L’enigma del Quarto Caravaggio
30 Novembre 2019
Bowl Napoli: tutto il gusto di mangiar sano racchiuso in una ciotola
2 Dicembre 2019
Mostra tutto

Il male oscuro

INCIPIT
“Alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere”. (Papa Francesco)

“Conservatore: uomo politico affezionato ai mali esistenti, da non confondersi col liberale, che invece aspira a rimpiazzarli con mali nuovi”. (Ambroge Gwinnett Bierce)

PROLOGO
Pur amandola tanto, dobbiamo ammettere che l’Europa continua a essere quella vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, per lo più culminanti in “ismo”. Sono state quasi tutte debellate, a onor del vero, e sparute sacche di resistenza non fanno più paura, ma la peggiore di tutte, il liberalismo, persiste come un virus per il quale non sia stato ancora trovato l’antidoto. Chi lo propaganda come bene supremo è molto abile nel rendere schiavi milioni di persone dando loro l’illusione di essere liberi e l’inadeguatezza delle masse nel fronteggiare le distonie del mondo contemporaneo, soprattutto a causa dei limiti culturali, si trasforma in un prezioso elemento di supporto per i venditori di fumo. Alcune settimane fa la cronaca ci ha mostrato le immagini di bambini che giocavano gioiosamente sulla spiaggia di Chennai, nella parte sud orientale dell’India, immersi in un’enorme distesa di soffice schiuma bianca. Ignoravano, i poveri pargoli, che la schiuma fosse altamente tossica a causa delle sostanze inquinanti contenute nelle acque reflue che si mischiano con l’acqua di mare. Alcuni mesi fa è stata trasmessa in TV una miniserie che ha ricostruito, in modo encomiabile, la tragica vicenda di Chernobyl. Nella prima puntata si vedono molti cittadini di Pripyat, la “città fantasma”, assiepati su un ponte ferroviario per guardare l’incendio della non lontana centrale, con la tipica curiosità di chi assista a qualcosa d’insolito, senza temerne le conseguenze. Ignoravano, i poveretti, che dal cielo cadevano sulle loro teste le micidiali polveri radioattive e quel ponte è ora noto come “ponte della morte”. Sia in India sia in Ucraina (così come in tante altre situazioni) vi erano coloro che “sapevano” e hanno taciuto; addirittura in Ucraina furono tacitati coloro che volevano subito rendere nota l’esatta entità del disastro. Questi esempi, pertanto, possono essere considerati emblematici per comprendere la portata nefasta del liberalismo: milioni di persone lo hanno assimilato, innocentemente, ignorandone la letale essenza e subendone le conseguenze proprio come i bimbi indiani e gli abitanti di Pripyat. Le oligarchie dominanti hanno facile gioco nell’azione mistificatoria e inascoltati restano coloro che si affannano a spiegare come stiano effettivamente le cose. Niente di buono si vede all’orizzonte. Chissà quando saranno squarciate le maschere di perbenismo indossate dai fautori del “male oscuro”, affinché siano ben evidenti le sembianze mostruose del loro vero volto, e divelti gli spessi muri protettivi eretti a protezione degli sporchi giochi praticati. Solo allora, infatti, si potrà avviare la cura con gli unici antidoti efficaci: consapevolezza e cultura.

LE RADICI DEL MALE

Evitiamo di seguire una linea temporale classica, più consona a un saggio, perché ciò richiederebbe necessariamente un salto nell’antica Grecia e poi procedere lentamente fino alla Rivoluzione Francese e ai giorni nostri. Apprenderemmo, in tal modo, i prodromi presenti nelle opere di Sofocle, la rottura con la tradizione ecclesiastica di Marsilio da Padova, i princìpi della valanga illuminista, il riordino messo a punto da John Locke e i successivi disastri generati dai liberali del XX e XXI secolo. Ma, diciamoci la verità: vi è qualcuno che possa seriamente imputare ai pensatori del passato la responsabilità di aver coscientemente creato i presupposti per questo folle mondo? Non esiste e se si chiedesse ai politici che si riempiono la bocca con i termini “liberale, liberismo e liberalismo” di spiegarne la genesi storico-filosofica e le differenziazioni, ci faremmo quattro risate, come sempre accade quando dei simpatici cronisti li fermano per strada per rivolgere loro banalissime domande di cultura generale o su argomenti di attualità al vaglio dei lavori parlamentari, dei quali dovrebbero conoscere anche le virgole. Figuriamoci cosa si possa pretendere dalle masse amorfe e incolte. In effetti, molto più incisiva del pensiero di David Hume, Adam Smith, Montesquieu, Voltaire, Kant, Verri, Beccaria e, ovviamente, John Locke, è stata l’opera di Benjamin Hardy. Ora, emulando Don Abbondio quando si chiedeva chi fosse Carneade, vi state chiedendo tutti chi sia questo tizio e sicuramente vi accingete anche a tuffarvi su Google in cerca di notizie. Tempo sprecato: non ne troverete. Egli, infatti, era solo un modesto funzionario statunitense, in servizio presso il dipartimento di Stato. Settanta anni fa, nel gennaio del 1949, Harry Truman, rieletto presidente, si accingeva a pronunciare per la prima volta il discorso d’insediamento in diretta televisiva.

La televisione aveva subito uno sviluppo vorticoso: dai settemila apparecchi presenti nelle case degli americani nel 1942, solo nella zona di New York, si era passati a un numero tale da consentire la visione dei programmi in tutti gli stati, a milioni di persone. I collaboratori e i ghostwriter, ai quali non sfuggivano la portata storica dell’evento e le inevitabili nuove metodologie che si sarebbero dovute apportare nella comunicazione, erano molto preoccupati: occorreva trovare argomenti forti per colpire subito l’immaginario collettivo, aduso a informarsi da sempre sulla carta stampata, affinché fossero poi riproposti e rafforzati dai quotidiani nei giorni successivi, consolidando la fiducia nei confronti del presidente. Benjamin Hardy ebbe modo di leggere, casualmente, un promemoria con il quale si chiedeva di proporre argomenti validi per il discorso d’insediamento e decise di sottoporne uno al vaglio dei superiori, che lo mandarono elegantemente a quel paese. Ciascuno stia al suo posto, fu più o meno il senso della replica; un modesto funzionario non poteva certo permettersi di fornire consigli al presidente! Hardy, però, non era un tipo arrendevole e non si perse d’animo: riuscì a farsi ricevere alla Casa Bianca e conferì con i consiglieri di Truman: la proposta fu valutata positivamente e aggiunta alla bozza del discorso presidenziale come quarto punto. Truman approvò e il discorso è passato alla storia proprio come “il discorso dei quattro punti”.  Quale fu l’idea geniale? Vendere fumo per arrosto e soprattutto fare in modo che tutti cadessero nella trappola.

La parola magica fu: “Sviluppo”. Bisognava far passare il messaggio che gli Stati Uniti avrebbero fornito aiuti ai paesi del terzo mondo per favorirne lo sviluppo, ponendo fine a 1una miseria straziante! “Un gol a porta vuota”, scrive Jason Hickel nel saggio “The Divide” (1), quando parla di questo episodio, rivelando il pensiero di Hardy, che si proponeva di “ottenere il massimo impatto psicologico sulle persone, cavalcando e guidando l’onda montante del desiderio universale di un mondo migliore”. Il discorso di Truman, cesellato sulla proposta del modesto funzionario, ebbe un successo clamoroso e la gente si commosse ascoltando le sue parole: “Più della metà della popolazione mondiale vive in condizioni prossime alla miseria. La loro alimentazione è inadeguata. Sono vittime delle malattie. La loro vita economica è primitiva e stagnante. La loro povertà è un handicap e una minaccia sia per loro sia per le aree più prospere. Per la prima volta nella storia, l’umanità possiede la conoscenza e l’abilità per alleviare la sofferenza di queste persone. Gli Stati Uniti sono preminenti tra le nazioni nello sviluppo di tecniche industriali e scientifiche. Le risorse materiali che possiamo permetterci di utilizzare per l’assistenza di altre persone sono limitate, ma le nostre risorse nelle conoscenze tecniche sono in costante crescita e inesauribili. Credo che dovremmo mettere a disposizione dei popoli amanti della pace i benefici delle nostre conoscenze tecniche al fine di aiutarli a realizzare le loro aspirazioni per una vita migliore. In collaborazione con altre nazioni, dovremmo promuovere investimenti di capitale in aree che necessitano di sviluppo.

Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di aiutare i popoli liberi del mondo, attraverso i propri sforzi, a produrre più cibo, più vestiti, più materiali per le abitazioni e più potenza meccanica per “agevolarli nel lavoro” (le parole esatte pronunciate furono: “to lighten their burdens; per alleggerire i loro fardelli”, ndr). Invitiamo altri paesi a mettere insieme le loro risorse tecnologiche in questa impresa. I loro contributi saranno accolti calorosamente e questa impresa dovrebbe vedere tutte le nazioni lavorare insieme, attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie specializzate, ovunque possibile. Deve essere uno sforzo mondiale per il raggiungimento della pace, dell’abbondanza e della libertà. Con la cooperazione di imprese, capitali privati, agricoltura e lavoro in questo paese, questo programma può aumentare notevolmente l’attività industriale in altre nazioni e può aumentare sostanzialmente il loro tenore di vita. Tali nuovi sviluppi economici devono essere ideati e controllati a beneficio dei popoli delle aree in cui sono stabiliti. Le garanzie per l’investitore devono essere bilanciate da garanzie nell’interesse delle persone le cui risorse e il cui lavoro siano orientati verso un effettivo sviluppo. Il vecchio imperialismo – lo sfruttamento per il profitto straniero – non ha posto nei nostri piani. Ciò che prevediamo è un programma di sviluppo basato sui concetti di equo scambio democratico”.    Ho evidenziato le frasi finali del discorso, che ne riassumono l’essenza demagogica e fuorviante. Ovviamente non esisteva nessun piano effettivo per un programma del genere, ma gli americani si sentirono lusingati per i propositi presidenziali, che li poneva, di fatto, alla guida del mondo e a fin di bene, per aiutare chi non aveva le loro opportunità. Lo slogan pubblicitario (2) di un modesto funzionario, basato sul nulla, funzionò alla perfezione: forniva una spiegazione soddisfacente sulle cause della diseguaglianza globale e offriva una soluzione. Il “liberalismo” post bellico, di fatto, nasce dall’idea di un signor nessuno e dalla lungimiranza di Truman, che ne intuì la portata dirompente. Da allora i “liberali” iniziarono a cibarsi di questo modello propositivo, fatto di chiacchiere spacciate per realtà, perfezionandolo anno dopo anno, fino a renderlo “quasi dogmatico”. Scrive ancora Hickel nell’opera citata: “Era una favoletta incredibilmente allettante per gli occidentali. Non era una storia come un’altra: aveva tutti gli elementi di un mito epico. Forniva alle persone una chiave di volta per organizzare le idee sul mondo, il progresso dell’umanità e il nostro futuro. Ancora oggi la storia dello sviluppo continua a esercitare una forza irresistibile nella nostra società (3)”. Come siano andate (e stiano andando) effettivamente le cose, poi, è sotto gli occhi di tutti (4). Oggi chi non si definisca “liberale” è considerato quasi un alieno. Nel film “Il pianeta delle scimmie” gli umani sono ridotti a schiavi e le scimmie, dominanti, filosofeggiano nei salotti. L’affermazione del liberalismo come modello di civiltà ha profonde analogie con la trama del film.

I DOGMI DA SFATARE

Sono davvero tanti e riguardano, precipuamente, il pensiero che traspare dagli esegeti del liberalismo (5). Qui ne analizziamo solo due, tra i più deleteri. Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino – 26 agosto 1789. Art. 4: “La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Tali limiti possono essere determinati solo dalla legge”. Che belle parole! Pronunciate fino alla nausea con enfasi reboante dai paladini dell’illuminismo illuminato che illumina le tenebre e dona pace e gioia all’umanità! Dove siano, poi, pace e gioia, è un mistero, ma ciò che conta è lo slogan! Ce l’ha insegnato Benjamin Hardy. Il famoso articolo, tuttavia, presenta non poche lacune etiche. Legittima ogni desiderio purché non contraddica quelli altrui e ritiene fattibile tutto ciò che è possibile. È davvero possibile, tuttavia, determinare con precisione il momento in cui la libertà di un individuo possa essere considerata un ostacolo a quella degli altri? Non è possibile, sostiene Alain De Benoist (6): “Quasi tutti gli atti umani si esercitano, in un modo o nell’altro, a spese della libertà altrui. Intesa in tal modo, la libertà liberale è intesa, in effetti, in maniera puramente negativa, come rifiuto di ogni ingerenza esterna (“libertà da” e non “libertà per”). […] Come dice molto bene Pierre Manent, il liberalismo è in primo luogo la rinuncia a pensare la vita umana secondo il suo bene o secondo il suo fine. La libertà dei liberali, in effetti, è anzitutto libertà di possedere. Risiede non nell’essere ma nell’avere. L’uomo è detto libero nella misura in cui è proprietario, e in primo luogo proprietario di sé stesso. […] L’idea che la proprietà di sé determini fondamentalmente la libertà sarà d’altronde ripresa da Marx”. Per i liberali, quindi, ciò che conta è il “mercato” e la libertà consiste soprattutto nella libertà di possedere. De Benoist sviluppa in modo molto articolato queste tematiche che, di fatto, lasciano affiorare, rendendola tangibile, la grande illusione illuminista, già magistralmente descritta da Nello Di Costanzo  nella prefazione del mio romanzo “Prigioniero del sogno” (7): “Il fallimento della società post-illuminista, tuttavia, è sotto gli occhi di tutti ed è da ciechi non prenderne atto. La natura irrazionale dell’uomo non è stata plasmata dalla volontà razionalista affermatasi nel 18° secolo e lo scontro titanico tra la “natura” e “la volontà di dominio della natura” non ha ancora sancito la vittoria definitiva di quest’ultima, avendo solo generato quel mostro chiamato “ipocrisia” che, a livello planetario, regola la vita dell’umanità. Qual è la differenza, per esempio, tra la tirannide pre-illuminista, che l’illuminismo avrebbe dovuto sconfiggere, e la tirannide dell’occidente contemporaneo? Nessuna, salvo che la prima non aveva bisogno di alcuna copertura per essere legittimata, mentre la seconda necessita sempre di un alibi. E l’alibi, lo sappiamo tutti, in questi casi, è sempre figlio dell’ipocrisia”.

“Liberalismo di destra” e “destra liberale”. Sono espressioni così consolidate nel linguaggio comune da non renderne percepibile la matrice ossimorica. La confusione, come sempre, nasce dalla superficialità con la quale si utilizzano delle parole, misconoscendone il significato. A ciò va aggiunta, poi, l’attribuzione (a volte volontaria e a volte no) ai termini di significati distonici rispetto a ciò che essi effettivamente rappresentano. In campo dottrinario si legge spesso la differenziazione tra liberalismo, concepito come “ideologia politica” e liberismo, “teoria economica”. Soprattutto a sinistra si cerca di distinguere bene i due termini, in modo che si possa tributare al liberalismo un’accezione positiva (politica sociale che salvaguardia e mette alla base delle proprie ragioni le libertà individuali), scaricando sul liberismo, in quanto “teoria economica”, la responsabilità di essere all’origine del capitalismo, il mostro che si nutre di “libertà assoluta” e produce più ricchezza in assenza o con scarse regole e interferenze da parte dello stato, rendendo i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. La distinzione è mera accademia perché non vi è alcuna differenza sostanziale tra liberalismo e liberismo: il sistema politico incarna alla perfezione la teoria politica e viceversa. I due termini sono complementari e obbligati a coesistere. Confondere la destra, quindi, con teorie economiche e sistemi politici che esaltano il mercato, concepiscono la ricchezza un primario valore assoluto e “pragmaticamente” sono orientati a tutelare gli interessi individuali a discapito di quelli della società, concepita non come entità fine a se stessa ma come somma di tutti gli individui che la compongono, è un madornale errore possibile solo in presenza di una grande confusione mentale o di una palese fagocitazione della realtà, per scopi subdoli. Oggi, soprattutto in Italia, è invalsa l’abitudine di parlare di “destra liberale”. Ignoranza a parte, qualcuno pensa che in tal modo si allarghi il bacino elettorale di riferimento, che dovrebbe comprendere dei soggetti che incarnino principi in netta contraddizione tra loro. La mancanza di una vera destra, moderna, sociale ed europea, favorisce questo scellerato bluff semantico, che non può produrre nulla di buono perché tiene lontane le persone migliori, che non accettano di lasciarsi etichettare in modo così palesemente fagocitante. Ciò può solo far piacere a certi politici adusi a circondarsi di pupazzi servizievoli, ma alla lunga è un gioco che non regge: gli uomini senza qualità, in genere, si perdono alla prima burrasca. Va anche detto, però, che molti furbacchioni mettono in conto questo rischio e depredano a più non posso tutto ciò che sia possibile depredare, fin quando ne hanno la possibilità. I problemi seri, come sempre, riguardano coloro che annaspano nelle paludi, alla disperata ricerca di approdi sicuri, che non esistono nei pressi delle paludi. Dovrebbero imparare prima, pertanto, a non precipitarvi dentro.

COME USCIRE DAL TUNNEL DEL LIBERALISMO

Ho scritto in precedenza che è inutile farsi illusioni. La strada è lunga e impervia e proprio non si vedono possibili alternative a medio termine: mancano gli uomini in grado di effettuare una vera rivoluzione culturale capace di ribaltare concetti e presupposti cancerosi, fortemente radicati nella società. Ogni ciclo, tuttavia, è destinato a esaurirsi, prima o poi, e ciò è stato asserito anche da De Benoist, al quale, in occasione del convegno tenutosi a Pietrasanta il 20 ottobre scorso (8), chiesi quando finalmente potremo vedere l’umanità abbandonare irreversibilmente i falsi miti. Alla mia domanda fece seguito quella di un altro partecipante al convegno, di analogo sentore. Mi fa piacere chiudere l’articolo con le sue parole, che come sempre vanno scolpite sulla pietra: “Non si può rispondere a questa domanda. Non sono un profeta, ma credo che la storia sia aperta. La storia è sempre aperta. Il liberalismo è stato la grande ideologia della modernità. Oggi la modernità è al suo culmine e il liberalismo è in crisi. Si tratta del liberalismo economico che chiamate liberismo o del liberalismo politico. Le democrazie liberali sono in crisi. Il sistema capitalista è in crisi. Dunque, sì, credo che verrà la fine della dominazione liberale”. Rispondendo alla seconda domanda, poi, aggiunse: “Niente è irreversibile, niente è ineluttabile. È possibile rapportarsi alla realtà con presupposti di ottimismo o di pessimismo, ma io resto fedele alla massima di Gramsci: “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. Vi è, tuttavia, un altro autore, francese, George Bernanos, che diceva: “Gli ottimisti sono degli imbecilli felici; i pessimisti sono degli imbecilli tristi”. Tutti a ridere, in uno scrosciare di prolungati applausi, mentre correvamo ad abbracciarlo e a farci autografare i libri, con gli occhi lucidi e la consapevolezza, fonte di gioia elettrizzante, di essere un manipolo di rari nantes in gurgite vasto al cospetto del più grande pensatore vivente e quindi del migliore tra gli uomini che popolano il Pianeta, volendo collocare al primo posto, sulla scala delle capacità, quella di comprendere e spiegare la natura umana e le fenomenologie sociali. Una signora anziana, facendosi largo imperiosamente nella calca rumoreggiante, mi chiese se realmente avesse concluso la replica con la frase: “Credo che verrà la fine della dominazione liberale”. “Si, signora – confermai sorridendole – ha detto proprio così”. La donna mi prese le mani e socchiuse leggermente gli occhi, volando con la mente chissà dove, e poi, con una tenerezza che toccò le corde più profonde del mio spirito, sempre stringendomi le mani, soggiunse con voce flebile: “Quello sì, sarà un bel giorno”.

NOTE
1) Jason Hickel: “The divide. Guida per risolvere la disuguaglianza globale. Editore Il Saggiatore, 2018.  

2) Questi fatti ne riportano alla mente altri, verificatisi in epoca recente, non meno gravi, che vedono sempre dei signor nessuno come protagonisti. Nel 1981, in Francia, con l’arrivo della sinistra al governo, il deficit iniziò a crescere a dismisura. Giscard d’Estaing aveva posto un limite a trenta miliardi, ma il nuovo ministro del Bilancio, il socialista Laurent Fabius, lo portò a cinquantacinque miliardi. Le stime degli esperti, però, proiettarono un esborso per l’anno successivo verso la mostruosa cifra di 100 miliardi. (I francesi, ovviamente, si erano tirati da soli la zappa sui piedi portando la sinistra al governo, ma la storia che favorì la loro ascesa è complessa e non è questo l’articolo in cui parlarne).  Erano anni difficili a causa dello shock petrolifero del 1979 e nell’autunno del 1981 si rese necessaria una svalutazione monetaria, cui ne seguì un’altra nell’estate del 1982. L’inflazione volava al 14%. Occorreva reperire in fretta una formula che mettesse tutti d’accordo e che fosse spendibile nella comunicazione politica per i cittadini. Il 9 giugno 1981, pertanto, fu chiesto a due “funzionari” del ministero del Bilancio, Guy Abeille e Roland de Villepin, (cugino di Dominique, poi primo ministro dal 2005 al 2007, ndr) di stabilire con la massima urgenza una regola semplice e utilitaristica. Guy Abeille aveva solo trenta anni, una normalissima laurea in economia e nessuna esperienza specifica; lo stesso valeva per il suo collega. Nondimeno i due ebbero chiara la percezione che non era possibile ottemperare all’ordine ricevuto: nessuna teoria economica consentiva di soddisfare le contraddittorie disposizioni connesse a conciliare l’inconciliabile. “Ubi maior – però – minor cessat” e pertanto i due si misero al lavoro con il solo intento di “obbedire”. Esaminate le voci di bilancio, le spese, le entrate e il debito arrivarono a una conclusione: in macroeconomia tutto comincia e finisce con il Pil. Ecco quindi l’idea (farlocca, come sarà dimostrato ampiamente da tanti economisti nei decenni successivi, ndr) di rapportare il deficit al Pil. Resta da capire, però, come mai fu stabilito proprio il 3% e non il 4, il 5, il 6. La spiegazione fornita lascia esterrefatti: “Quell’anno il Pil era di 3.300 miliardi e la spesa si avvicinava a 100. Il rapporto non era quindi lontano dal 3%. Ecco il perché della formula. Poi tra l’altro cadeva casualmente sul “numero 3″ che è noto al pubblico per vari motivi ed ha un’accezione positiva, si pensi alle Tre Grazie, ai tre giorni della resurrezione, le tre età di Auguste Comte, i tre colori primari, la lista è infinita”. Un numero magico, quindi, facilmente spendibile anche nel marketing politico come Fabius, e lo stesso Mitterand l’anno dopo, fecero. Lo stesso Abeille ha sempre dichiarato di essere consapevole che legare il deficit al Pil era un po’ come dividere i cavoli con le carote e il rapporto al massimo può fungere come indicatore, ma in nessun caso può essere una bussola perché non misura nulla. Ciò che conta realmente, infatti, è ottenere un valore che calcoli la solvibilità di un Paese, la capacità di rimborso del debito da un’analisi ragionata, lavoro che non era certo alla portata di due modesti funzionari, ai quali per giunta era stato anche chiesto di fare in fretta. Che nessun ragionamento economico fosse alla base del 3% lo disse chiaramente anche Alexandre Lamfalussy, uno dei maggiori artefici della preparazione e della realizzazione dell’euro e poi presidente dell’Istituto monetario europeo, l’ente precursore della Banca centrale europea: “I governatori sono persone troppo oneste e sanno che i criteri sono sempre arbitrari. Non avrei mai accettato numeri come questo, ma sono contento che i politici lo abbiano fatto”. Roba da prenderlo a schiaffi, ma tant’è. In buona sostanza, nel Trattato di Maastricht, varato nel 1992, un provvedimento partorito in Francia undici anni prima, per le ragioni e nelle condizioni succitate, considerato una boiata pazzesca, fu adottato per imporre rigidi parametri all’intera Unione Europea, senza tenere conto dei cicli economici, con quali disastrosi risultati è a tutti ben noto. Sembra l’ennesimo racconto di fantapolitica, ma purtroppo è l’ennesima “verità” misconosciuta ai più.

3) Dei “limiti dello sviluppo” abbiamo parlato diffusamente nel numero 72 di “CONFINI” (marzo 2019.)

4) In questo contesto è sufficiente solo un breve cenno, relativamente ai fatti di casa nostra, su quanto siano state deleterie per il Paese le azioni perpetrate dai liberali risorgimentali della destra storica, mutuatosi a partire dal 1882 nel Partito Liberale Costituzionale, e dai loro successori che diedero vita al Partito Liberale Italiano, protagonisti, all’epoca del pentapartito, della spoliazione continua delle casse dello Stato in concorso con i loro alleati.  Su tutti basti ricordare Francesco de Lorenzo e un alto dirigente ministeriale, a lui legato: Duilio Poggiolini. Il primo, più volte ministro, fu arrestato e condannato per associazione a delinquere finalizzata al finanziamento illecito ai partiti e corruzione in relazione a tangenti per un valore complessivo di circa nove miliardi di lire, in gran parte ottenute da industriali farmaceutici dal 1989 al 1992, durante il suo ministero. (Questo è solo ciò che è stato possibile accertare, ma ovviamente vi è molto di più). Il secondo, massone iscritto alla famigerata P2, favorì le aziende farmaceutiche, a danno dei cittadini, lucrando oltre quindici miliardi di tangenti. Nella sua casa di Napoli, inoltre, furono rinvenuti diversi miliardi di lire in lingotti d’oro, gioielli, dipinti, monete antiche e moderne (fra cui rubli d’oro dello zar Nicola II e krugerrand sudafricani). Non di minore rilievo – come ben noto – furono le ruberie e i disastri perpetrati dai paladini della liberal-democrazia sparpagliati negli altri partiti di potere.

5) Vanno comunque letti, dopo aver assimilato gli utili anticorpi, proprio per comprenderne le profonde distonie. Gli autori classici non possono essere imputati di “malafede”, contrariamente ai loro epigoni contemporanei. Qui evito una lunga lista e mi limito a citare solo due saggi: “La libertà è più importante dell’uguaglianza”, Karl Popper, Armando Editore; “Liberalismo”, Friedrich A. Von Hayek, Editore Rubbettino. Da prendere con le molle, invece, i saggi sulla storia del liberalismo, perché è in essi che si confondono le acque in modo spaventoso. Fa eccezione, e lo suggerisco, il saggio di Massimo Baldini, “Il liberalismo, Dio e il mercato”, nel quale viene analizzato, senza distorsioni, sia pure in chiave di condivisione, il pensiero di Rosmini, Bastiat, Tocqueville, Sturzo, Mises, Hayek, Röpke, Popper. Discorso a parte – e non certo possibile in questo contesto – meriterebbe Benedetto Croce, la cui teoria ha suscitato le prime perplessità proprio nei sostenitori del liberalismo classico, che mal digerivano la propensione verso l’impegno civile (che Croce considerava addirittura “ragione superiore”) e la responsabilità dell’individuo per le proprie azioni.

6) Alain de Benoist: “Critica del liberalismo – La società non è un mercato”. Arianna Editore, 2019.

7) Lino Lavorgna, “Prigioniero del sogno”, Albatros Editore, 2015. Nello di Costanzo è un affermato giornalista professionista e lavora presso la sede RAI di Napoli.

8) Presentazione del saggio di De Benoist alla terza edizione di “LIBROPOLIS”.

Lino Lavorgna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *