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Le parole sono importanti

INCIPIT

Non se ne può davvero più di sentire utilizzare a sproposito termini come “élite”, “radical chic”, “populisti”. E anche sul termine “destra” vi è molto che non va.

UN PO’ DI ORDINE NEL CAOS TERMINOLOGICO

Mercoledì, 10 aprile. Ernesto Galli della Loggia, in un articolo sul “Corriere della Sera”, lancia quattro proposte per battere l’ignoranza. Le proposte, ovvie e scontate,  non possono che essere da tutti condivise:  buona scuola; lettura, libri,  giornali, trasmissioni radiotelevisive ad hoc per combattere anche la disinformazione mediatica; eliminazione del degrado nelle periferie. Il quarto punto è un po’ meno condivisibile perché prevede una ridefinizione del ruolo delle giurie popolari  nei processi, che andrebbero equiparate a quelle che operano nei sistemi di “common law”. Non sono d’accordo, ma è chiaro che ognuno è libero di pensarla come vuole. Nel costrutto dell’articolo è ben evidente la critica a coloro che, a suo giudizio, sono i primi responsabili della mancata attuazione di quei presupposti che avrebbero favorito l’ignoranza, accusandoli di non aver fatto nulla per difendersi e per attenuare l’immagine della propria lontananza dalla maggioranza dei cittadini. Per lo più si rivolge ai suoi amici di sinistra.

Giovedì, 11 aprile, programma televisivo “Piazza pulita”. È ospite nello studio di Formigli l’ex presidente del Consiglio, Enrico Letta, che parla del suo ultimo libro, nel quale ha letteralmente massacrato l’area politica di sinistra, di cui fa parte.

Apparentemente i due personaggi meriterebbero un plauso per quanto asserito, ma così non è. I destinatari principali del loro messaggio, infatti, sono coloro che, con un termine abusato, definiscono “l’élite” del paese.  E qui casca l’asino, per molteplici ragioni. Se prendiamo un qualsiasi dizionario, la definizione ricorrente di “élite” è la seguente: “Ristretto gruppo di persone al quale, rispetto alla restante parte della popolazione di riferimento, vengono attribuite specifiche o generiche superiorità in fatto di raffinatezza, ricchezza e livello sociale”. Più esplicito è il dizionario Treccani: “L’insieme delle persone considerate le più colte e autorevoli in un determinato gruppo sociale, e dotate quindi di maggiore prestigio”. Per Vilfredo Pareto l’élite è composta “dagli  individui più capaci in ogni ramo dell’attività umana, che, in una determinata società, sono in lotta contro la massa dei meno capaci e sono preparati per conquistare una posizione direttiva”.

Sarebbe il caso, pertanto, che la si smettesse con la bufala di considerare “élite” coloro che, con termine più appropriato, si possono definire solo dei “parvenu”. Hanno provocato disastri; non hanno storie personali e familiari significative né retaggio ancestrale di peso; sono figli e nipoti del sessantotto, del sei politico, delle lauree comprate e regalate, di studi posticci e farraginosi. In poche parole, per il semplice fatto che idealmente si rifanno a politiche decadenti, dannose e anacronistiche, avendo dimostrato in mille occasioni di essere inadeguati alla gestione di qualsiasi potere, per inettitudine o per la propensione a utilizzarlo per fini personali  (quando i “parvenu” conquistano il potere devono soprattutto sedare la loro fame di ex poveracci),  costituiscono una vera e propria zavorra della quale prima ci si libera totalmente e meglio è. Intanto, basta con “élite”.

Allo stesso modo occorre smetterla di definirli anche “radical chic”. Radicale deriva da “radici” e le “radici” di quei soggetti, ben conoscendole, andrebbero essiccate con i più potenti pesticidi. In quanto al termine “chic”, la sua accezione positiva, che caratterizza eleganza e raffinatezza, davvero suona stonata se tributata a dei parvenu da quattro soldi, che avranno anche i soldi (spesso rubati) per comprarsi la barca, scarpe e abiti firmati, ma stanno alla vera raffinatezza e alla vera eleganza come un vinello da novanta centesimi, magari annacquato dall’oste disonesto, sta a un Granbussia Barolo Riserva DOCG Millennium Collection. Le parole sono importanti: usiamole correttamente.

Il termine “populista” è utilizzato con intenti dispregiativi per definire tutti coloro che non si riconoscono “nell’armata brancaleone” dei parvenu di cui sopra. Chi scrive questo articolo, pertanto, sarebbe un “populista”. Va benissimo così e per amor di sintesi evito anche una lunga e complessa trattazione del termine, per caratterizzarne radici, sviluppo ed essenza, rimandandola ad altra occasione, magari in un numero speciale dedicato all’argomento, nel quale fare chiarezza anche su un altro termine utilizzato in modo distonico, insieme con i suoi derivati: “liberale”. Ho la presunzione di poter affermare, infatti, che se una persona come me viene definita “populista”, il termine potrà anche assumere mille forme, ma tutte resteranno confinate nell’area del “Bene”. Ne fa specie la storia personale e il prezzo salatissimo che coscientemente ho pagato e continuo a pagare per essere ciò che sono: una persona libera.

LA DESTRA

Dopo aver liquidato, senza sprecare troppo spazio, fastidiosi luoghi comuni, soffermiamoci con più attenzione sul termine “destra”, pregno di una distonia terminologica ben più grave di quelle succitate. Oggi si continua a parlare di “destra” riferendosi ad alcuni partiti presenti nel Parlamento e ad altri gruppi e partiti minori, per lo più operanti a livello associativo. Ognuno è libero di definirsi come vuole, per carità. È cosa buona e giusta, tuttavia, soprattutto per rispetto di chi del termine sia un legittimo tributario, e ancor più per i tanti che lo abbiano onorato in passato, magari rimettendoci la vita, fare chiarezza sulla sua vera essenza. L’argomento è stato diffusamente trattato più volte in questo magazine, ma evidentemente “repetita iuvant”.

Innanzitutto sfatiamo l’ennesimo luogo comune, che si sente ripetere come un mantra da più parti: destra e sinistra sono concetti anacronistici, da sostituire con nuove definizioni della realtà sociale, più attinenti al tempo presente. Balle. È il vuoto ideale e culturale del tempo presente che non rende pienamente fruibili i termini “destra” e “sinistra”, grazie all’affermazione di marionette senz’arte né parte che, su entrambi i fronti, li hanno snaturati  La crisi sociale è oggetto di altre analisi, che continueremo a produrre con la dovuta attenzione. Qui, pertanto, ci soffermiamo solo sulla questione terminologica. Essere di destra non vuol dire “occupare uno spazio politico”, ma essere portatore sano di valori autentici, che traspaiono senza eccessiva fatica, con estrema naturalezza. Un uomo “autenticamente” di destra non ha mai bisogno di alzare la voce e la sua autorevolezza gli viene riconosciuta senza riserve. Un uomo “autenticamente” di destra non ha complessi di inferiorità, ma soprattutto non ha “complessi di superiorità”: è superiore senza alcun complesso e, in ogni circostanza, rappresenta l’esempio da imitare. Ha la vista lunga, ha la capacità di capire gli scricchiolii della storia e quelli del proprio tempo, è raffinato, colto, intelligente.

Un uomo “autenticamente” di destra non è razzista, perché riconosce una sola razza: quella umana; ha una grande apertura mentale e sa ben coniugare la migliore Tradizione con il mondo in perenne evoluzione, senza mai lasciarsi travolgere e surclassare dagli eventi, che domina con il piglio e la fierezza di chi sappia andar per mare domando le onde. Il suo approccio con la scienza non è mai fuorviante e scioccamente ideologico, ma accorto e saggio. Può anche credere in qualche Dio,  ma non si sogna di mettere in discussione le scoperte scientifiche per mero opportunismo fideistico e non infonde al suo credo alcun radicalismo intriso di violenza. Un uomo “autenticamente” di destra è onesto e la sua onestà non è una conquista: è nel DNA. Conservo ancora, in una vecchia agenda dei primi anni settanta del secolo scorso, una romantica definizione della destra, concepita dal compianto avvocato Franco Franchi, deputato del MSI dal 1963 al 1992. Mi fa piacere riproporla, nel commosso ricordo di tempi lontani, intrisi di sincera idealità.

Destra: segno della vita, dell’ordine, dell’intelligenza, del coraggio, della fedeltà.

1) Segni della vita. Il tempo scorre a destra: per misurarlo le lancette dell’orologio girano a destra; le piante rampicanti si attorcigliano al sostegno con spirali a destra; le conchiglie univalve dei gasteropodi mostrano la spirale a destra; i motori ruotano verso destra; in inglese, per definire un “galantuomo”, si dice “right hand man”;

2) Segni dell’ordine. Il figlio dell’uomo è seduto alla destra del padre; tenere la destra è garanzia di disciplina nel traffico automobilistico; cedere la destra è segno di cortesia.

3) Segni dell’intelligenza. Di un inetto si dice che è un “maldestro”; un artista crea quando gli viene il “destro”; destreggiarsi: superare con intelligenza le difficoltà.

4) Segni del coraggio. Destriero: cavallo da battaglia coraggioso, agile, generoso;

5) Segni della fedeltà. “Alicui fidem dextramque porrigere” (Cicerone) – Porgere la destra in segno di fedeltà; Ogni contratto d’onore si sancisce stringendo la mano destra; Si giura alzando la mando destra (in passato ponendola su un testo sacro). “Il saggio ha il cuore alla sua destra, ma lo stolto l’ha alla sua sinistra” (Ecclesiaste 10:2 – secondo i libri sapienziali della Bibbia il cuore ha la stessa valenza che per noi contemporanei ha la mente). Con questi presupposti, come si fa a definire di “destra” qualcuno che risulti amico intimo di Berlusconi, ne sia alleato si renda suo complice sostenendone le malefatte? Diciamolo a chiare lettere, pertanto, ancora una volta: in Italia, attualmente, non esiste una “destra” degna di questo nome, con significativa rappresentanza politica. Esistono solo tante persone che, degnamente, possono definirsi di destra.

CONCLUSIONI

Nel 1995 è uscito un bel film diretto da Rob Reiner e interpretato da Michael Douglas: “Il presidente – Una storia d’amore”. Il popolare attore interpreta il ruolo di un presidente vedovo, con figlia dodicenne, che s’innamora di una brava avvocatessa ambientalista. Nel corso della campagna per l’elezione al secondo mandato, il suo antagonista, il senatore Bob Rumson, lo attacca in tutti i modi possibili con argomentazioni pretestuose, strumentali e calunniose. Con grande maestria il regista mette in luce la nobiltà d’animo del presidente in carica e la pochezza del senatore, che chiude ogni discorso affermando: “Mi chiamo Bob Rumson e sarò il presidente”. Nel discorso finale, un vero capolavoro di dialettica politica, il presidente uscente massacra letteralmente il rivale, facendo appello al carattere come elemento primario per poter guidare un paese complesso come l’America, invitandolo anche a riconsiderare le squallide modalità compartimentali. Nelle battute conclusive, afferma testualmente: “Se vuoi discutere di carattere, dell’America e dei suoi valori, avanti: dimmi solo dove e quando e subito apparirò. È il momento di persone serie, questo, Bob, e i tuoi quindici minuti sono passati. Io mi chiamo Andrew Sheperd e sono il presidente”.

Da troppo tempo vedo somari che si danno arie da cavalli da corsa, pennivendoli che si spacciano per giornalisti, portaborse che si credono politici e a volte lo diventano, per poi sentirsi statisti. Essendo veramente stufo, voglio anche io rivolgere un messaggio ai parvenu di ogni ordine e grado: “L’Italia è un grande paese, egregi parvenu inutili e dannosi. È il momento di persone serie, questo, che devono riparare i tanti danni da voi causati. Il vostro quarto d’ora, che è durato anche troppo, è passato. Io mi chiamo Pasquale Michele Pompeo Lavorgna detto Lino, alias Galvanor da Camelot il cavaliere errante, figlio di Lorenzo detto il Buono e di Giuseppina Federico, la Maestra, discendente della stirpe di Gambara, Ibor e Aio e di quel fiero popolo che, sin dalla notte dei Tempi, dalle sponde della Scania s’irradiò nel cuore dell’Europa, per poi calare in Italia quindici secoli orsono, al seguito di Re Alboino, e faccio parte “dell’Élite” di questo Paese. Quella vera”.

Lino Lavorgna

 

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