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Napoli: la verità sulla festa del sovvertimento

Maschere e segreti del Carnevale

E Napoli? Come ha reagito Napoli, la città della sopravvivenza, l’Urbe della tradizione popolare, la capitale del divertimento e dell’espressionismo ludico popolare? Quale maschera ha portato nei secoli e con quali lazzi ha festeggiato? Strano pensarlo, e (permettetemi) quasi inverosimile fino alla seconda metà del Settecento la storia del Carnevale a Napoli appare, fondamentalmente, la storia delle liturgie carnevalesche della corte e dell’aristocrazia. ‘La forte presenza del cattolicesimo cristiano spagnolo si impone con il pressante dominio ecclesiastico che spaventa, giudica e pregiudica ogni libertino divertimento. Se non stabilito dalle stesse sfere il popolo non crea e non osa, ha forse paura o forse è troppo subissata dalla povertà. È pur vero che il popolo si divertiva con altre occasioni e feste di rione, ma del carnevale nessuna traccia tra i vicoli e le piazze, sono un susseguirsi sempre maggiore di feste sante, processioni e giubilei che divengono in parte si consacrati ma dissacranti nelle più remote bettole e cave. Significativamente si dà spazio alle Quarantore che sono l’anti-carnevale della Chiesa. Bisognerà aspettare solo la fine del XVIII secolo perché appaiono le prime notizie sul Carnevale popolare, ad opera soprattutto dei viaggiatori stranieri del Grand Tour. Gli stessi che molte volte erano malati di esotismo e che inseguivano il mito del Sud vitalistico e solare, aprendo e finanziando quella letteratura indigena degli usi e costumi delle classi popolari.

È così che si sviluppa la maschera di “Pulcinella a Ccavallo a la Vecchia do Carnevale”, una maschera doppia, rappresentata da Pulcinella e una donna anziana che lo porta sulle spalle. Pulcinella è sempre gobbo e tiene le braccia aperte, sempre impegnato a ballare e a suonare le nacchere in contrasto con la donna che, seppure ha un viso grinzoso e deforme, si ritrova un corpo giovanile e procace. Tradizionalmente la maschera era accompagnata nelle sue uscite da un’orchestrina di Pulcinelli, di solito quattro con i tipici strumenti: il putipù, il triccaballacco, le nacchere e la canna. In quel momento la vegliarda si abbandonava alle mosse del ballo e contemporaneamente Pulcinella l’accompagnava, solitamente la tarantella ha annotazioni erotiche. È una versione che nel folklore europeo si può associare alla Befana, alla Quaresima e alla Vecchia del Grano. Una natura appassita, di un anno trascorso, la vecchiaia, il passato individuale collettivo, la somma di negatività che ha segnato il tempo precedente e si configura come simbolo propiziatorio che porta in sé i semi della vita futura. È l’emblema di prosperità in quanto prosperosa e di rinascita in quanto vecchia nel corpo giovanile. Quindi il cavalcare la donna può rappresentare il trionfo di pulcinella/carnevale sulla vecchia/quaresima. Altre sono state maschere perse nel tempo come lo “Spagnolo” di plebea origine, che portava la mantelletta, il cappello piumato e i merletti a sbrendoli sulle scarpe ed è l’eterno antagonista di Pulcinella non a caso in giro con un corteo senza maschera che cerca la folla così incomincia a ballare una frenetica tarantella tra applausi, gridi e canzonacce. L’altra maschera è il “Medico”, ovvero il ciarlatano che con una giamberga di color verde carico sino ai piedi, con ritagli d’argento e calzoni corti, una parrucca di carta bianca e rossa con due codini, ed un occhiale grandissimo, esordisce presentandosi pomposamente in pubblico, narrando di strani metodi di cura. Poi incomincia a riceve i malati (suoi complici): una donna voluminosa e barbuta, ritenuta moribonda, che da lui viene manipolata e alla fine riesce ad estrarre dal corpo un melone; oppure, una paziente ammalata di cuore a cui estrae una zucca dal petto, od ancora un uomo che soffre di stitichezza a cui estrae dal sedere una rapa, che morde. A lui affine è il “Cacciamole” o Cavadenti, una maschera come il dottore col quale spesso si confonde, un guizzante scugnizzo che indossava un vecchio e sbiadito frac, un sudicio cappello a tre punte con lenti affumicate ma con una dialettica gustosa ed umoristica, fiorita di bestialità, con in mano un arnese a forma di tenaglia e una morsa di legno, che usava sul disgraziato cavandogli un’intera mascella… di cartone.

Altro è “Pasqualotto” (o Pascalotto) che rimaneva così per tutto il resto dell’anno (come imprigionato dalla maschera o dallo spirito) che nella vita fa il tamburraro, il castagnaro e il piattaro. Era lui che apriva il Carnevale con la sua maschera ermafrodita, con abiti da donna, con un seno posticcio abbondante e il viso tinto di minio, il volto rosso pel fuoco e un tamburello strepitoso. Colui che canta, balla e salta, che ha abilità ginniche e che lancia con il suo lungo bastone dal pomo di cenci fino al quinto o sesto piano, raccogliendolo con la mano dietro la schiena.

Infine “Don Nicola” che ha in testa un cappello tricorno, gallonato da un nastro nero con fiocchetti, parrucca di stoppa, gli occhialoni tondi cavati da una buccia d’arancia, un panciotto fiorato e scarpe a fibbia. Preceduto da un servitore in livrea con l’ombrello e la sacca da viaggio, sosta e saluta i bottegai con lunghe rime, filastrocche carnevalesche, orazioni funebri per Carnevale morto, testamenti di Carnevale, sempre con una parlantina veloce. Il ruolo sociale che incarna è quello dell’avvocato o notaio che alla fine stende la mano, cerca la questua, elemento rappresentativo indispensabile per lo spettacolo. Funzione di Don Nicola è anche quella di provocare le maschere seriose dei ceti medi che a tarda sera passavano per la strada per recarsi nelle case, nonché carica i temi di umori polemici e di spunti di critica sociale, che superano la parodia giocosa (un vero richiamo al Paglietta, al Paglietta calabrese, alla Zeza).

Inoltre il gioco della linguistica utilizzata, sia essa studiata o esasperata, crea l’equivoco verbale, il discorso al contrario, l’alterazione onomastico, l’associazione sonora, l’analogia libera, la manipolazione lessicale, il non senso, l’iterazione fonica, l’allusione erotica e scatologica, la tautologia; un vero e proprio linguaggio sregolato e demenziale, tuttavia orientato dal gusto dell’inversione e della trasgressione (forma piena che incontriamo in autori ed attori formidabili maschere quali Petrolini, i Maggio, Tina Pica, Dolores Palumbo, i Taranto, Tecla Scarano, Peppino De Filippo, Trottolino, Maghizzano, Leo Brandi, Marchetiello, Raffaele Viviani, Antonio Petito ed infine su tutti Antonio De Curtis alias Totò). Infatti questi elementi saranno il terreno fertile nella comicità e nell’avanspettacolo o nei cafè-chantant, nella sceneggiata, nelle canzoni di giacca e di paglietta, nel varietà fino a divenire Teatro della Commedia dell’Arte. Il popolare, il suburbano che diviene e si rivolta, ma non solo per poco tempo, che non elemosina e che non scende in piazza ma che si trasforma sul palco, dove vi si entra pagando per godere, vedere e sorride. Quelle stesse maschere, che hanno in sé tutto ciò che infernale e bestiale, goliardico e demoniaco, antico e popolare, critico e autocelebrativo, in cui ora non è più trucco, dipinto o maschera a coprire un volto e possedere un uomo, ma è l’uomo stesso ad essere maschera di sé stesso. Dove oggi non si è coperti di fuliggine e né si tende a “levare” l’Addio, i demoni sono ritornati nel loro mondo e forse non verranno più nel nostro. Il Cosmo non è più sovvertibile e forse se non avremo in vero revival del Carnevale. Allora questi è veramente morto.

 Marco Fiore

 

 

 

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