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FILANGIERI: il Museo dimenticato

Nel Palazzo Como in via Duomo un museo da rivalutare

Il Museo dimenticato è sito a Via Duomo, è quello che tutti passano davanti e nessuno entra dentro, è quello che rischia di chiudere, è quello che ha un patrimonio inestimabile.

Il palazzo Como divenuto per errore Cuomo è un palazzo rinascimentale costruito nel 1404, ma le prime notizie si hanno solo nel 1451 quando Giovanni Como, acquista un edificio retrostante la sua proprietà appartenente ad Angelo Ferrajolo, per allungare il suo corpo di fabbrica. Quando subentrò nella proprietà il mercante napoletano, Angelo Como, probabilmente figlio di Giovanni, continuarono gli acquisti di suoli di proprietà adiacenti a cui fecero seguito altri lavori di adeguamento del palazzo. In quest’occasione furono chiamati a lavorare numerosi artisti e operai che si occuparono di rivestire le strutture con piperno e marmo.

Nel 1473 il palazzo fu quindi ultimato nello stile simile a quello del palazzo Diomede Carafa. Altre espansioni si sono avute poi nel 1488 quando Alfonso II, duca di Calabria, che dimorava nel vicino Castel Capuano e il cui segretario di fiducia era Leonardo Como (figlio di Angelo) donò al proprietario altri spazi e proprietà in zona appartenenti ad un certo Francesco Scannasorice per 500 ducati, consentendogli così di completare l’edificazione dell’edificio. Purtroppo, con il susseguirsi degli anni, in seguito al declino della dinastia aragonese, anche la famiglia Como cadde in rovina e, non trovando gli eredi un accordo su chi dovesse abitare il palazzo, decisero di affittarlo, prima ai canonici della Cattedrale, poi, nel 1567, a Tommaso Salernitano, che lo utilizzò fino al 1587, anno in cui la proprietà venne venduta a Marcello de Bottis.

Quest’ultimo, però, per ragioni sconosciute, abbandonò il palazzo dopo pochi mesi e lo lasciò alla Congregazione di Santa Caterina da Siena. Poi vi si stabilirono i frati domenicani che lo acquistarono e riadattarono come chiostro, nel 1806 con la soppressione napoleonica il palazzo divenne fabbrica di birra gestita dall’austriaco Antonio Mennel poi con i Borbonici un Archivio e dopo la nuova espulsione del 1867 locali a scopo municipale. Tra il 1879 e il 1882 ci fu un aspro dibattito sulla demolizione del palazzo a causa della realizzazione dell’allargamento di via Duomo, a seguito del Risanamento. Molti furono gli intellettuali che si opposero alla demolizione dell’edificio, tra questi Gaetano Filangieri, principe di Satriano e nipote di Gaetano, che lo acquistò nel 1883 con lo scopo di custodirne l’integrità.

La progettazione e l’allestimento del museo si devono alla lungimiranza di Gaetano Filangieri, Principe di Satriano, che nel 1881 avanzò la proposta al Consiglio comunale e al sindaco Girolamo Giusso di collocare le sue raccolte d’arte in quel che restava del celebre edificio, rara testimonianza architettonica del rinascimento toscano a Napoli. L’offerta di istituire un museo ‘civico’ risultò molto allettante e il risultato fu che l’edificio venne arretrato di 20 metri rispetto alla posizione originaria, con lo “smontamento” di Pedone e Martinez e la ricostruzione dell’intera struttura affidata agli ingegneri Antonio Francesconi ed Enrico Albarella. Così che nel 1883 cominciarono i lavori di riedificazione e ripristino completamente finanziati dal Principe che terminarono nel 1888. Così nell’8 novembre 1888 fu aperto al pubblico il Museo civico Gaetano Filangieri sito nel quattrocentesco palazzo Como, è dedicato alle arti applicate, alla scultura, alla pittura e alla conservazione di libri antichi.

Durante questi lavori di adeguamento urbano, inoltre, vennero rifatti gli interni che oggi assumono un aspetto eclettico rispetto all’architettura dell’intero fabbricato. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori tedeschi incendiò la villa Montesano di S. Paolo Belsito dove, per prevenire i danni di guerra, erano stati ricoverati l’anno precedente le opere di maggior pregio del museo insieme ai documenti più preziosi dell’Archivio di Stato di Napoli, sotto la direzione di Riccardo Filangieri.

Del patrimonio del museo si salvarono circa 40 dipinti ed una cassa contenente armi antiche. Il museo vanta tra i 2.500/3.000 oggetti, di varia provenienza e datazione che crea una collezione eterogenea per materiali dalle arti applicate applicate (maioliche, porcellane, biscuit, avori, armi e armature, medaglie) a dipinti e sculture dal XVI al XIX secolo, a pastori presepiali del XVII e XIX secolo, fino alla biblioteca ed archivio con 30.000 volumi e documenti che vanno dal XIII al XIX secolo. Il museo ha anche una sezione distaccata nella Villa Livia al Parco Grifeo, donata da Domenico de Luca Montalto, con collezioni di quadri, porcellane, e mobili e dove ha sede il Centro Internazionale di Studi Numismatici.

Un patrimonio dimenticato dai turisti e dai napoletani tutto da scoprire, quel palazzo che cammina, ma soprattutto che non si ferma.

Marco Fiore

 

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