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Larve e fantasmi di città

Storie e racconti di personaggi tracce di vita quotidiana

Ah! Se queste mura potessero parlare” diceva l’esteta e filosofo-storico Benedetto Croce, che visse nel Centro Antico di Napoli, guardando con occhi attenti un mondo apatico, frettoloso e spento dall’inquietudine del tempo e non più spettatore di eventi e persone, fatti e sentimenti, azioni e esseri viventi che prolificavano nella nostra città e che sono ancora oggi intorno a noi.

Il libro “Fantasmi di città” di Luigi Gnarro edizioni L’Erudita si incastona in questo dedalo di strade storiche e di vissuto popolare di Napoli, che si ritrova tra mura che potrebbero raccontarci storie ed avvenimenti passati come voci silenti che sono oramai o dimenticate o impresse nella memoria di tutti.

Luigi Gnarro definisce queste anime e questi soggetti, ormai ai nostri occhi scomparsi e che compaiono solo se fanno notizia di cronaca, come FANTASMI. Da antropologo mi trovo sempre a rileggere e carpire i segreti delle parole e ovviamente l’etimologia, in questo caso Fantasmi dal greco vuol dire e deriva da ‘apparizione’ ma anche da ‘larva’. Forse è proprio questo la relazione perfetta della connessione che leggiamo nelle parole dello scrittore, nelle domande inespresse e retoriche, o nel velo sottile che divide il lettore dallo spettatore inerme, dallo scrittore e dal protagonista del racconto.

La quotidianità ci porta ad essere poco presenti e spettri delle nostre vite che come il DOTTOR CINICO, uno dei racconti, ci muoviamo in una costruita e perfetta ma illusoria esistenza, fatta di cose scontate, di azioni programmate, di sistematiche azioni. Abbarbicati ad un passato che può sembrare non consuetudine ma sicurezza, il giusto percorso da seguire, ciò che ci si aspetta che noi facciamo già agli albori della nascita, costretti in un destino che non è nostro ma effimero piacere degli altri, che qui ritroviamo ne IL FIGLIO UNICO.

E allora cosa ci resta? Ci resta consumarci? Essere queste larve? Ci tormentiamo come carnefici e prede allo stesso tempo e non riusciamo a riconoscere la mera sostanza di noi. Questo cammino, questo viaggio fatto di racconti ed esperienze, tra lettere e dichiarazioni, tra storie ed eventi reali sono una finestra sul mondo, possono essere il faro che illumina un nuovo approdo ai nostri giorni avvenire.

Il dolore e la consapevolezza delle proprie sofferenze, anche dell’impotenza umana di fronte ad una malattia è uno slancio alla riconquista della semplicità, di vedere con gli occhi di un bambino o di un figlio la possibilità di sopravvive o vivere con una certa coscienza di esserci…. ne è la prova lampante in “IL CORAGGIO DI UNA DONNA” o “25 OTT. 2006 IN NOME DEL PADRE E DEL FIGLIO”.

Una ricerca delle proprie passioni e repulsioni, una ricetta per la fisicità e l’anima intrisa di sessualità e passione, paura e corruzione della carne. Mille pensieri che scaturiscono nella testa di un uomo che si spinge a compiacersi o a spiegarsi l’altro sesso. Un mondo che poco viene narrato o riprodotto in tutte le forme artistiche, che di genere raccontano sempre e solo l’universo femminile dalla loro prospettiva (con l’illusa percezione di farlo bene). Pagine e gesti si intrecciano, le vite dei protagonisti e dello scrittore si fondono ma anche noi siamo trascinati dal vortice dei tormenti e delle beghe dei personaggi… “L’ATTESA”, o in “LA FERMATA DELL’AUTOBUS” od ancora “MARISCKA” il corpo scompare ed entriamo nella testa e nell’animo degli attori come spettri o larve consumandone da dentro le emozioni.

Infine il manifesto di questo viaggio ove la scelta dell’autore Luigi Gnarro cade nel presente storico della vicenda in cui esplode la realtà in piena faccia, e non possiamo esimerci. Noi siamo quegli “invisibili”, quei “fantasmi” e diventiamo ancora larve della loro vita. Nel FANTASMI DI CITTA’ non vi è perdono se non perdoniamo noi e le nostre esistenze, non vi è perdono se restiamo spettri dei fantasmi e attraversiamo sull’altro marciapiede e non leggiamo la verità, non vi è perdono se giudichiamo con sufficienza, non vi è perdono del perdono se siamo noi i malati e i corrosi che guardano anche la malattia a debita distanza, solo come servigio di pura formalità, non vi è perdono a ciechi e agli scaltri, agli assetati e ai debosciati della vita, non vi è perdono a chi logora i propri sentimenti e non li usa per scavarsi una libertà profonda, non vi è perdono se non si urla alla propria vita di volerla vivere in pienezza.

Citando le parole di Luigi Gnarro in un suo racconto dove la libertà è la soluzione alla rinascita: C’è chi, per vivere tutto questo, ha bisogno di più anime racchiuse in più corpi… se noi accettiamo di essere fatti da tutte queste tragedie, felicità, vissuti, condizioni e condizionamenti, dolori e paure, passioni ed amori, anime e corpi, esattamente, allora restiamo fantasmi di città, accenni di una vita, larve di noi stessi.

Marco Fiore

 

 

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