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I sentieri del Cinabro

Ho riflettuto non poco sul taglio da conferire al tema del mese. La mente suggerisce cose che mi rifiuto di accettare; dare ascolto esclusivamente al cuore, per un’analisi così delicata, costituirebbe un’ingenuità perdonabile a un liceale, non certo a un vecchio cavaliere errante. Parlare dei personaggi, poi – sia di quelli cui si guarda con simpatia, sia di coloro che si lesserebbero a fuoco lento – in un contesto come questo, dopo aver camminato al fianco di qualcuno che si chiama Ernst Jünger, per tacer degli altri, davvero non ha senso. Non se ne esce, pertanto, seguendo un percorso razionale, perché siamo ben lontani dalla resa dei conti, non è detto che si realizzi, almeno in tempi brevi e, quandanche così non fosse, non è detto che si realizzi secondo i propositi sani di chi vorrebbe chiudere un ciclo negativo e aprirne uno positivo. È tutto in fermento. È tutto in itinere, in un modo così confuso, approssimativo, labile, friabile, da lasciare aperta ogni prospettiva.

Per segnare in modo tangibile “questo tempo”, pertanto, non resta che uscire dai soliti sentieri, nei quali si combatte l’eterna lotta tra bene e male, e incunearsi in quelli percorsi da coloro che non hanno bisogno di “combattere”, incarnando l’essenza stessa del bene e del male, come non mai facce contrapposte e conniventi di un’unica medaglia.  I sentieri del cinabro sono percorsi dagli immortali, che vengono da lontano e sono destinati ad andare ancora più lontano, sorretti da un elemento prezioso, una sorta di pietra filosofale dalla quale non si separano mai e che spiana loro la via, quando ciò si renda necessario. Non vi sono misteri per chi percorre quei sentieri, essendo adusi a cavalcare il tempo in ogni dimensione: all’indietro, per vedere ciò che è successo; in avanti, per vedere cosa accadrà. O accadrebbe, perché nel divenire nulla è definito e ciò che si vede in un viaggio può variare, anche di molto, in quello successivo. Resta immutabile, ovviamente, “ciò che è stato e che non può cambiare”: elementi più che sufficienti, per chi percorra quei sentieri, a trarre delle conclusioni su qualsivoglia fenomenologia sociale ed esprimere un “verdetto”. Perché ridursi a questo, tuttavia? A cosa servirebbe? A spegnere ogni speranza? A sancire certezze passibili di smentite? Tutte cose labili, e quindi inutili. Cosa è preferibile tra una negazione – sempre preconcetta – e una generosa illusione? Ciò che aiuta a vivere meglio: la generosa illusione. Culliamola, allora, questa generosa illusione, e da essa lasciamoci cullare.

Tutto può accadere: anche vedere i sogni trasformarsi in realtà. Tutto dipende da noi e dalla nostra capacità di camminare su un filo sospeso a mezz’aria, sorridendo, senza cadere. Il percorso del funambolo è un altro elemento simbolico che si associa alla pietra filosofale capace di cicatrizzare la materia, di trasformarla, di plasmarla secondo la “visione”, quasi sempre onirica, di “visionari”, a loro volta capaci di cambiare il mondo. Il simbolo, quindi, diventa il rifugio ineluttabile, in un momento di grandi tensioni, per dominare gli eventi e, magari, stabilire cosa debba prevalere. Nell’eterna lotta tra bene e male, infatti – e qui ritorniamo su sentieri terreni – il male ha sempre trionfato negli “scontri diretti”, come insegna la storia. Ha soccombuto, invece, quando è stato disorientato dal simbolo, quale che fosse la sua natura. Il male, quello “vero”, quello perpetrato con piena volontà di coscienza, può solo muoversi in una dimensione razionale e nulla può contro la forza del simbolo, come ben spiega Bachofen: “Il simbolo desta un presagio, mentre la lingua può solo spiegare. Il simbolo fa vibrare le corde dello spirito tutte insieme, mentre la mente è costretta a darsi a un singolo pensiero per volta. Il simbolo spinge le sue radici fino alle più segrete profondità dell’anima, mentre la lingua giunge a sfiorare, come un lieve alito di vento, la superficie dell’intelletto: quello è orientato verso l’interno, questa verso l’esterno. Solo al simbolo riesce di raccogliere nella sintesi di una impressione unitaria gli elementi più diversi. Le parole fanno finito l’infinito, i simboli conducono invece lo spirito di là delle frontiere del mondo finito e diveniente, verso il mondo infinito e reale”.

Mondo infinito, quindi, ma anche “reale”. Se davvero vogliamo che qualcosa cambi; se davvero vogliamo giungere a un redde rationem soddisfacente, come quello che vide protagonisti simbolici gli Hobbit e gli Elfi di Tolkien, i Cavalieri di Re Artù, e protagonisti “reali” coloro che, senza alcun bisogno di nominarli, rappresentano per ciascuno di noi un elemento simbolico di grande valenza, avendo sacrificato la loro vita per il bene comune, scegliamo i nostri simboli e incarniamoci in loro: la forza che si acquisirà sarà straordinaria e l’insieme di queste forze sarà travolgente. Che la forza sia con noi.

Lino Lavorgna

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