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Italiche vergogne: Badoglio e Roatta

Su “RAI STORIA” è andato recentemente in onda un vecchio documentario, “La resa dei conti”, dedicato all’epurazione dei fascisti dalle cariche pubbliche, dopo la nascita del governo Badoglio, e al continuismo, inteso come volontà di ridurre al minimo indispensabile il processo di epurazione.

Il documentario, ancorché estremamente sintetico, nel rispetto di conclamati canoni televisivi (da condannare: sarebbe sempre interessante vedere quanti più reperti possibili, per meglio penetrare nel “mood” di un’epoca, e non delle sintesi che si limitino alla mera esposizione dei fatti salienti), è equilibrato e ben strutturato. Gli autori forniscono un quadro veritiero degli eventi oggetto dell’inchiesta, senza omettere gli orrori che caratterizzarono i presupposti di vendetta, anche da Ferruccio Parri definiti “macelleria messicana”. Alcuni errori nella narrazione, pertanto, risentono della difficoltà oggettiva nel reperire notizie vere e certificate, obnubilate dalla diffusa volontà mistificatoria, che raggiunge picchi elevati quando si affrontino le tematiche legate alle due guerre mondiali. Il primo dato da correggere è quanto emerge dall’intervista ad Andreotti, il quale, riferendosi a Badoglio, asserisce che è difficile considerarlo un “antifascista”, in virtù degli alti incarichi ricoperti durante il ventennio. Ciò è palesemente falso, come facilmente evincibile da una biografia che lascia pochi dubbi sulla reale essenza dell’uomo, caratterizzata da un cinico opportunismo che lo accompagna sin dagli anni giovanili. La pubblicistica che lo riguarda, oramai, è infinita e ben chiara. Più complessa è la vicenda del generale Mario Roatta, che nel documentario viene liquidata con il solo riferimento alla fuga dall’ospedale militare, il 4 marzo 1945, spiegata con “l’impunibilità dei grossi papaveri, che creava forte indignazione”, senza alcun cenno agli intrecci che la favorirono.

In quest’articolo, limitato alla trattazione dei succitati personaggi, inevitabilmente si dovrà fare riferimento, sia pure “en passant”, a una delle pagine più buie della storia italiana: quella relativa all’armistizio, alla fuga del re e di buona parte del vertice militare, alla mancata difesa di Roma nel settembre 1943. Pagine di storia falsate sia dalle memorie dei protagonisti, che assolvono sé stessi, sia da storici compiacenti, attenti precipuamente a diffondere verità di comodo, mille miglia lontane dalla realtà.

PIETRO BADOGLIO

Saltiamo a piè pari quanto scritto nel saggio sulla Grande Guerra, pubblicato a puntate su “CONFINI” da gennaio a novembre 2018, con riferimenti che già evidenziano significativi aspetti negativi del personaggio, e soffermiamoci sul ventennio mussoliniano. Alla vigilia della marcia su Roma fu consultato dal re per avere consigli su come gestire una situazione evidentemente ritenuta molto pericolosa. Replicò asserendo che i dimostranti non costituivano alcuna minaccia, che erano un branco di esaltati e che sarebbero stati dispersi in pochissimo tempo. All’epoca era a disposizione dell’esercito per compiti ispettivi, avendo lasciato il ruolo di capo di stato maggiore nel febbraio 1921, e si offrì di assumere il comando delle operazioni di polizia per sedare i tumulti. Non li ottenne perché il re temeva le reazioni della piazza e l’inevitabile spargimento di sangue che ne sarebbe conseguito. Dalla sua condotta, quindi, traspaiono chiaramente sia l’incapacità nel valutare le dinamiche sociali sia l’avversione al fascismo. Quest’ultimo elemento viene suggellato dalla successiva decisione di rifugiarsi in Brasile con il ruolo di ambasciatore, per evitare contaminazioni troppo marcate con il regime, nella malcelata speranza che cadesse in tempi brevi. Quando si rese conto di essersi fatti male i conti, sfruttò il rapporto privilegiato con la monarchia per ottenere la nomina a capo di stato maggiore generale della Difesa e riprendersi anche il vecchio ruolo al vertice dell’esercito. Incominciò a leccare il sedere di Mussolini e ben presto gli si spalancarono le porte di un potere sempre più marcato: Maresciallo d’Italia, governatore unico della Tripolitania e Cirenaica, comandante del corpo di spedizione in Etiopia, viceré d’Etiopia, presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Sulla condotta infame durante le tragiche giornate pre e post armistizio oramai non vi sono più dubbi, essendo state smontate tutte le mistificazioni prodotte durante i lavori della commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Mario Palermo (1).  Una caratteristica comune a tanti politici infami è l’ingordigia nell’appropriarsi di pubblico denaro e Badoglio non sfugge certo alla regola. Le testimonianze in tal senso sono corpose e ben documentate. Qui basta riportare quanto asserito dall’ex governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Azzolini, durante il processo a lui intentato nel novembre 1944: “Al 25 luglio 1943, presso la sede centrale della Banca d’Italia, la segreteria particolare del duce era intestataria di conti per un totale 24.337.805,75 lire. Dopo il 25 luglio Badoglio dispose che i conti correnti destinati alle opere di pubblica utilità e alla beneficenza fossero unificati e intestati a lui”. Non perse tempo nel prosciugarli: tra il 30 luglio e l’otto settembre incassò ben 14.432.000 lire (circa 5milioni di euro attuali), convertendone una cospicua fetta in franchi svizzeri, per sopperire all’inevitabile svalutazione monetaria che si sarebbe verificata al termine della guerra. Nell’agosto 1943 ordinò l’assassinio di Ettore Muti, che conosceva troppi segreti “scomodi” sulle trattative con gli angloamericani.  Il termine “badogliano”, del resto, coniato per definire una persona squallida e propensa a tradire cinicamente, riassume da solo il tanto che sì può leggere in molte pregevoli opere e che qui viene omesso per amor di sintesi.       

MARIO ROATTA

Il generale modenese, che già dall’agosto 1943, e quindi ben prima dell’armistizio, ebbe il compito di difendere Roma da un eventuale attacco tedesco, ha un curriculum non dissimile da quello di tanti altri alti ufficiali dell’esercito italiano, arricchito dalle tre medaglie d’argento risalenti alla Grande Guerra. Collezionare medaglie è sempre stato un impegno primario dei militari d’alto rango e, durante il ventennio, anche di molti gerarchi (2). Nominato capo di stato maggiore dell’esercito nel marzo 1941, mantenne la carica fino al gennaio 1942, quando ottenne il comando delle truppe in Jugoslavia, dove si distinse per una ferocia nella repressione dei civili che lasciò di sasso gli stessi nazisti. Nel giugno 1943 riprese la guida dello stato maggiore dell’esercito e conservò la carica anche dopo il crollo del regime. Fu lui a firmare la famosa circolare nr. 44, emanata su disposizione del capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio e sulla quale aleggia tanta “letteratura”, non essendo reperibile alcuna copia. La circolare, diramata a tutti i comandi italiani il 2 settembre, con l’ordine di distruggerla dopo averla letta, conteneva le istruzioni per “reagire ad eventuali atti aggressivi del nemico”, senza specificare, però, a quale “nemico” ci si riferisse. Da qui la confusione che scaturì dopo l’8 settembre, quando fu reso pubblico l’armistizio firmato segretamente il 3 settembre. Nonostante lo zelo nel tenere celato il contenuto della circolare, il generale Roberto Lerici, comandante del IX corpo d’armata, ne fa cenno in un dispaccio e pertanto è possibile svelarne gli elementi essenziali, da lui trascritti: 1) Sono prevedibili azioni delittuose dei comunisti in accordo coi fascisti (una nota in calce avvertiva: comunisti significa tedeschi); 2) Bisogna premunirsi; 3) Agire, solo se provocati: in seguito ad ordine dello S.M.R.E (stato maggiore regio esercito; n.d.r.) quando si riceva un telegramma o marconigramma così concepito: “Attuare misure ordine pubblico memoria 44” o di iniziativa se collegamenti interrotti; (attenzione a questo punto; n.d.r.) 4) Provvedimenti da prendersi: a) eliminare elementi aeronautici; b) distruggere depositi carburanti; c) tagliare collegamenti; metter fuori uso elementi isolati o sparsi. Meglio prevedere poche imprese ma organizzate bene. Se possibile assumere schieramenti adatti per impedire avanzata colonne comuniste. (Per comunisti s’intendono sempre i tedeschi; n.d.r.); 5) (si omette: riguarda un ordine da Lerici rivolto ai subalterni per la difesa di Taranto e Brindisi); 6) Assicurare i collegamenti; 7) Sempre armati e avere al seguito munizioni e dotazioni individuali.

Si sa come è andata a finire: dopo l’8 settembre, i generali che avrebbero dovuto disporre l’attuazione del piano operativo indicato nella “memoria” pensarono bene di scappare con il re, lasciando l’esercito allo sbando. Il punto tre prevedeva di assumere “iniziative” in mancanza di ordini: molti ufficiali e soldati, in realtà, si organizzarono autonomamente per contrastare i tedeschi, immolando la loro vita; come noto, tuttavia, “l’iniziativa” che ebbe predominanza fu quella magistralmente rappresentata nel famoso film di Luigi Comencini: “Tutti a casa”.

Tutte le azioni di Roatta, comunque, possono essere definite deprecabili, alla pari – sia ben chiaro – di quelle dei suoi superiori e subalterni, che pensarono solo a mettersi in salvo, pur essendo in grado di contrastare agevolmente le truppe tedesche e impedire l’occupazione di Roma. Con vergognoso atteggiamento pavido, invece, nella notte tra l’otto e il nove settembre, Roatta ribadì a Badoglio, al principe ereditario e al generale Puntoni, aiutante di campo del re, quanto già dichiarato da Carboni il giorno prima, come meglio vedremo più avanti: Roma era “indifendibile” e il re e il governo si dovevano mettere in salvo. A queste dichiarazioni fece poi seguire l’ordine assurdo alla base dei disastri che si verificarono nei giorni successivi: lo spostamento a Tivoli del corpo d’armata motorizzato che avrebbe dovuto difendere la città, agli ordini del generale Carboni, altro “degno” rappresentante di quella nutrita categoria di mezze cartucce che si coprirono d’infamia (3). Per la cronaca di quelle ore tragiche e dei giorni che seguirono si fa riferimento alla bibliografia essenziale pubblicata in calce, che offre un quadro realistico dei fatti e delle persone, anche se è necessario bilanciare accuratamente le diverse esposizioni dei singoli eventi, in modo da decantarli dalle palesi contraddizioni.

Ciò che qui va evidenziato, rispetto alle lacune del documentario e della storiografia, è come si sia resa possibile la fuga di un prigioniero così importante e quindi ben custodito. La vicenda, intricata e non adeguatamente elaborata, consente di avere un ulteriore elemento valutativo sia sul particolare clima che segnò il primo dopoguerra sia sugli uomini che ne furono protagonisti.

Roatta, come noto, divenne il “capro espiatorio” per la mancata difesa di Roma, che lo vide sì responsabile, ma in buona compagnia di tutto il vertice politico-militare. Destituito di ogni incarico il 12 novembre 1943, fu arrestato il 16 novembre 1944.  Le accuse furono racchiuse in otto punti che presero in esame tutte le manchevolezze, di seguito riassunte: 1) Mancata analisi delle problematiche strategiche a fronte della sicura minaccia tedesca; 2) Completo abbandono delle truppe, che non sarebbero state in grado di resistere anche se fossero state avvertite per tempo di dare seguito alle disposizioni contenute nella Memoria 44; (l’ultimo dato è falso, perché le truppe italiane erano superiori per numero e armamenti; va considerato, inoltre, che gli alleati erano pronti a sostenerle con l’82a divisione paracadutisti subito dopo la lettura dell’armistizio – “Operazione Giant 2” – ma il valido supporto fu bloccato da Badoglio, “intontito dalle dichiarazioni disfattiste di Carboni, che considerava indifendibile Roma”; n.d.r.); 3) Pur essendo a conoscenza delle trattative con gli alleati, non si adoperò per far rientrare in Italia molte divisioni operanti oltre confine, che sarebbero state molto utili nel contrasto alle truppe tedesche; 4) Mancata proficua cooperazione con gli alleati e rifiuto di una divisione aviotrasportata, che sarebbe stata molto utile per la difesa di Roma, “dando prova di inqualificabile imprevidenza e trascuratezza”;

(Come si evince nel punto due la verità è leggermente diversa: Roatta era senz’altro dello stesso avviso, ma il generale Maxewell Taylor e il colonnello William Gardner, giunti segretamente a Roma il 7 settembre per concordare il piano “Giant 2”, restarono letteralmente sconvolti per il clima che trovarono nella capitale. Ad accoglierli non vi era nessuno delle “alte sfere” militari  e furono portati a pranzo dal colonnello Salvi, che si preoccupò della  “confortevole” sistemazione logistica, senza manifestare alcuna fretta e apprensione, riferendo che il giorno successivo si sarebbero incontrati con “i capi”. “Prego: un altro bicchiere di vino?” chiese sorridendo il colonnello. I due pensarono di trovarsi in una gabbia di matti e risposero in malo modo, asserendo che l’indomani sarebbe stato reso pubblico l’armistizio e pertanto avevano bisogno di parlare subito con Ambrosio, che si era allontanato da Roma proprio per non incontrarli. Finalmente alle undici di sera si riuscì a rintracciare Carboni, il quale scioccò gli americani asserendo che non si poteva fare nulla e che Roma era indifendibile. Ottenuto di parlare con Badoglio, i due si recarono nella sua abitazione per subire il terzo shock: Badoglio reiterò la richiesta di procrastinare la notizia dell’armistizio e gli statunitensi ritornarono a Tunisi con le mani nei capelli; n.d.r.); 5 e 6) Mancata organizzazione della difesa di Roma; 7) Spostamento improvvido delle truppe da Roma, esponendole all’impotenza e alla distruzione; 8) Saputo che doveva imbarcarsi, per destinazione lontana, e conoscendo che il generale Carboni, al quale aveva lasciato il comando di tutte le truppe di Roma, era irreperibile (bunga bunga con Mariella Lotti; vedi nota nr. 3) non sentì l’imperioso dovere di rimanere, per cercare di rimediare e provvedere, in quella tragica situazione, della quale era il principale responsabile, abbandonando le truppe combattenti al loro tragico destino.       

Tutto vero (o “quasi”, come abbiamo visto), precisando che lo stesso si deve dire di Badoglio, Ambrosio, il re e tutti gli altri generali e ufficiali che scapparono a gambe levate verso Pescara e Ortona, per trovare sicuro rifugio a Brindisi, grazie anche alla complicità di Kesserling, circa la quale oramai non vi sono più dubbi, al di là delle mistificazioni e menzogne sciorinate dagli interessati. Complicità che si spiega anche con “la dimenticanza” di Mussolini a Campo Imperatore, che fu di fatto “lasciato” ai tedeschi in cambio del via libera: il convoglio non poteva certo passare inosservato, senza contare che un aereo di ricognizione tedesco sorvolò più volte il cacciatorpediniere “Baionetta”, mentre trasportava i fuggiaschi a Brindisi. Su Roatta, però, gravava un’altra accusa formulata dall’Alto Commissariato per la punizione dei delitti fascisti: mandante dell’omicidio dei fratelli Rosselli, nel 1937, quando era a capo dei servizi segreti militari. Come se non bastasse, dalla Jugoslavia Tito ne chiese l’estradizione, accusandolo dei seguenti crimini: sterminio del popolo sloveno; fucilazione di mille ostaggi; uccisione proditoria di ottomila persone; incendio di tremila case; internamento di 35mila persone; distruzione di ottocento villaggi; morte per fame di 4.500 internati nel campo di concentramento di Arbe; mancato rispetto della Convenzione internazionale dell’Aja relativa ai prigionieri, ai feriti e agli ospedali; fucilazione indiscriminata dei prigionieri; internamento e maltrattamento dei familiari, anche minorenni. 

Roatta capì subito che “aria tirava” e sfruttò istintivamente quello che in psicologia sarebbe stato inventato solo molti decenni dopo: “il pensiero laterale”, che consente di trovare una soluzione anche a problemi apparentemente irrisolvibili. Si stava difendendo bene dalle accuse sui fatti di Roma e avrebbe avuto facile gioco, al riguardo, rivelando tutto ciò che sapeva e che poteva documentare. Circa i fratelli Rosselli, ovviamente, gli era ben noto come fossero andate effettivamente le cose e anche in questo caso, quale che fosse stato il suo ruolo – molto probabilmente marginale – rivelando la verità o comunque “ben difendendosi”, vi erano concrete possibilità di cavarsela. Il rischio grosso era finire nelle mani di Tito, cosa che sembrava la più plausibile proprio per liberarsi di lui e impedire che rivelasse verità scomode per molti. Ed ecco, quindi, il colpo di genio: cessa di difendersi dalle accuse per la mancata difesa di Roma e si fa carico di tutte le responsabilità, fungendo, quindi, da volontario “capro espiatorio”. Governo, monarchia e alte sfere militari si salvano grazie a questo escamotage e la commissione d’inchiesta si chiude, sostanzialmente, con un nulla di fatto. In cambio di questo favore e dell’impegno a non rivelare la verità su ciò che realmente accadde tra l’8 e il 10 settembre ebbe l’assenso a scapparsene in Spagna, dove visse agiatamente fino al 1966. (Rientrato a Roma, si spense nel 1968). Fu così che, il 4 marzo 1945, alla vigilia del giorno previsto per il deposito delle conclusioni della commissione d’inchiesta, si trasformò in Houdini e sparì dall’ospedale Virgilio, dove era tenuto in stato di fermo.

LE COLLINE DELLA VERGOGNA

Molti decenni orsono, dialogando con Giorgio Almirante, gli esposi un progetto che fece sorridere di compiacimento tutti gli astanti: eravamo a cena dopo un’intensa giornata trascorsa a girare per molti comuni della provincia di Caserta, in piena campagna elettorale. Gli dissi che se un giorno avessimo conquistato il potere, sarebbe stato bello realizzare, nei pressi di Roma, due importanti attrazioni turistiche: “La collina della vergogna” e “La collina degli eroi”. Nella prima sarebbero state erette delle statue, da Tarquinio il Superbo ai giorni nostri, di tutte le carogne che si sono succedute nella storia d’Italia, con una descrizione delle loro malefatte. Di converso, nell’altra, sarebbero state erette le statue di tutti gli italiani di cui essere fieri. Progetto rimasto nell’ambito dei sogni, ovviamente, anche quando ritenni che sarebbe bastato un museo. Chissà, magari sarà possibile realizzare almeno un volume enciclopedico. Di sicuro le voci di Badoglio e Roatta, nella sezione “italiche vergogne”, assorbirebbero molte pagine.    

NOTE

  • I verbali della commissione, per lungo tempo secretati, costituiscono uno dei falsi storici più colossali in quanto i responsabili della mancata difesa di Roma mentirono spudoratamente circa la propria condotta. Si salvaguardarono sia la casa reale sia le alte sfere dell’esercito, imputando ai soli generali Roatta e Carboni la responsabilità “militare” per la caduta di Roma, anche se solo formalmente, perché il processo si concluse con la loro assoluzione, seppellendo sotto una cortina di polvere “fatti e misfatti”. Emblematico, a tal proposito, un documento poco noto: la lettera che il senatore Palermo inviò il 5 marzo 1945 a Bonomi (presidente del Consiglio) e Casati (ministro della Guerra), resa pubblica solo il 26 settembre 1965, su iniziativa dell’autore, che la inviò al direttore dell’Unità. Il testo della lettera è reperibile integralmente nel volume “L’Italia tradita – 8 settembre 1943” di Ruggero Zangrandi – Edizioni Mursia, 2015 e da essa traspaiono chiaramente le responsabilità di Badoglio e degli altri dignitari civili e militari per i disastri che fecero seguito alla notizia dell’armistizio e la volontà mistificatoria nel celare la verità, sì da indurre il senatore Palermo a concludere che “oltre all’inchiesta sulla mancata difesa si Roma e alla punizione dei principali e diretti responsabili di essa, si impone la necessità di una più ampia inchiesta politica, allo scopo di mettere in luce le responsabilità generali e particolari per il modo col quale nel momento in cui una azione illuminata e disinteressata avrebbe potuto salvare il Paese, ne furono invece ancora una volta traditi i veri interessi e fu portata l’Italia alla catastrofe”. Al di là delle fonti documentali, è bene precisarlo, il testo di Zangrandi va letto “con cautela” e solo dopo aver ben decantato altrove i fatti narrati. Molte analisi, infatti, risentono della sua particolare visione storica degli eventi e non hanno alcun fondamento concreto, a cominciare dalla patetica difesa del generale Giacomo Carboni, ingiustamente assolto da ogni colpa per la mancata difesa di Roma.
  • Molto significativo, a tal proposito, quanto scrive Paolo Monelli nel saggio “Roma 1943”, Arnoldo Mondadori Editore, 1979: “Si assisteva alla ridda dei gerarchi e dei gerarchetti in partenza e di ritorno dal fronte come da una gita dove erano andati a procacciarsi l’inevitabile medaglia al valore ed i titoli per le cariche; anzi non una medaglia, ma parecchie, ché eran venuti di moda i “superdecorati”, ed il bronzino nessuno lo voleva. “Val più un quarto d’ora di fuoco che due anni di trincea”, si dicevano costoro; ed accadeva che l’occasione tardava un po’ troppo, e allora protestavano, come quella eccellenza in Africa Settentrionale: “Sbrigatevi a mandarmi in linea e a farmi la proposta per la medaglia, che debbo tornarmene in Italia dove ho da fare”.
  • Carboni fu l’autore, insieme con il generale Castellano (che firmò l’armistizio a Cassibile) del piano che condusse all’arresto di Mussolini dopo il colloquio con il re, il 25 luglio 1943. Messo da Badoglio a capo dei servizi segreti militari, entrò a far parte del “Consiglio della Corona”, presieduto dal re. Prima di partire per Tivoli pensò bene di svuotare la cassaforte dei cospicui fondi a sua disposizione e trovò anche il tempo, ad Arsoli – mentre a Roma si combatteva per le strade – di intrattenersi nell’appartamento occupato dalla bellissima attrice Mariella Lotti, impegnata nelle riprese del film “La freccia nel fianco”, di Alberto Lattuada, prodotto da Carlo Ponti. Ho letto molti riscontri contrastanti su questo episodio, ivi comprese le dichiarazioni dei diretti interessati. Carlo Ponti dichiarò che, dalle richieste ricevute (rifugiarsi nel famoso castello cittadino, di proprietà del principe Leone Massimo e della consorte Maria Adelaide di Savoia-Genova), ebbe chiaro il sentore che volesse nascondersi; Mariella Lotti dichiarò che Carboni e i suoi aiutanti gli apparvero disorientati, insicuri e stravolti e non mancò di esternare il suo disappunto con la seguente frase: “Non si vergogna, generale, di essere qui a casa mia invece che con i suoi soldati?” Cosa fosse accaduto effettivamente, durante il soggiorno nell’alloggio della diva, non lo sapremo mai. In tanti, a cominciare da Paolo Monelli (op. cit.), sia pure senza scriverlo esplicitamente, hanno lasciato trasparire che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’inetto generale abbia placato tensioni e mal di testa sul delizioso corpo della stupenda attrice, che non si sarebbe sottratta ad avance decisamente fuori luogo in un momento come quello. In mancanza di prove inconfutabili non mi permetto di propendere per alcuna versione. Non essendo un reato scommettere, tuttavia, qualora fosse disponibile il filmato di quelle ore e un bookmaker stabilisse delle quote prima di mostrarlo, in funzione delle idee maturate grazie alla lettura e al confronto di molti testi, sulla trombatina non esiterei a rischiare un centone.

Bibliografia essenziale.

RENZO DE FELICE – “Mussolini l’alleato” – I volume – Tomo primo (Dalla guerra breve alla guerra lunga); Tomo  secondo (Crisi e agonia del regime); II volume: La guerra civile; Einaudi Editore, varie edizioni.

PINO RAUTI – “Storia del fascismo” –  VI volume – Centro Editoriale Nazionale, Roma – 1978;

PAOLO MONELLI – “Roma 1943” – Arnoldo Mondadori Editore, 1945 e successive edizioni.

ROBERTO ROGGERO – “Oneri e onori – Le verità militari e politiche della guerra di liberazione in Italia” – Grego & Greco Editori, 2006;

RUGGERO ZANGRANDI – “L’Italia Tradita” – Mursia, 1971 – 2015 (Con ricca bibliografia generale).

ROBERTO CIUNI – “L’Italia di Badoglio” – Rizzoli, 1993

AMEDEO TOSTI – “Pietro Badoglio” – Arnoldo Mondadori Editore, 1956 

MARIO ROATTA – “Diario 6 settembre – 31 dicembre 194

Lino Lavorgna

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