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Dal nazionalismo alla nazionalità: un percorso ambiguo

PROLOGO

“Chi misurerà la miseria, l’inerzia, la sterilità che vengono alla vita da queste forme di autismo che molti confondono con lo spirito nazionale e l’amor di patria?”

(Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, anni quaranta, edita nel 1977).

“Non possiamo sperare più nulla da nessun popolo, in quanto nazione. Non ci resta che una via, richiamarci agli uomini, agli europei”

(Pierre Drieu La Rochelle, L’Europe contre les patries, 1931”).

“Le persone hanno pregiudizi su nazioni di cui non hanno alcuna cognizione”. (Philip Gilbert Hamerton)

“Le nazioni più grandi si sono sempre comportate da gangster; le piccole da prostitute”. (Stanley Kubrick)

“In individui, la pazzia è rara; ma in gruppi, partiti, nazioni ed epoche è la regola”. (Friedrich Nietzsche)

“Nessun uomo ha colpe o meriti per dove nasce, ma solo colpe o meriti per come vive”. (Lino Lavorgna)

Nel titolo ho utilizzato il termine “ambiguo”, ma non voglio esserlo io: lascio trasparire subito, quindi, l’impronta che conferirò all’articolo, pur essendo consapevole che non è facile mantenere un percorso lineare in una materia così complicata. Sulla nazione, sulla nazionalità e sul nazionalismo – concetto, quest’ultimo – che precede, come meglio vedremo in seguito, l’entità “nazione”, sono state elaborate tante teorie e interpretazioni, alcune delle quali d’indubbia valenza, ancorché propugnate con la tipica sicumera dogmatica che accompagna i depositari di verità assolute. Ai giorni nostri, però, la sicumera degli pseudo-intellettuali e pseudo-politici adusi a parlare di cose più grandi di loro risulta solo ridicola e patetica: per amor di sintesi, pertanto, stendiamo velocemente un velo pietoso sulle confuse masturbazioni mentali e passiamo oltre. Parimenti eviterò di proporre l’ennesima ricetta, inutile e fuorviante come tutte le ricette che afferiscono alle grandi tematiche sociali, perché delle due l’una: sono valide in linea di principio e del tutto irrealizzabili in virtù della realtà contingente; sono valide per fronteggiare le contingenze temporali ma costituiscono un abominio sotto qualsiasi altro punto di vista. Le cose accadono a prescindere dalla nostra volontà, perché spesso scaturiscono dai limiti e dalle debolezze della natura umana. Nel corso dei secoli, anche in quelli remoti, non sono mai mancate le ricette valide per risolvere i mali del mondo;  Erasmo da Rotterdam, però, ci ha fatto ben comprendere che gli esseri umani hanno sempre preferito disattenderle, lasciando intendere – ed è questo il dato più interessante – che forse sia stato meglio così: molto probabilmente, in talune circostanze, le ricette avrebbero prodotto più danni di quelli che intendevano riparare1.

Ho percorso e percorro molti sentieri, ciascuno dei quali considerato il più fascinoso “in un dato momento”. Ho cavalcato il nazionalismo, da giovane, per poi allontanarmene gradualmente, per poi rivisitarlo sotto una nuova luce, per poi discernerlo dalle tante scorie, per poi inquadrarlo in una nuova dimensione, rappresentandone l’ascesa, il declino e il declino insito nella nuova ascesa. Non è stato facile preservare quello spirito analitico obiettivo che richiede più fatica della scalata di una vetta himalaiana. È chiaro che tutto ciò porti, di volta in volta, a “delle conclusioni”. Per quanto, però, possa ritenere di riuscire a ragionare scientificamente, superando i condizionamenti del presente – sempre ben marcati – l’esperienza insegna che ciò non basta. Occorre avere l’onestà e l’umiltà di sostenere, pertanto, che il pensiero è relativo come qualsiasi altra cosa e forse verrà un giorno in cui tutto, ma proprio tutto, sarà (ri)messo in discussione, fino a realizzare quella trasvalutazione di tutti i valori che qualcuno già preconizzava non tantissimo tempo fa. I prodromi di questo processo, del resto, sia pure in modo massicciamente confuso, già cominciano a delinearsi. In attesa di quel momento, cerchiamo almeno di fare chiarezza lì dove è possibile.

PRIMA DELLA NAZIONE C’E’ IL NAZIONALISMO

La traccia dettata dal direttore, come tema del mese, è chiara: “Nazione e nazionalità”. È evidente il riferimento all’attualità, che vede nello ius soli uno degli argomenti predominanti. Prima di addentrarci nel labirinto intriso di trappole concettuali e di cecchini pronti a far fuoco a casaccio, tuttavia, è opportuno chiedersi da cosa scaturisca una nazione, andando oltre la mera definizione di una comunità d’individui che condividono alcune caratteristiche comuni. In realtà non si può compiutamente parlare di nazione se prima non si definisce il nazionalismo. Il nazionalismo precede la nazione! È dalla dottrina che scaturisce il concetto territoriale e non viceversa, come erroneamente si ritiene. Un giovanissimo Alessandro Campi lo spiegò chiaramente nel 1991, in un freddo pomeriggio di fine febbraio, quando nei pressi di Perugia si riunirono eccellenti teste pensanti (e proprio per questo bistrattate) per dissertare sulla Grandezza e miseria del nazionalismo. L’Europa di fronte alla sfida del Duemila2”. “Le nazioni non sono né originali né immutabili”, ammoniva Campi, con quella verve enfatica che ancora oggi lo contraddistingue, facendo il verso a Gianfranco Miglio, che già nel 1945 scriveva: “C’è molta ingenuità nei propositi di coloro che vorrebbero salvare la nazione e condannare il nazionalismo, immaginandosi di trovare il punto in cui l’una cosa possa ragionevolmente essere separata dall’altra. Essi non sanno, o non si accorgono, che reale non è la nazione ma il nazionalismo; che questo genera quella e non viceversa; per usare un termine elegante, la prima è l’ipostasi del secondo”. La distinzione è molto importante perché il crollo delle ideologie ha determinato – oltre a tante altre cose sulle quali sorvoliamo in questo contesto – il crollo delle istituzioni e delle “costruzioni politiche”, sancendo il fallimento del nazionalismo come idea e quindi generando, per riflesso, la crisi delle nazioni.

Il rigurgito di nazionalismo, insito negli strati sociali qualunquisti e culturalmente arretrati, assomiglia alla continua tinteggiatura di pareti umide, periodicamente praticata da chi non riesce a capire che è l’umidità a dover essere combattuta, almeno fino al momento in cui la parete non gli crolli addosso. Se si effettuasse un sondaggio tra studenti liceali e universitari e si chiedesse loro di definire il concetto di nazione, attraverso le risposte potremmo capire come la percezione non collimi con la realtà. Nella mie indagini sociologiche ho avuto modo di evincere che per molti la nazione è qualcosa di antico, che afferisce alla tradizione; è qualcosa di sublime, perché rappresenta la patria comune (che per chiunque è sempre la più bella di tutte). I più preparati magari arrivano a spiegarne l’etimologia latina e davvero rari sono coloro in grado di parlare dell’anelito a vedere l’Italia politicamente unita che traspare tanto negli scritti di Giordano Bruno, Machiavelli e Guicciardini3 quanto in quelli dei tanti patrioti vissuti nel XIX secolo. Se si chiedesse di illustrare, poi, gli analoghi principi enunciati da Gioviano Pontano, Baldassarre Castiglione, Francesco Gonzaga, gli occhi strabuzzati e le bocche spalancate testimonierebbero in modo inequivocabile il disastroso stato della formazione scolastica. Al di là dei fuochi fatui successivi alla discesa di Carlo VIII, comunque, fu “solo” con la rivoluzione francese – di fatto ieri, storicamente parlando – che il termine assunse una valenza politica, incarnando il soggetto collettivo destinato a soppiantare la monarchia e il suo legittimo rappresentante, fino a quel momento depositario esclusivo della sovranità. Il debutto ufficiale avvenne il 26 agosto 1789 con l’articolo tre della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: “Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare un’autorità che da essa non emani espressamente”. L’enunciato si diffuse rapidamente e nazione divenne ben presto sinonimo di popolo e di patria. Le guerre d’indipendenza in Italia trovarono la prima fiammella che alimentò l’incendio proprio grazie ai simpatizzanti della rivoluzione francese, per i quali esisteva una nazione italiana ed era giusto adoperarsi affinché fosse creato uno Stato nazionale italiano.

LA NAZIONE DIVENTA REALTÀ.

Il termine nazione debutta trionfalmente nella storia, ma quali sono le nazioni? Chi ne fa parte? I quesiti risultano importanti per delineare il quadro che si dipanò nella prima metà del XIX secolo, soprattutto in Italia, quando l’identità nazionale iniziò a essere promossa da soggetti di alta valenza intellettuale e culturale, che trovarono facile gioco nel propugnare le proprie tesi ancorandole alla tradizione letteraria italiana. È convincimento diffuso, ma errato, che la lingua comune funse da collante per auspicare l’unificazione dell’Italia. In realtà l’italiano letterario era conosciuto e utilizzato solo da una piccola fetta di cittadini, essendo la maggioranza adusa a utilizzare il dialetto. Il presupposto della lingua, pertanto, assunse una valenza più formale e accademica che sostanziale. Vi è da considerare, inoltre, che la voglia di nazione si scontrò con la resistenza dei piccoli Stati, che non avevano nessuna intenzione di perdere la loro autonomia.  Nonostante ciò, la nazione diventò realtà, sia pure dopo i travagli ben noti. La sua affermazione, e quindi l’accettazione come idea, fu resa possibile da tre elementi fondamentali4:

  1. fu considerata come una comunità di parentela e di discendenza dotata di una sua genealogia e di una sua specifica storicità. Nasce il suggestivo sistema linguistico fatto di madre-patria, di padri della patria, di fratelli d’Italia;
  2. fu descritta anche nelle sue componenti di genere, attraverso un’operazione che attribuisce agli uomini il compito di difenderla armi alla mano e alle donne il compito di riprodurre – in forma casta e virtuosa – le linee genealogiche che strutturano la nazione come comunità di parentela;
  3. si trasformò in una comunità i cui membri devono essere entusiasticamente disposti al sacrificio della propria vita. Il richiamo alla necessità del sacrificio è un’operazione che consente di presentare il discorso nazionale come un discorso politico para-religioso: i militanti morti per la causa diventano subito dei martiri. Le guerre nazionali si trasformano in “guerre sante”; l’azione di propaganda diventa apostolato; la rinascita della nazione diventa resurrezione, ossia “Risorgimento”.

Le masse vengono educate al culto della nazione. Prende corpo, in tal modo, una vera e propria nazionalizzazione delle masse e sarà proprio questa definizione che George L. Mosse utilizzerà per il suo libro più famoso5, nel quale spiega come scuola, esercito, stampa e tutte le istituzioni abbiano il compito di insegnare ai cittadini le nuove regole imposte dai processi unitari. In Italia Edmondo De Amicis scrive il libro “Cuore”; agli inizi del ventesimo secolo si sviluppa una florida cinematografia patriottica; si cementa l’idea della “bella morte per la propria Patria” e ai patrioti  sacrificatisi per l’idea unitaria viene assicurata una sorta di immortalità grazie alle statue erette in ogni dove a futura memoria. Dopo la prima guerra mondiale vi penserà Benito Mussolini a conferire nuova linfa ai concetti sopra esposti, esaltandoli in quella forma parossistica che ben conosciamo e con le drammatiche conseguenze che non abbisognano certo di essere qui rievocate.

LE CONTRADDIZIONI DEL DOPO GUERRA

Sconfitto il fascismo, la paura dell’ideologia nazional-patriottica spinge intellettuali e politici a individuare nuove forme valoriali. S’incomincia a parlare di Europa unita come patria comune, in modo che i nemici di ieri possano diventare i fratelli dell’oggi e del domani. A parole. La realtà è ben diversa. Nelle scuole ci si guarda bene dall’attuare un nuovo corso didattico che tragga spunto da una visione più moderna della società e magari prenda in seria considerazione i concetti esposti nel famoso “Manifesto di Ventotene”6. La letteratura italiana predomina e il culto dell’italianità viene perpetuato senza dissimulazioni, trasmettendo una serena (e ovviamente irreale) consapevolezza di superiorità. Sono trascorsi solo pochi anni, del resto, da quel fatidico 3 settembre 1943, consacrato alla storia per l’armistizio che fu siglato a Cassibile tra i generali Castellano e Walter Bedell Smith, caratterizzato da un aneddoto poco noto7 ma emblematico di una certa mentalità italiana, dura a morire e ben rappresentata in ogni contesto: arte, cultura, sport, spettacolo.

Gli italiani si sentono i migliori al mondo e nei film riescono anche a vendere la fontana di Trevi agli sprovveduti americani, dipinti sempre come fessacchiotti facilmente abbindolabili. L’illusione, paradossalmente, persiste anche quando il paese implode e affiora il suo vero volto. Il Risorgimento e il Fascismo erano riusciti, anche con la forza della suggestione, nell’impresa “impossibile” di dare coesione a qualcosa che, per molteplici ragioni, coesa non poteva essere.  La decadente classe politica post bellica, però, non ha la capacità di mantenere unito un popolo che, di fatto, unito non lo era mai stato. La crisi scoppia subito e si perpetua, decennio dopo decennio, acquisendo crescenti elementi che ne acuiscono la portata. Il Nord si stacca idealmente, con risentito disprezzo, da un Sud visto come peste bubbonica e soggiacente alla sub-cultura dell’illegalità, mantenendo inalterato il razzismo interno anche quando appare evidente che le distonie sociali e comportamentali non hanno confini territoriali ma solo differenziazioni classiste: la delinquenza del Sud attecchisce precipuamente nel sottoproletariato emarginato; quella del Nord nei salotti dell’alta borghesia e della finanza, salvo poi saldarsi in quel coacervo di commistioni e ramificazioni che ha ridotto il paese nella palude mefitica che abbiamo oggi sotto gli occhi.

RIGURGITO DI NAZIONALISMO E PARADOSSI FEDERALISTI.

Sul processo d’integrazione europea ho parlato diffusamente sia in questo magazine sia altrove e quindi ritengo superfluo soffermarmi diffusamente sull’argomento. Pur essendo chiaro, da sempre, che solo un’Europa unita potrebbe rappresentare la soluzione ai problemi comuni, il processo d’integrazione non decolla, essendo esclusivo retaggio di una minoranza culturalmente attrezzata per superare pregiudizi secolari. Sul piano pratico si realizza il pastrocchio del mercato comune, ribaltando un concetto fondamentale, il primato della politica sull’economia, con i risultati nefasti che ben conosciamo. Si rinuncia a realizzare una vera scuola di formazione comunitaria che inculchi nei giovani “la coscienza europea”, perché, molto semplicemente, la coscienza europea è una prerogativa della classe illuminata di cui sopra e non certo dei governanti. Il nazionalismo imperversa ovunque e la voglia di nazione acuisce le tensioni anche all’interno degli Stati. Apparentemente il linguaggio nazional-patriottico si affievolisce nell’uso comune. Le reboanti espressioni intrise di aggettivi e di vuota retorica, tipiche del Ventennio e del primo dopoguerra, lentamente scompaiono dai media, ma non dalle coscienze degli uomini.

Le politiche dissennate dei governi centrali, non solo in Italia, fanno il resto, alimentando una voglia di indipendenza che, in taluni casi, arriva a recuperare anche quei presupposti ideali che consentono di sacrificare la propria vita. Merita senz’altro rispetto e considerazione, per esempio, la lotta per l’indipendenza che indusse i giovani del Nord Irlanda a sacrificarsi per unirsi alla madre patria e sottrarsi alla dominazione straniera. Per analoghe ragioni si può solidarizzare con gli scozzesi che bramano uno stato indipendente. Più complessa da inquadrare è la questione spagnola: le battaglie dell’ETA, se da una parte possono trovare una parvenza di giustificazione durante il franchismo, quando il desiderio d’indipendenza fu associato alla lotta contro un regime autoritario, dal 1975 al 2011, anno in cui cessa la lotta armata, si possono configurare solo con l’intento di affermare la vocazione marxista-leninista anche con l’uso delle armi, incutendo terrore. I combattenti, a quel punto, si trasformano in terroristi. La Catalogna fa prevalere la maggiore capacità produttiva, sostenendo a chiare lettere che non se la sente più di finanziare il resto del Paese grazie al suo PIL di 200 miliardi di euro, che vale l’intera economia del Portogallo e contribuisce a formare un quinto del prodotto interno spagnolo. Sulle cause delle risibili- absit iniuria verbis – contrapposizioni territoriali in Belgio non mi dilungo, rimandandovi all’eccellente articolo di Roberto Dagnino, pubblicato nel numero dodici di “Limes”, anno 2010: “Fiamminghi e Valloni separati in casa”, e a un mio articolo reperibile nel blog www.galvanorwordpress.com: “Una lingua ufficiale per l’Europa”, giugno 2014.  

Nell’Italia settentrionale la Lega Nord ottiene grande successo ribadendo concetti quasi analoghi a quelli dei catalani, corroborandoli, però, con un marcato razzismo, che trova facile diffusione in quella media borghesia con ignoranza pari alla supponenza. Con la tipica confusione concettuale di chi ragioni con la pancia senza essere culturalmente attrezzato per usare la testa, si propone una sorta di federalismo pasticciato, impossibile da realizzare sul piano pratico e distonico rispetto a un sano federalismo, proficuamente attuabile in attesa dei tempi lunghi necessari alla realizzazione dell’Europa delle regioni, federate in una vera entità nazionale che possa configurarsi come “Stati Uniti d’Europa”. Nel nostro Paese è evidente il fallimento dei presupposti sanciti dall’articolo cinque della Costituzione ed è noto a tutti che le autonomie locali sono essenzialmente macchine spreca-soldi al servizio della malapolitica. Un congruo riassetto costituzionale, tuttavia, è reso difficile proprio perché l’attuale sistema rappresenta una vera manna celeste per la malsana classe politica, che imperversa ininterrottamente dal dopoguerra, cambiando colore ma non certo mentalità.  Un riassetto federalista, invece, sarebbe funzionale alle reali esigenze dei cittadini se rispettasse i seguenti presupposti:

  1. Abolizione delle regioni e istituzione di quattro o cinque macroregioni (o Stati che dir si voglia), rette da un governatore con poteri limitati rispetto a quelli del governo centrale. (Sanità, energia, poste e trasporti, per esempio, dovrebbero ritornare a una gestione centralizzata).
  2. Abolizione delle amministrazioni provinciali.
  3. Accorpamento dei piccoli comuni, stabilendo un limite minimo intorno ai quindicimila abitanti.
  4. Ridefinizione delle province che, con opportuni “accorpamenti” e la destrutturazione delle quattordici città metropolitane (un vero abominio), non dovrebbero essere più di cento, in modo da evitare costose frammentazioni utili solo ad alimentare malcostume e malapolitica8.

L’evidente e cospicuo risparmio economico che si otterrebbe con siffatto impianto potrebbe essere proficuamente utilizzato per sopperire a tre grosse lacune che aggiungono problemi ai problemi: la carenza delle strutture ospedaliere, dei tribunali e delle carceri. Tutti i cittadini hanno diritto a una proficua assistenza sanitaria e, come ben noto, i tagli alla sanità e la chiusura degli ospedali, conseguenza delle tante ruberie perpetrate dalle gestioni regionali, costituiscono un vero dramma. Parimenti la lentezza della giustizia si combatte “tutelando” i Magistrati e non vessandoli con carichi insostenibili, forieri anche d’ingiustificate accuse. La sicurezza, poi, va garantita mandando i delinquenti in galera, evitando indecenti sconti di pena per mancanza di strutture.

NAZIONALISMO: MALE ASSOLUTO

Chiudo questa sezione dell’articolo lasciando la parola ad Alessandro Campi, perché, per quanti sforzi possa compiere, non riuscirei a scrivere di meglio: “Dal punto di vista etico, non c’è dubbio, il nazionalismo rappresenta – e oggi più di ieri – (siamo nel 1991, n.d.r.) – un’autentica aberrazione. La logica che lo anima è quella dell’esclusione, del rifiuto pregiudiziale ed emotivo dell’Altro in quanto tale. Il suo piatto forte spirituale – basta leggere un qualunque dottrinario nazionalista – è la retorica del noi. Gli altri, per definizione, hanno sempre torto. [-]Il nazionalismo appare davvero come una malattia dello spirito, quasi una forma di autismo, un segno di grettezza e di chiusura mentale. Prima ancora che un’ideologia politica, il nazionalismo sembra essere uno status mentale. E in effetti non sono mancati i tentativi di spiegarne nascita e diffusione ricorrendo all’armamentario tipico della psicologia.

Nel suo “Nationalismus. Psychologie und Geschichte”, Eugen Lemberg chiama in causa tutta una serie di fattori psicologici, dal bisogno di affermazione spirituale al senso di appartenenza al desiderio di elezione, dalla dedizione del singolo alla causa del gruppo al senso del sacrificio a fronte di una minaccia, tutti fattori che spiegano bene, a un livello assai elementare, il bisogno di comunità che costitutivamente appartiene all’uomo, ma che non si comprende in che misura possano riguardare specificamente il nazionalismo, se non nel senso di una loro degenerazione patologica. Il nazionalismo ha perciò più a che fare con un generico senso di frustrazione, con un senso d’inferiorità più o meno dichiarato, che non con il bisogno di radicamento e di comunità. Nel suo intimo, il nazionalista vive costantemente accerchiato. Ha sempre bisogno di sentirsi difeso, vede minacce ovunque. Tende a non fidarsi. Insomma, è un individualista nevrotico. E sull’individualismo non si costruisce nessuna solidarietà effettiva”9.

NAZIONALITA’ E IUS SOLI

Il principio che si configura come massima espressione di civiltà, relativamente allo ius soli, è molto semplice: “Chiunque nasca in un dato paese e sia soggetto alla sua giurisdizione ha diritto alla cittadinanza”. Il distinguo sulla giurisdizione vale per i diplomatici e i militari che dovessero concepire un figlio mentre prestano servizio all’estero. Dall’assunto, poi, nascono molti altri distinguo che vedono posizioni contrastanti anche tra chi ne sia un convinto sostenitore, per lo più riguardanti la molteplicità di situazioni che possono scaturire dalla presenza di stranieri in un dato paese. Come ho scritto innanzi, però, vi sono principi nobili che vengono vanificati dalla realtà contingente e per questa materia ci troviamo proprio in siffatta situazione. Non basta, infatti, che un principio sia valido teoricamente per conferirgli dignità legislativa: occorre che lo stesso sia adottato proprio in virtù della sua essenza (e non per fini reconditi, magari di dubbia eticità) e che i proponenti abbiano piena dignità operativa nell’esercizio delle proprie funzioni. (Una cosa “giusta” deve essere fatta da una persona “giusta”. Se la persona è “sbagliata” perde efficacia l’azione compiuta).  

Vi è anche un altro aspetto da tenere in considerazione: non si può disattendere in toto la volontà popolare, seppur essa appare distonica rispetto ad aspetti valoriali che sono facilmente accettabili da una classe sociale culturalmente evoluta, ma minoritaria. Scrivo questo paragrafo dell’articolo mentre al Senato si accingono a discutere sulla legge che prevede lo ius soli temperato e lo ius culturae, definizioni tipiche delle contorsioni lessicali tanto care ai politici italiani. Non seguirò il dibattito che, more solito, si trasformerà in bagarre insulsa, considerato il livello dei soggetti agenti e l’attenzione precipua agli interessi di bottega piuttosto che ai presupposti di civiltà. Cerchiamo di capire, quindi, la vera essenza del problema al di là delle chiacchiere strumentali. Non è questo il momento per approvare una legge in materia,  seppur fosse valida in linea di principio, cosa per giunta non vera per quella proposta. Stop. Il testo presentato al senato è un pastrocchio senza capo né coda perché contempla lacci e lacciuoli concepiti ad arte per buttare fumo negli occhi su tutti i fronti. Quando si tenta di accontentare tutti, non si accontenta nessuno. Lo ius soli o è “classico” o non è. È palese, del resto, il fine strumentale dei proponenti, di natura prettamente elettoralistica. Il momento particolare – emergenziale e purtroppo destinato a mantenersi tale ancora a lungo, dilatando il concetto etimologico del termine emergenza – impone la massima prudenza e la massima attenzione su talune scelte e provvedimenti. È senz’altro giusto e legittimo provvedere alla manutenzione della propria villa curando il giardino e provvedendo all’acquisto di bei quadri, di buoni libri e di tutto ciò che rende gradevole un’abitazione.

Dubito, però, che ciò sia possibile  quando la villa presenti problemi strutturali, sia stata danneggiata da una scossa sismica o da un incendio. La stabilizzazione dei flussi migratori, necessariamente, deve costituire una priorità. Senza tanti giri di parole, poi, occorre anche preoccuparsi di “stabilizzare”, in modo serio e compiuto, il Medio Oriente e quei paesi del continente africano in mano ai vari dittatorelli. La politica del tirare a campare è dissennata, perché prima o poi il fiume già impetuoso si trasformerà in un oceano tempestoso che travolgerà tutto e tutti. La realtà contingente, inevitabilmente, condiziona non solo l’umore delle persone, ma anche l’equilibrio psicofisico. Non è esagerato sostenere che la maggioranza del popolo italiano è smarrita e devastata interiormente. Quello che segue è un sondaggio recente, effettuato dai sociologi del sito “Termometro politico” ai primi di luglio. Il 63,6% degli italiani è contrario allo ius soli, senza distinzioni di sorta e a prescindere da ogni variabile legislativa. Lo scorso 4 dicembre, il referendum sulla riforma istituzionale vide trionfare il “NO” con il 59,1% dei consensi. L’84,7% degli elettori che hanno votato “NO” è contraria allo ius soli. Tra quelli che hanno votato “SI’”, invece, (40,9%), è contrario un non trascurabile 32%. Di fatto è il solo elettorato del PD e della ridotta area della sinistra radicale a essere favorevole! Un dato ancora più significativo è quello che riguarda il diritto alla cittadinanza per i genitori dei bambini eventualmente beneficiati dallo ius soli: l’86,5% degli italiani non ammetterebbe deroghe nemmeno in questo caso!!! Niente cittadinanza ai genitori! Il 58,1% degli italiani, inoltre, ritiene che la proposta di legge sia finalizzata solo ad accrescere il voto ai partiti di governo, in particolare del PD.

I dati non necessitano commenti e fotografano un quadro sostanzialmente sconcertante nella sua drammaticità, anche perché, molto probabilmente, le percentuali scaturite dal sondaggio risulterebbero ancora più alte se si allargasse sensibilmente l’area d’indagine. E a questo punto vi è poco da aggiungere: non è lecito sperare nel buon senso di chi ci governa e il popolo disorientato brancola nel buio, alternando il proprio consenso ai vari soggetti in campo senza rendersi conto che, in mancanza di una vera rivoluzione epocale, a prescindere dai risultati, saranno sempre “tutti loro” a vincere e a suonar la quadriglia. Nella foto che sovrasta il titolo vi è la nostra galassia, la Via Lattea, che è solo una tra i miliardi di galassie che si sono sprigionate dopo il famoso Big Bang. Il suo diametro si misura con un numero che non avrei mai saputo pronunciare senza l’ausilio di un convertitore automatico. All’interno della galassia vi è il nostro Pianeta. È praticamente impossibile scorgerlo a meno che non s’ingrandisca la foto con una dimensione pari a quella di un continente! E forse non basta. Pazzesco, vero? Quando guardo quella foto e penso a tutto ciò che accade sulla Terra, per evitare d’impazzire socchiudo gli occhi e cavalco tempo e spazio raggiungendo “amici sinceri” in un vecchio bistrot di Montmarte. È bello vederli tutti insieme, anche loro in fuga dal Tempo: Celine, Rimbaud, Verlaine, Chenier, Baudelaire, Brasillach, Gauguin, Brel e tanti altri. Sorseggiamo qualche bicchiere di assenzio, alternando poesia e canto, senza parlar d’altro. Bastano pochi attimi di quella fuga per tornare a sorridere. Del resto, sosteneva ancora zio Erasmo, “la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico”. Magari qualcuno amerebbe recitare solo a teatro o su un set cinematografico e non pensa che la vita sia una commedia, ma sicuramente è uno che pensa male e deve ancora capire il mondo. Chissà che ne è stato dello ius soli, intanto. Forse stanno ancora parlando. O forse si sono stancati. È tempo di mare, dopo tutto.

NOTE

  • “Elogio della follia”, Erasmo da Rotterdam. Il titolo del saggio è quello generalmente in uso. Il testo in mio possesso, edito da Einaudi nel 1978 e dal quale ho tratto altri spunti per questo articolo, è invece intitolato: “Elogio della pazzia”.
  • Sesto seminario nazionale di studi della Nuova Destra a Passo dell’Acqua (PG), 23-24 febbraio 1991. Atti pubblicati nel numero 158 di “Diorama Letterario”, giugno 1992.
  • Non sorprenda la posposizione di Machiavelli e Guicciardini a Giordano Bruno, nonostante i secondi precedano temporalmente il primo. A mio avviso, e contrariamente al pensiero diffuso, nell’opera di Giordano Bruno vi è un più marcato sentimento unitario rispetto a quanto non traspaia soprattutto in Machiavelli, per il quale l’unità d’Italia, sostanzialmente, si configurava come estensione del potere di Firenze.
  • “Nazionalismi e neonazionalismi nella storia d’Italia”. Articolo di Alberto Mario Banti pubblicato sul numero 2 di Limes del 2009: “Esiste l’Italia? Dipende da noi”.
  • “La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933). Edizione più recente: “Il Mulino”, 2009.
  • Ispirato da Altiero Spinelli durante il confino nell’isola di Ventotene, costituisce il primo documento ufficiale che prefigura la necessità dell’istituzione di una federazione europea, gettando le basi per la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa.
  • La vicenda del generale Castellano è surreale anche nella parte più nota, quella che da un lato lo caratterizza come un burattino nelle mani di Badoglio e dall’altro come un pallone gonfiato che pretendeva di trattare con gli Alleati come se non fossero mai esistiti i tre anni precedenti e ritenendo di essere a loro superiore in tutto, fino a presumere di poter dare consigli su come fronteggiar ei tedeschi. Presunzione non scevra di pacchianerie degne di un caporale di giornata: all’atto delle presentazioni con gli alti ufficiali alleati, che è bene precisare prima della firma dell’armistizio erano a tutti gli effetti dei nemici, al loro “Pleased to meet you” invece di rispondere correttamente, anche in italiano, volendo, replicò con un volgarissimo “int’o cul”, appagando in tal modo il suo frustrante e ridicolo complesso di superiorità. 
  • europanazione.eu – Vedi il programma.
  • Alessandro Campi: vedi nota nr. 2

Lino Lavorgna

 

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