazione con sé stesso e con gli altri. Non tragga in inganno, tuttavia, l’espressione “campo più arabile”. Essa vuole solo sancire la possibilità di costruire un discorso di senso compiuto sull’essenza dell’essere, sia pure nell’esteso ambito delle diverse teorie e interpretazioni propugnate da scienziati, teologi e filosofi, la cui trattazione è possibile in saggi specifici e non certo in un articolo. Ci limiteremo, pertanto, a una veloce rimembranza di “cogito ergo sum”, che vede il concetto di essere in una posizione subalterna a quella del pensiero, ed “essere o non essere”, che spalanca le porte tanto sulla debolezza dell’uomo quanto sulla possibilità che egli possa dare un senso al proprio tempo (e quindi alla propria vita) levandosi in armi in un mare di triboli e, combattendo, disperderli. Sorvolando su Shakespeare per amor di sintesi, è appena il caso di spendere qualche parola sia sui numerosi e “ingiusti” strali tributati a Cartesio, a partire da Giambattista Vico3, sia sulle testimonianze di affetto troppo sfacciate, che proprio in virtù della loro “assolutezza”, paradossalmente, si trasformano in una “negazione” dei presupposti razionalistici propugnati dal pensatore.

Fa scuola, a tal proposito, l’enfatica espressione di Hegel: “Qui possiamo dire che siamo a casa e, come il navigante dopo una lunga peripezia su un mare tumultuoso, possiamo gridare “Terra”. Magari fosse così facile! Un corretto e onesto approccio al pensiero, del resto, è uno dei grandi dilemmi dell’umanità, da sempre. L’uomo si è sempre sforzato di “dissacrare” ciò che non riteneva funzionale al proprio essere e “impossessarsi”, anche impropriamente, di ciò che riteneva plasmabile. Emblematica, a tal proposito, l’analisi di Hume. Nell’antichità, personaggi come Anassagora e Socrate, che sostenevano la liceità del teismo e negavano il valore religioso delle stelle, dei pianeti e delle divinità mitologiche, venivano accusati di ateismo.  Viceversa, chi ateo lo era davvero, come Talete, Anassimandro, Eraclito, ma evitava di negare il valore religioso condiviso dalla maggioranza della popolazione, non fu mai perseguitato4. Il paradosso più grande è che sono trascorsi circa tre millenni da quei tempi e non siamo stati ancora capaci di affrancarci dalla volontà di “piegare” il pensiero dei grandi, che a prescindere dal campo in cui hanno pascolato è stato sempre espresso “in buona fede”, alle nostre miserabili esigenze, per lo più gestite in “cattiva fede”.

NON ESISTE UN TEMPO PER TUTTE LE COSE

Mi si perdoni la dissacrazione di un concetto ben radicato nella cultura occidentale, che alcuni attribuiscono addirittura a Salomone, altri si manifestano scettici su tale ipotesi e altri ancora, tra i quali chi scrive, non hanno difficoltà a negarla senza eccezioni. I capisaldi dell’Ecclesiaste sono suggestivi e di rapida presa per l’immaginifico della moltitudine, che predilige ciò che ben si predispone all’anima, senza sforzarsi di comprenderne la reale essenza. Evitando a piè pari inutili disquisizioni, quindi, per passare agevolmente oltre basti e avanzi quanto affermato da Voltaire: “ […]Quel che sbalordisce è che quest’opera empia sia stata consacrata fra i libri canonici. Se si dovesse stabilire oggi il canone della Bibbia, non ci si includerebbe certo l’Ecclesiaste; ma esso vi fu inserito in un tempo in cui i libri erano molto rari, ed erano più ammirati che letti. Tutto quel che si può fare oggi è mascherare il più possibile l’epicureismo che prevale in quest’opera. Si è fatto per l’Ecclesiaste come per tante altre cose ben più rivoltanti; esse furono accettate in tempi d’ignoranza; e si è costretti, ad onta della ragione, a difenderle in tempi illuminati, e a mascherare l’assurdità o l’errore con allegorie5”.

Se non esiste il Tempo e non esiste un tempo per tutte le cose, dall’Ecclesiaste possiamo secernere l’unica intuizione che meriti una certa attenzione: “vanitas vanitatum et omnia vanitas”. La frase consente di meglio sostenere il più celebre detto “sic transit gloria mundi” e porre in risalto l’insipienza del genere umano. Comprendere bene quanto siano fatue le cose del mondo, del resto, aiuta molto a dare un senso al proprio tempo, ma anche in questo caso si combatte una battaglia persa in partenza (ancora tempo perso, quindi) perché la stragrande maggioranza degli uomini non pensa in quale cimitero vuole essere sepolto ma in quale piazza vorrebbe la propria statua.

O TEMPORA O MORES

Duemila anni fa Cicerone si arrabbiava tantissimo costatando la corruzione che dilagava in ogni ambito. Non riusciva proprio a digerire che quel farabutto di Catilina vivesse impunemente e impunemente continuasse a tessere le sue trame, senza che il Senato lo condannasse a morte, come sarebbe stato giusto, visto che per la sua congiura a morte erano stati condannati dei suoi collaboratori.   Spassoso vero? Mi ricorda “tizio” condannato a una severa pena per essere stato presente all’omicidio compiuto da “caio e sempronia”, che però girano impuniti perché giudicati “innocenti” e quindi meritevoli anche di essere corteggiati da editori e registi, per raccontare le proprie gesta, lautamente retribuiti. Oppure mi ricorda un mattacchione che si lasciò corrompere (con una somma di tutto riguardo, a onor del vero) per raccontare minchiate ai giudici e preservare il corruttore da sicure pesanti condanne per le sue attività fraudolente. Smascherato, si beccò la giusta pena, che ovviamente sarebbe dovuta servire come prova per quella ancora più severa da infliggere al corruttore. Aspetta tu!  Devo continuare? Non serve. “O Tempora o Mores”, diceva Cicerone, pensando al suo Tempo e senza prevedere che sarebbe stato sempre così. 

I TEMPI BELLI DI UNA VOLTA

Quali sono? Non so rispondere a questa domanda: proprio non li conosco. Non so nemmeno se vi siano stati. Penso che ogni tempo abbia avuto il bello e il brutto contemporaneamente e poi, l’uomo, invecchiando, ha imparato a cullarsi nell’illusione dei tempi belli di una volta. La mente modifica i ricordi in funzione dello stato d’animo del presente. Agli uomini piace illudersi! In realtà, qualsiasi cosa dovessimo fare nella nostra vita, arriva sempre il momento in cui, realmente o metaforicamente non importa, ci ritroveremo a strimpellare le note di “Come passa il tempo”, con un pizzico di malinconia, anche se circondati da pareti ricche di trofei. E a quel punto davvero diremo, semplicemente: “Come passa il tempo!”, con il punto esclamativo, perché proprio non avremo più né la voglia né la forza di chiederci: “Come passa il tempo?”

NOTE

  • Il concetto di meraviglia, come ispirazione per la sapienza, è sviluppato nel primo libro della “Metafisica” (982 b, 10) “Basta guardare a quelli che per primi hanno esercitato la filosofia, perché risulti chiaramente che la sapienza non è un sapere produttivo. Gli uomini, infatti, sia da principio sia ora, hanno cominciato a esercitare la filosofia attraverso la meraviglia […]. Chi si pone problemi e si meraviglia crede di non sapere, perciò anche colui che ama i miti è in certa misura filosofo, perché il mito è costituito da cose che destano meraviglia”.
  • Martin Heidegger, Essere e Tempo, Introduzione. Classici UTET su licenza Longanesi, 1978
  • Per Vico la natura è opera di Dio e quindi, secondo lui, l’uomo non può conoscerla e deve solo far riferimento alla storiografia, che consente di analizzare fatti realmente accaduti.
  • David Hume, Storia naturale della religione, Editore Laterza, 2007
  • Voltaire, voce “Salomone” del Dizionario filosofico

Lino Lavorgna

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