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I sentieri dei celti: da Hallstatt alla collina di Tara

“Bardo che ancora canti: voi, padri delle fate, cosa resta dei vostri oppida se non un vento leggero sulle chiome degli alberi? E delle vostre foreste battute dalla pioggia e avvolte nella nebbia? Dove sono le vostre magie e le furiose battaglie e quel rullare di tamburi attorno al grande fuoco druidico? Celti scomparsi dalla scena, nascosti dai boschi e dai secoli e dal mare del Nord perennemente in tempesta. La storia continua altrove, ma Dèi e guerrieri, fate e folletti alati si muovono fra cielo e terra, fra mare e boschi, accompagnati da un sussurro: torneranno… torneranno…torneranno”. (“Torneranno” Pieralba Merlo; Celtica – Nr. 33 – Sett-Ott 2004; www.galvanor.wordpress.com 21 ottobre 2004, con link alla poesia declamata dal compianto Gianni Musy)

PROLOGO

Le battaglie dei Romani contro i Marcomanni non sono dissimili da qualsiasi altra battaglia combattuta contro tutti i popoli assoggettati. Per un attimo, però, facciamo finta che tutto si sia svolto come riportato nel film “Il Gladiatore”: quella narrazione, ancorché per molti aspetti romanzata, ci torna utile per penetrare nell’universo celtico nel migliore dei modi possibili. All’inizio del film una musica stupenda si fonde con il primo piano di un uomo austero, assorto nei suoi pensieri. È bello e il suo piglio trasmette un’aura mistica che non lascia adito a dubbi: è un leader. Indossa l’armatura e quindi è un capo militare. All’improvviso il suo sguardo è attratto da un pettirosso, uccello che attraversa simbolicamente tutta la tradizione europea (1), e gli sorride accompagnandolo con lo sguardo mentre dal ramo spicca il volo. L’uomo s’incammina con passo lesto lungo un sentiero sterrato, percorso anche da colonne di soldati, a cavallo e a piedi. Siamo nella foresta di Vindobona, l’attuale Vienna, nell’anno 180 D.C. I soldati lo salutano con riverenza, appellandolo “Generale” o “Comandante”, lasciando trasparire dall’espressione dei volti l’ammirazione e il rispetto.

Con uno stacco di pochi secondi la scena si sposta su un pendio che sovrasta il sentiero, popolato da altri soldati e da un vecchio con aria stanca: l’imperatore Marco Aurelio. Ci si prepara alla battaglia. Il generale è circondato dai suoi ufficiali, uno dei quali, un tal Quinto, ha la tipica espressione fastidiosa dell’ufficiale idiota e lecca sedere. Con tono inutilmente arrogante, solo per farsi bello al cospetto del suo capo, rimprovera un soldato per non aver ancora spostato in avanti le catapulte, come gli aveva ordinato: “Sono troppo distanti!”, gli grida. “La distanza è buona”, replica pacatamente e a voce bassa il comandante. L’ufficiale idiota tenta di replicare: “Il rischio per la cavalleria…”, ma non fa in tempo a terminare la frase perché viene stoppato in modo perentorio: “… è accettabile. Intesi?” Le catapulte restano al loro posto e l’ufficiale, incupito, tenta miseramente e invano di recuperare qualche punto pochi attimi prima della battaglia: “Un popolo dovrebbe capire quando è sconfitto”, esclama enfaticamente, ma la risposta, “Tu lo capiresti? Io lo capirei?”, lo fa incupire ancor più. Inizia la battaglia e la cinepresa indugia sul generale, che si eleva nel cruento combattimento, uccidendo uno dopo l’altro molti nemici. La battaglia è vinta e Marco Aurelio, che l’ha osservata da un posto sicuro, tira un sospiro di sollievo. La scena si sposta all’interno di una carrozza in viaggio, scortata da molti soldati, nella quale i figli di Marco Aurelio, lussuosamente vestiti, conversano placidamente. Còmmodo, grazie alla bravura di Joaquin Phoenix, risulta subito antipatico; Lucilla pensa solo a farsi un bagno caldo. Giunto al quartier generale, il Principe chiede dove fosse il padre e dopo aver appreso che è nel luogo della battaglia da diciannove giorni, lo raggiunge a cavallo. Con voce tremula sembra quasi volersi scusare per il “ritardo”: “L’ho mancata… mi sono perso la battaglia…”, balbetta, abbracciando l’imperatore, che gli risponde sorridendogli: “Tu hai perso la guerra”, per poi invitarlo a omaggiare Massimo, principale artefice della vittoria. I due si abbracciano e l’inquadratura evidenzia quel confronto tra le due tipologie umane che daranno corpo alla trama: il meschino e l’eroe. L’eroe, lo scopriremo durante la conversazione con Marco Aurelio, è nato in Hispania (2), sulle colline di Trujillo, che così descrive: “Un posto molto semplice. Pietre rosa che si scaldano al sole, e… un orto che profuma di erbe il giorno e di gelsomino la notte. Oltre il cancello c’è un gigantesco pioppo. Fichi, meli, peri… Il terreno, Marco, è nero. Nero come i capelli di mia moglie”. È lì che vuole ritornare. È lì che non ritornerà.

Massimo Decimo Meridio, quindi, è un “celtibero”. Nelle sue vene scorre il sangue di un fiero popolo: il popolo dei Celti.

Non c’è dato sapere cosa passasse nella mente di Ridley Scott quando ha creato l’antitesi tra Còmmodo e Massimo; molto probabilmente ha solo pensato a sviluppare un contesto nel quale emergessero le pesanti distonie dell’epopea romana, sulla falsariga di quanto fece William Wyler con “Ben Hur”. Fatto sta che proprio tale confronto, tra un romano e un celtibero, sapientemente sviluppato nell’intera trama e sublimato nella parte finale, risulta oltremodo significativo sotto il profilo antropologico, mettendo bene in evidenza fondamentali e diffusi aspetti comportamentali. Ridley Scott riversa su Còmmodo tutto lo squallore che per secoli ha rappresentato “il rovescio della medaglia” di un popolo conquistatore e su Massimo Decimo Meridio la sublime bellezza degli uomini puri e degli eroi, capaci di vivere degnamente ogni attimo della loro vita. Per scelta, certo, ma ben supportata da un retaggio ancestrale particolare, che non consente al male di attecchire. Vi è poi un altro elemento che, seppure empiricamente, dal momento che il regista non ha mai rivelato nulla al riguardo, risulta oltremodo interessante: la canzone finale del film, “Now we are free”, cantata da Lisa Gerrard con parole di una lingua inventata (3), mentre il Gladiatore raggiunge nell’oltretomba moglie e figlio, ha una matrice musicale chiaramente celtica.

I CELTI, QUESTI SCONOSCIUTI

Ma chi sono questi Celti, così trucemente descritti da Polibio, da Cesare e da tanti altri autori classici? Da dove vengono? Da dove nasce il mistero che li avvolge e che tanti studiosi affascina? Diciamo subito che l’articolo non potrà rispondere a tutte le domande e ha un solo scopo: aprire la porta su un mondo meraviglioso, stimolando a intraprendere un viaggio nel tempo ricco di magiche suggestioni.

Chiunque inizierà quel viaggio non riuscirà a interromperlo e non si stancherà mai di andare sempre più a fondo, fino alla notte dei tempi. In tanti non sapranno resistere (buon per loro) alla tentazione di percorrere materialmente quei sentieri che hanno segnato una parte importante della storia d’Europa, alla ricerca di segni che facciano battere forte il cuore. Il viaggio inizia da Hallstatt, in Austria, e La Tène, in Svizzera, due piccoli comuni che si assomigliano: entrambi sorgono sulle sponde di splendidi laghi e ospitano siti archeologici non troppo frequentati, a onor del vero, nonostante la loro importanza. È in quell’area, infatti, che dal XIII al I secolo avanti A.C. si svilupparono due culture, che portano i nomi dei rispettivi luoghi, grazie alla fusione di elementi autoctoni con “gli indoeuropei”, un insieme di popolazioni aventi un unico ceppo, che intorno al 2000 A.C. dalle fredde pianure della Russia iniziò a muoversi sia verso l’Europa Centrale sia verso l’India e la Persia. In molti, tra voi che state leggendo, hanno le proprie radici su quelle sponde: radici celtiche.

L’apogeo dell’espansionismo celtico in Europa si ebbe intorno al III secolo A.C., con una marcata presenza in Europa Centrale, Gallia (che arrivava fino all’Emilia Romagna), Penisola Iberica, Britannia, Irlanda e in un vasto territorio dell’Anatolia Centrale: la Galazia. Tale delimitazione geografica serve a definire in linea di massima l’area d’influenza, essendo impossibile scendere nei dettagli delle varie ramificazioni, per le quali si rimanda alla bibliografia indicata in calce. Le “contaminazioni” con le varie popolazioni autoctone sono profonde e significative, in Italia come in qualsiasi altro posto. In Pannonia, per esempio, le numerose tribù celtiche che occupavano il vasto territorio (Eravisci, Scordisci, Cotini, Osii, Boi, Anartii, Taurisci) s’integrarono gradualmente con le non meno numerose tribù illiriche e con i Longobardi, anche loro di matrice indoeuropea. Questi ultimi, che stanziavano nel Sud della penisola scandinava (Scania), iniziarono una discesa verso l’Europa Centrale nel I secolo A.C. Tra i Longobardi che penetrarono in Italia al seguito di Re Alboino, nel 568 D.C., non erano pochi coloro nelle cui vene scorreva sangue celtico. Buona parte della loro progenie, soprattutto quella il cui cognome è rimasto inalterato, non è di difficile identificazione. (4)

I Romani, come noto, conquistando tutta l’Europa celtica, obnubilarono gran parte del loro retaggio, sia mutuandone gli aspetti peculiari sia imponendo leggi, usi e costumi, in modo da facilitare l’integrazione. Vichinghi e Anglosassoni, a loro volta, contribuiranno al declino nelle isole britanniche, ma non dappertutto.

IRLANDA: NELL’ISOLA VERDE SOPRAVVIVE IL FASCINO DEL CELTISMO

I Celti iniziarono a popolare l’Irlanda verso il 300 A.C. e, sfuggendo alla dominazione romana, riuscirono a sviluppare e preservare gli elementi fondamentali del celtismo per molti secoli. Anche la dominazione vichinga, iniziata nell’ottavo secolo D.C., non determinò sostanziali cambiamenti sociali: contrariamente a quanto accaduto altrove, furono i conquistatori a integrarsi con le popolazioni autoctone, convertendosi al cristianesimo e aiutandole militarmente quando l’isola fu invasa dai Normanni.

È in Irlanda, pertanto, che si trovano le tracce più profonde e significative di quell’antico popolo. Il Cristianesimo si sviluppò nel V secolo D.C. grazie a Maewyn Succat, figlio di Calphurnius e Conchessa, nobili romani cristiani residenti a Bannhaven Taberniae, l’attuale Carlisle, nel nord della Britannia romana. (E non in Scozia, come erroneamente è scritto in alcuni testi anche importanti: i romani ci provarono, ma non conquistarono quel territorio ostile che chiamavano Caledonia). Il giovane, nato nel 385 D.C., all’età di sedici anni fu fatto prigioniero dai pirati irlandesi e venduto come schiavo nel Nord dell’Isola. Gli fu affidato il compito di curare il gregge di pecore e visse anni duri, tra gente di cui non comprendeva la lingua, che imparò gradualmente. Dopo sei anni si rese conto che gli irlandesi erano brave persone, laboriose, con un forte senso della famiglia e rispettose del prossimo. Nella sua mente di fervente cristiano si radicò un forte desiderio di convertirli. Riuscì a scappare e fece ritorno nell’isola dopo aver perfezionato gli studi in Gallia ed essere stato consacrato vescovo in Italia. Il giovane è passato alla storia con il nome di San Patrizio, patrono e apostolo dell’Isola Verde. Le sue spoglie (si dice, ma non è sicuro), riposano nella cattedrale di Downpatrick, cittadina non lontana da Belfast e quindi in quel pezzo d’Irlanda martoriato, che aspetta dal 1921 di ricongiungersi alla madre patria.

E’ L’Irlanda pre-cristiana, tuttavia, che offre intriganti spunti d’interesse grazie a un ciclo mitologico tanto affascinante quanto trascurato, che val la pena di conoscere perché consente di legare la leggenda alla storia e meglio comprendere peculiari aspetti del nostro continente. Essendo impossibile anche solo riassumerlo, ci limiteremo a fornire delle linee guida che ciascuno potrà sviluppare autonomamente, dedicando qui maggiore spazio solo alle festività celtiche. La mitologia irlandese è suddivisa in quattro filoni.

1)Il ciclo mitologico, nel quale s’incontrano i Túatha Dé Danann, ossia il più importante dei popoli preistorici che popolavano l’Irlanda.

2) Il Ciclo dell’Ulster, che vede tra i protagonisti la più importante divinità celtica, Lúgh, padre del semidio Cú Chulainn, eroe dotato di una bellezza tale da indurre negli uomini dell’Ulster il timore che prima o poi avrebbe sedotto mogli e figlie. Dal Dio Lúgh trae origine una delle principali festività celtiche: Lughnasadh. Numerosi i toponimi che rimandano al suo nome: Lione, Loudon, Saint-Bertrand-de-Comminges in Francia; Leiden in Olanda; Liegnitz in Polonia; Carlisle in Inghilterra; Lucca in Italia; Lugo in Spagna, Lugano in Svizzera. Lo stesso dicasi per tanti cognomi presenti in tutta Europa.

3) Il ciclo feniano, incentrato sulle gesta dell’eroe Fionn mac Cumhail, è di rilevante importanza per molteplici fattori che hanno attinenza anche con i giorni nostri. Sulla figura del figlio di Fionn, Oisín, è plasmato il bardo Ossian, vissuto nel III secolo D.C., autore dei canti che portano il suo nome, dimenticati per secoli, ancorché tramandati oralmente, e pubblicati nel 1760 grazie allo scrittore scozzese James Macpherson. Misconosciuti nel nostro tempo e anche un po’ irrisi a causa di presunte manipolazioni praticate da Macpherson, nel corso del 18° e 19° secolo sono stati apprezzati da personaggi del calibro di Goethe, Walter Scott, Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo, Ippolito Pinemonte, Vincenzo Monti, Giacomo Leopardi e William Butler Yeats, autore del poema epico “The Wanderings of Oisin”. Napoleone Bonaparte aveva sempre con sé una copia dei “Canti di Ossian”. Il termine “feniano” caratterizza in modo pregnante i repubblicani irlandesi che aspirano all’indipendenza dal Regno Unito ed è utilizzato in modo ingiurioso sia dagli inglesi sia dagli unionisti nord-irlandesi. Fu consacrato politicamente nel 1848 da John O’Mahony, ispiratosi proprio ai “Fianna” del ciclo, ossia i guerrieri sempre pronti a combattere con ardore in caso di necessità. Feniani erano chiamati anche i Patrioti Irlandesi dell’Irish Republican Army, che ha visto tra i suoi membri più illustri personaggi come James Connolly, Arthur Griffith, Michael Collins e, in epoca più recente, il mitico Bobby Sands, che si lasciò morire di fame in carcere nel 1981, insieme con nove compagni di prigionia. L’ultimo esponente di questa schiatta di Eroi è Gerry Adams, attuale capo del partito indipendentista dell’Irlanda del Nord, Sinn Féin, che però ha deciso di ritirarsi a vita privata nel 2018. Il principale partito politico dell’Eire, Fianna Fáil (soldati del destino), si richiama anch’esso agli antichi Fianna.

4) Il ciclo storico, che comprende numerosi Annali riportanti gli eventi, cronologicamente datati, dalla Preistoria al XVII secolo, redatti dai monaci amanuensi.

Oltre alle succitate opere è molto importante il “Mabinogion”, una raccolta di manoscritti gallesi medievali che hanno stretta attinenza con le tradizioni irlandesi e aprono la porta su un altro importante filone letterario, che riguarda precipuamente l’Inghilterra, ancorché impregnato di celtismo: il ciclo arturiano.

LE FESTIVITA’ CELTICHE

Un’esaustiva trattazione dell’argomento dovrebbe prevedere anche l’approfondita analisi della religione, cosa ovviamente impossibile. Rimandando pertanto tale complesso approfondimento al prezioso testo di Margarete Riemschneider, citato nella bibliografia, limitiamoci a chiarire alcuni concetti fondamentali, anche per fare luce su mistificazioni e grossolani errori interpretativi.

L’anno celtico era suddiviso in dodici mesi di 29 e 30 giorni, con nomi che si riferivano a eventi climatici, alle attività praticate e all’evocazione delle varie festività.

L’amore per la natura era molto sentito e tutte le festività, di fatto, altro non erano se non la sublimazione di siffatto amore.

Le feste principali erano quattro: Imbolc, Beltane, Lughnasad e Samhain. Per gli antichi Celti il giorno iniziava al tramonto del sole. Le festività, pertanto, sono sempre indicate a cavallo tra due giornate. Quando l’Irlanda fu cristianizzata, la Chiesa cattolica, rendendosi conto di quanto fosse difficile sradicarle in modo assoluto, le fece proprie mutuandole secondo i più consoni dettami della dottrina.

Imbolc ricorre tra il 31 gennaio e il 1 febbraio ed è dedicata alla Dea Brighid e alle forze femminili presenti in natura. Essendo la Dea signora della poesia, era anche la festività dei bardi e delle competizioni poetiche. E’ detta anche “festa del latte” perché coincide con il primo fiorire del latte nelle mammelle delle pecore. Fu trasformata dalla Chiesa cattolica nella Festa della Purificazione della Beata Vergine Maria, trasformatasi in Presentazione al Tempio di Gesù dopo il Concilio Vaticano II e meglio nota come “Candelora”.

Beltane (o anche Beltaine, Belteinne, Beltine), 30 aprile-1maggio, segnava la fine dell’inverno e l’inizio della metà luminosa dell’anno. Era dedicata al dio Beil e vuol dire, letteralmente, “I fuochi di Beil”. I druidi, nel corso della notte, accendevano grandi falò nei campi e sulle cime dei colli, attorno ai quali si riunivano gli abitanti del luogo. Il fuoco veniva attraversato da uomini e armenti in segno di purificazione. L’importanza di Beltane è legata soprattutto all’arrivo dei Tuatha Dé Danann, gli dèi supremi che portarono sull’isola il druidismo, la magia e i quattro oggetti sacri: la Pietra del Destino, la Lancia di Lugh, il Calderone di Dagda e la Spada di Nuada. Con l’arrivo dei Tuatha Dé Danann la mitologia celtica assurge a livelli tali da annullare ogni subalternità a quella greco-romana, perché riesce a fondere in modo più armonico e veritiero il rapporto umano-divino. (5)

Lughnasad, 31luglio-1agosto, come già detto è dedicata a una delle più importanti divinità del pantheon celtico: Lugh, Dio del fuoco e della luce, che viene ringraziato per il raccolto. Le origini della festa, tuttavia, sono associate alla madre di Lugh, Tailtiu, che morì per l’eccessivo lavoro svolto nei campi. Nel periodo di Lughnasad, che poteva durare anche un mese, tre giorni erano dedicati ai riti religiosi e gli altri alle assemblee delle tribù, alle fiere e alle gare di abilità in diverse discipline, tradizione che si perpetua ancora oggi in Scozia con gli Higland games: gare di forza tra atleti e competizioni tra danzatori che giungono da ogni angolo del Paese. Agosto era anche il mese ideale per la celebrazione dei matrimoni e gli sposi eseguivano delle danze rituali prima della cerimonia ufficiale, praticata dai genitori.

Samhain, qui citata per ultima, in realtà è la prima festa dell’anno. Ricorre, infatti, dal 31 ottobre all’1 novembre, Capodanno Celtico. E’ considerata la più importante delle feste in quanto ingloba più elementi rituali. Nel ciclo delle stagioni si registra il periodo in cui la terra ha dato i suoi frutti e si prepara all’inverno. I riti prevedevano il ringraziamento per il raccolto e la preparazione spirituale all’anno successivo. L’elemento più suggestivo della festa, tuttavia, è rappresentato dal momentaneo abbattimento di quel sottile velo che separa il mondo dei morti da quello dei vivi. Tutte le persone decedute nel corso dell’anno potevano tornare sulla terra in cerca di nuovi corpi da possedere e in tal modo ritornare in vita. Nei villaggi venivano spenti i focolari per impedire l’accesso agli spiriti maligni. Al mattino, poi, i druidi accendevano il Nuovo Fuoco sulla collina di Tara e simbolicamente portavano i tizzoni ardenti a tutte le famiglie, che potevano riaccendere i focolari. Contrariamente a una diffusa credenza, durante la notte di Samhain nessuno si avventurava al di fuori delle proprie abitazioni, eccezion fatta per i druidi, che si riunivano nei luoghi sacri per celebrare l’inizio del Nuovo Anno.

Il periodo di Samhain è legato a molteplici eventi della tradizione celtica, il più importante dei quali è la sconfitta dei perfidi Formoriani da parte dei Tuatha Dé Danann. La festività era così radicata nella tradizione popolare da indurre la Chiesa cattolica a spostare la festa che onorava il martirio dei primi cristiani da maggio all’1° novembre, in modo da toglierle “spazio operativo” e ridurne l’importanza. In virtù del simbolismo legato all’abbattimento delle barriere tra il mondo dei morti e quello dei vivi, si stabilì anche la commemorazione dei defunti. La mistificazione praticata negli Stati Uniti, denominata Halloween e diffusasi un po’ ovunque da una quindicina di anni, non ha nulla a che vedere con la sacralità del Samhain, anche se da tale festività trae spunto. Di Halloween, però, parleremo in altra occasione. Qui basti dire che nella notte di Samhain, se proprio si vuole “festeggiare”, ciascuno dovrebbe rallentare le proprie attività e starsene davanti a un caminetto presso la propria dimora, in raccolta meditazione o in gradevole conversazione con parenti e amici. Meglio sarebbe, tuttavia, raggiungere quella collina non lontana da Dublino, antica residenza del Re Supremo Irlandese, che per diventare tale doveva dimostrare di saper volare al disopra della Lia Fáil, la Pietra del Destino, stupefacente megalite monolitico (menhir) alto 155 metri. È lì, sulla collina di Tara, che intorno a un magico fuoco si possono ancora sentire le voci degli antichi Feniani e quelle dei Tuatha Dé Dannan. Più di ogni altra cosa, però, si può provare una sensazione indescrivibile: acquisire la consapevolezza di essere entrati in un universo parallelo e desiderare di addentrarvisi. Affrettatevi: è un universo così grande e fascinoso che una vita intera potrebbe non bastare per esplorarlo tutto.

NOTE

1)In Scandinavia era sacro a Thor, dio del tuono, del fulmine e della tempesta. In alcune zone della Bretagna si credeva che avesse portato il fuoco sulla Terra. Nella tradizione celtica rappresenta il passaggio tra l’anno vecchio e l’anno nuovo e lo vede contrapposto allo scricchiolo. L’avvicendamento è caratterizzato dalla lotta tra il Re-Agrifoglio (o vischio, che rappresenta l’anno nascente e ospita il pettirosso), e il Re-Quercia, (che incarna l’anno morente e tra i cui rami si nasconde lo scricciolo). Durante il solstizio d’inverno il Re agrifoglio sconfigge il Re-Quercia. Canta, il pettirosso, per salutare il nuovo anno.

2) Il nome stesso, Massimo Decio Meridio, rimanda alla zona di nascita, essendo Merida l’antica Emerita Augusta, non lontana capitale della Lusitania. Il personaggio, naturalmente, è inventato e non ha nessuna attinenza, come spesso si legge, con Marco Nonio Macrino, bresciano di nascita e generale al servizio di Marco Aurelio, che condusse una vita agiata e felice.

3) Bachofen sosteneva che il simbolo desta un presagio, mentre la lingua può solo spiegare. Solo al simbolo riesce di raccogliere nella sintesi di una impressione unitaria gli elementi più diversi. Così come Tolkien ebbe bisogno di inventare la lingua elfica, per conferire alle parole un suono che corrispondesse alla loro effettiva valenza, Lisa Gerrard ha fatto scaturire sentimenti altrimenti indescrivibili attraverso parole non riconducibili a nessun linguaggio umano. Nel 2006, su esplicita richiesta dell’attrice e cantante Zaira Montico, scrissi un testo in inglese adattandolo alla colonna sonora del brano e la canzone è stata così cantata nello spettacolo itinerante “Cavallomania”, da lei ideato e condotto.

4) Per l’etimologa de cognomi con tre consonanti consecutive vedi www.lavorgna.it In rete, inoltre, non è difficile reperire una nutrita lista di cognomi con etimo tipicamente celtico (Es. Anesa, Baiguini, Belloli, Bugada, Corna, Galizzi, Mantovani, Morzenti, Noris, Rebussi, Taramelli, Teli, Tirloni, Vaerini).

5) Comprendo bene quanto questo concetto possa essere di difficile digestione, seppure ben consapevole che basterebbe addentrarsi adeguatamente nella materia per rimodulare le proprie convinzioni. Un esempio importante, citato come termine di paragone, è l’opera tolkeniana, che molti scambiano per “letteratura fantasy”. Avendo essa però raggiunto una discreta fama, sono tanti gli studiosi che hanno corretto l’errore, riconoscendole il giusto tributo di qualità e quelle peculiarità che la collocano molto in alto nel pur composito universo delle grandi opere letterarie di tutti i tempi.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Venceslas Kruta, “La grande storia dei Celti”, Newton & Compton Editori, 2003

Margarete Riemshneider, “la religione dei Celti”, Società Editrice Il Falco, 1979

Gerard Hern, “Il mistero dei Celti”, Garzanti, 1975 – 1981

Jean Markale, Il Druidismo, Mondadori, 1998

Lino Lavorgna

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