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Famiglia e amori non sono sinonimi

APPROCCIO SEMANTICO E ILLUSORIE CONVINZIONI

Marco Polo, in un brano de “Il Milione”, fa conoscere al mondo la figura di al-Ḥasan-i Ṣabbāḥ, Gran Maestro della setta degli “ismailiyyah” (gli “assassini”), ospitati in una sorta di paradiso terrestre nel quale si potevano provare tutti i piaceri della vita. Ernst Jünger, nello stupendo saggio “Il nodo di Gordio”, racconta un episodio che vide protagonista il conte di Champagne, nel 1194,  quando fece sosta nel loro territorio, durante il viaggio verso l’Armenia. Il Gran Maestro, discendente di Ḥasan-i Ṣabbāḥ, volendo dimostrare all’ospite come i suoi sudditi gli obbedissero meglio di quanto non fosse possibile a un principe cristiano, con il semplice gesto di un braccio ordinò a due guardie di buttarsi dalla torre. Le guardie obbedirono all’istante, ben felici di poter servire il padrone in un modo così sublime ed estremo. Per rendere ancora più tangibile il suo potere, poi, Hasan chiese al Conte se desiderava una nuova e più significativa dimostrazione: con un secondo segnale avrebbe ordinato all’intera guarnigione di suicidarsi. Il Conte, già scosso, lo fermò riferendogli che gli credeva sulla parola. Non si può non restare atterriti al cospetto di siffatti episodi, salvo poi rendersi conto che essi sono ancora attualissimi in molte parti del mondo: ciò che per taluni è abominevole per altri è normale, e viceversa.

Perché questa premessa? Perché arare il terreno è fondamentale prima di ogni semina: ciò che più condiziona le discussioni “sui massimi sistemi” o sui “problemi contingenti”, infatti, è la presunzione di avere ragione a priori e di poter giudicare persone e fatti in funzione della propria visione del mondo, che si trasforma in dogma. Gli altri, di converso, sono considerati dei rozzi incolti con scarso intelletto. Magari hanno tre lauree e hanno anche vinto un premio Nobel, ma se non la pensano come noi sono trattati alla stregua dello scemo del villaggio. Parimenti si analizzano fatti storici senza contestualizzarli e si esprimono valutazioni soggettive su aspetti di vita sociale che afferiscono a culture lontane mille miglia, senza considerare che noi appariamo agli occhi di chi aborriamo esattamente come loro appaiono a noi.  Sia ben chiaro che non s’intende giustificare comportamenti  più o meno estremi, censurabili da un buon senso che dovrebbe essere appannaggio di tutti, ma prendere atto che tali comportamenti esistono e non possono essere sconfitti con la logica del muro contro muro. A prescindere, vi sono persone che, educatamente e civilmente, espongono princìpi e convincimenti sulle varie problematiche etico-sociali che altri possono legittimamente non condividere. A maggior ragione le confutazioni dovrebbero essere ancorate a presupposti di rispetto e buona educazione, ma così non è, come dimostrano, per esempio, le recenti vicende legate al XIII Congresso Mondiale delle Famiglie, tenutosi a Verona dal 29 al 31 marzo, che ha visto un vero esercito di “oppositori” sparare ad alzo zero, con una violenza inaudita e ingiustificata e con argomentazioni che definire strumentali è davvero eufemistico. Oppositori che, a loro volta, partecipano gaudenti in massa alle parate pacchiane dei “gay-pride”, offendendosi se qualcuno li critica, nonostante esse facciano inorridire tutti gli omosessuali “seri”, che non ricorrono a mascherate per difendere i loro diritti.

L’uomo contemporaneo, sviluppatosi dopo i fermenti rivoluzionari del XVIII secolo, ha via via maturato una serie infinita di “illusorie convinzioni”, nelle quali si crogiola come se fosse un bambino che si diverta in un parco giochi, all’interno delle bolle di gomma. Solo che queste ultime sono ben protette e possono muoversi in uno spazio delimitato, mentre per le illusorie convinzioni non basta la spada con la quale Alessandro sciolse il “nodo di Gordio”, a meno che il fendente non cada sulla testa di chi ne sia detentore, cosa però consentita nel territorio degli “Assassini” e non nell’altra parte del mondo, nota come “Occidente”.

Una primaria illusoria convinzione dell’uomo contemporaneo è quella che lo caratterizza nel rapporto con gli altri: tutti bramano la pace nel mondo,  ripudiano la guerra, rispettano la vita e oggi, grazie alla comunicazione interpersonale facilitata dall’enorme quantità di strumenti mediatici,  sono davvero tanti coloro che fanno propri gli aforismi inneggianti alla civiltà, alla tolleranza, all’amore per il prossimo, scegliendoli tra le migliaia che i grandi letterati, scienziati, filosofi e tanti altri personaggi famosi ci hanno lasciato in eredità.  Questi stupendi aforismi troneggiano nelle copertine dei social e un po’ dappertutto, salvo poi essere sistematicamente contraddetti dagli atteggiamenti quotidiani, che riflettono essenze caratteriali di tutt’altra natura:  violenza verbale e non solo, volgarità, intolleranza e molto altro ancora. In quanto alle guerre e alla pace nel mondo, la realtà sotto gli occhi di tutti consente di non sprecare ulteriore spazio.  

Una seconda illusoria convinzione è la presunta superiorità rispetto alle passate generazioni. L’uomo contemporaneo non accetta proprio il confronto con i suoi progenitori: si sente superiore in tutto, confondendo il progresso tecnologico (tra l’altro molto spesso utilizzato in modo “distruttivo” anziché “costruttivo”) con l’evoluzione della specie. Il processo mentale è così radicato che attanaglia quasi tutti, mentre le poche debite eccezioni rappresentano le classiche gocce nel mare. Una persona ignorante, che non abbia mai letto un classico della filosofia, non conosca la storia dell’uomo e la capacità di cogliere aspetti cosmogonici di grande complessità sin dagli albori della civiltà, è sicuramente indotto all’errore, che non può essere giustificato, invece, quando fosse perpetrato anche da chi abbia un elevato livello di “conoscenza”. Questi ultimi, tra l’altro, risultano particolarmente pericolosi perché, rispetto agli ignoranti tout-court, utilizzano la propria conoscenza come alibi per giustificare il gap. In campo filosofico, per esempio, nemmeno con la fantasia dei grandi romanzieri si può comparare la pseudo-filosofia contemporanea con quella sviluppatasi nell’arco di tempo che separa i presocratici da Nietzsche. Senza perdersi in superflue analisi, poi, è opportuno stendere solo un velo pietoso sui settori dell’arte e della creatività: musica, letteratura, pittura, scultura, architettura, teatro. (Il cinema merita un discorso a parte, non fosse altro perché la sua nascita è recente, rispetto alle altre discipline).

IL DEGRADO ETICO-MORALE

In campo etico-morale la comparazione tra diverse epoche è davvero complicata e non sviluppabile in un articolo. È bene essere chiari su questo punto perché, a differenza degli altri campi, non è possibile disegnare un grafico che veda gli alti e i bassi dei singoli processi, secolo dopo secolo, richiedendo esso complesse metodiche di indagine sociologica. Qui basti dire, semplicemente, che se si prendono come punto di riferimento i presupposti di civiltà e di pacifica convivenza sorti negli ultimi tre secoli, si può senz’altro parlare di un progressivo degrado etico-morale del genere umano, accentuatosi in modo vertiginoso in tempi recenti. Dal ventesimo secolo in avanti il concetto di “etica” è stato relativizzato fino ad annullarsi del tutto, creando scompensi esistenziali di grande portata in chi, testardamente, si ostinava (e si ostina) a vivere nel rispetto di “vecchie regole”, dalla maggioranza considerate inutili, pesanti, anacronistiche. La degradazione sociale ha tolto sacralità a concetti che per secoli hanno costituito il patrimonio esistenziale del genere umano, creando un’anomia etica che ha favorito il trionfo della ragione del più forte, indipendentemente da dove sia stata attinta la forza che garantisce il dominio. Da qui a cadere nella trappola della più illusoria delle convinzioni, il passo è breve: l’uomo contemporaneo si sente sostanzialmente libero. È convinto di aver spezzato tutte le catene che lo rendevano schiavo della tirannide; è convinto di aver contribuito al trionfo della democrazia che, anche quando risulta deludente, viene messa in discussione solo in un contesto relativizzato, preservandone la valenza. Delusione dopo delusione si cercano nuovi soggetti in grado di renderla fruibile nella sua essenza più nobile e decennio dopo decennio i tiranni di turno proliferano su questa illusoria convinzione.

E POI GIUNSE IL SESSANTOTTO

Ai guasti prodotti dai falsi miti del sessantotto è stato dedicato il numero 64 della rivista, pubblicato nel maggio 2018. Per evitare inutile ridondanza, pertanto, si rimanda senz’altro il lettore a quanto esaustivamente trattato in precedenza. Si può solo aggiungere, agganciandosi al paragrafo precedente, un aspetto che risulta fondamentale per meglio inquadrare il successivo. Una civiltà è fondata sulle regole sancite dai legislatori, accettate non solo grazie alla capacità persuasiva di chi le emani ma anche e soprattutto perché vengono recepite positivamente, acquisendo un senso che conferisce loro un forte potere condizionante. Il respingimento totale delle regole in vigore determina la fine di una civiltà e l’inizio di un nuovo corso. Non è detto che tale processo debba essere per forza negativo e la storia è piena di esempi che dimostrano il contrario. Cosa è successo, invece, con il sessantotto? Dobbiamo fare necessariamente un salto all’indietro, anche se poco piacevole, come sempre accade quando occorra fare i conti con amare verità. Non è piacevole, infatti, prendere atto che la civiltà occidentale incominciò quando un mistificatore-imbonitore, cinico e spietato, pluriassassino, sostituì le antiche regole dell’epopea romana con quelle che prendevano corpo nel tessuto sociale grazie alla predicazione dei Cristiani. Ovviamente, non essendo possibile associare la nascita di una civiltà a un personaggio con queste caratteristiche, Costantino è stato artatamente tramandato ai posteri come il “Grande Imperatore”, gratificandolo addirittura con la favoletta dell’intervento divino nella battaglia di Ponte Milvio, che ancora s’insegna nelle scuole, alla pari di tante altre favolette.

Le nuove regole, prevedendo il primato del cristianesimo nell’emisfero occidentale, mutarono radicalmente usi e costumi dei popoli: la frugalità e la castità sono virtù ammirevoli; l’indiscriminata uccisione di persone è gravemente sbagliata e rigorosamente proibita; le relazioni sessuali sono legittime solo nel matrimonio; le relazioni omosessuali sono considerate innaturali e ripugnanti; l’aborto è un atroce crimine; la pornografia un male degradante del quale bisogna proibire la circolazione; una ragazza che partorisca un figlio senza un padre che se ne faccia carico è una disgrazia; la nudità umana e le intimità corporee non vanno mostrate al pubblico, sebbene la nudità possa essere rappresentata decorosamente nell’arte; il lavoro degli uomini e il lavoro delle donne sono differenti; gli uomini hanno autorità e precedenza legale sulle donne; l’età conferisce autorità sui giovani. L’elenco, ancorché incompleto, è sufficiente a rendere l’idea. Era inevitabile che con il fluire dei tempi queste regole dovessero essere spazzate via ed è ciò che è avvenuto con la rivoluzione sessantottina.  Il guaio è che si è buttato via tutto, anche ciò che andava preservato, creando i presupposti per un radicale sovvertimento di tutti i valori, le cui conseguenze sono ben evidenti nella società attuale. Come un pugno nello stomaco, proprio in questo mese, sono stati resi noti gli “appunti” del papa emerito Benedetto XVI, il quale, sia pure concentrandosi precipuamente sulla sfera sessuale, ha parlato del “collasso morale” insorto negli anni sessanta, quando si radicò l’idea che non esistesse più il bene, “ma solo ciò che sul momento e  a seconda delle circostanze è relativamente meglio”.

CROLLA IL MITO DELLA FAMIGLIA

La famiglia, concepita storicamente come pilastro della società, inizia a essere travolta dal vento impetuoso del nuovismo, sgretolandosi progressivamente fino a perdere la sua vocazione carismatica. Le donne, in particolare, rivendicando diritti negati per secoli, mandano letteralmente in crisi uomini che stentano ad adattarsi al nuovo corso. Il numero dei divorzi aumenta progressivamente a mano a mano che la cultura dell’intolleranza soppianta quella della tolleranza, che a volte però si configurava come vera e propria “sopportazione”. L’emancipazione sessuale, che ha solide radici nel Nord Europa, si diffonde rapidamente anche a Sud del 48° parallelo e le donne, che per secoli subivano in silenzio i tradimenti dei partner, incominciano a trovare gradevole rendere pan per focaccia e concedersi delle divagazioni sessuali, generando scompensi e crisi, spesso con esito tragico. Prende corpo la famiglia allargata; gli omosessuali trovano il coraggio di uscire allo scoperto e reclamano con sempre maggiore forza il diritto di amare alla luce del sole. Le richieste di matrimonio tra persone dello stesso sesso creano una profonda frattura sociale, acuendo il divario tra i cosiddetti progressisti e i cosiddetti conservatori. Ciascuno ha la presunzione di essere depositario di verità assolute e disprezza l’altro. La confusione trionfa e la crisi si allarga sempre più.

I dibattiti pubblici pullulano di tuttologi, ciascuno con la propria ricetta per uscire dal tunnel. La caratteristica comune è che nessuno è disposto a considerare le ragioni dell’altro. La Chiesa, in evidente difficoltà per i troppi scandali, annaspa ed è costretta a concedere sempre più, rispetto al passato. Nel settembre 2018 Papa Francesco annuncia, per la prima volta dopo duemila anni di storia, che “la sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono che il Signore ci dà”. Precisa, poi, in modo inequivocabile, che il sesso “ha due scopi: amarsi e generare vita. Il vero amore è appassionato. L’amore fra uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. E a darla con il corpo e l’anima”. Al di là dei giri di parole, il messaggio apre incontrovertibilmente ai rapporti sessuali liberi, che tra l’altro nella realtà dei fatti acquisiscono pregnanza già da molti decenni e riguardano sempre più gli adolescenti, essendosi sensibilmente abbassata l’età dei primi approcci sessuali. L’apertura genera nuove fratture sociali: è criticata sia da chi la trova “rivoluzionaria” e non in linea con i dettami del cattolicesimo sia dai progressisti, per i quali è ancora limitativa in quanto non contempla i rapporti sessuali e l’unione tra persone dello stesso sesso. Sul fronte politico le esigenze elettorali predominano su tutte le altre e ciascun partito è principalmente attento a non alienarsi le simpatie del proprio elettorato.  Il resto è cronaca quotidiana attuale, scialba, misera, insulsa.

COME USCIRE DAL TUNNEL

Innanzitutto è lecito chiedersi: esiste una possibilità oggettiva di uscire dal tunnel? La risposta non è semplice: da un lato vi è la volontà di pensare positivo, sostenendo che ogni ciclo prima o poi esaurisce la sua corsa e una sorta di nemesi metterà le cose a posto; dall’altro vi è la consapevolezza che è sostanzialmente sciocco fare affidamento sulla nemesi e che, in mancanza di vere azioni forti, lo sbandamento sociale durerà ancora a lungo. Per le azioni forti, però, occorrono “uomini forti”, capaci di prendere decisioni che non possono accontentare tutti. Molto più semplici, quindi, le politiche dilatorie. L’Amore è una cosa meravigliosa, ma Famiglia e Amore non sono sinonimi, anche se una famiglia può considerarsi veramente tale solo se in essa alberghi e trionfi l’amore. Avere il coraggio di ripartire dalla Famiglia, conferendole di nuovo il ruolo primario di pilastro della società, è l’unica strada per uscire dal tunnel e mettere ordine nel caos. Non può e non deve essere la Chiesa a guidare questo nuovo processo sociale, ma la società civile, nelle sue massime Istituzioni, politiche e non. Si trovi il coraggio di recuperare un linguaggio abbandonato per paura di non essere al passo con i tempi e si stabiliscano chiare regole per una pacifica convivenza. Non l’uno contro l’altro, armati dei propri pregiudizi, ma tutti insieme, umilmente, per individuare il sentiero giusto da percorrere. Si dica con dolcezza, ma chiaramente, che la maternità surrogata è un abominio perché vede contrapposte coppie ricche e donne povere.

Si spieghi con dolcezza, ma chiaramente, che il termine “matrimonio” deriva dal latino “matrimonium”, ossia la fusione di mater e munus: madre e compito; il matrimonio, quindi, suggella il compito della madre di rendere legittimi i figli nati dall’unione con il “pater familias”, assegnatario del patrimonium, ossia del compito di sostenere “la famiglia”. Concetto antiquato? Certo: lo dimostrano le tante donne che da decenni contribuiscono al sostentamento familiare “anche” lavorando, ma da qui a parlare di “matrimonio” tra persone dello stesso sesso ce ne corre. Si spieghi con dolcezza, ma chiaramente, che permettere le adozioni alle coppie omosessuali non consente un sereno sviluppo dei bambini, che “antropologicamente” hanno bisogno di una madre e di un padre. A tal proposito è opportuno pubblicizzare un pregevole saggio scritto da Jean-Pier Delaume-Myard, omosessuale, dal titolo eloquente: “Non nel mio nome. Un omosessuale contro il matrimonio per tutti”, Rubbettino Editore. Sempre dalla Francia, nel bene e nel male comunque all’avanguardia,  si leva alta e solenne la voce di Nathalie de Williencourt, lesbica e portavoce di “Homovox”, che in tante interviste e manifestazioni spiega bene il concetto di lobby e le strumentalizzazioni della LGBT, esprimendo il disappunto per norme ritenute liberticide, fuorvianti e pericolose per la stabilità della società: “La coppia omosessuale è diversa da quella eterosessuale. Ed è diversa per un semplice dettaglio: non può dare origine alla vita, per cui ha bisogno di una forma di unione specifica che non sia il matrimonio […]La pace si costruisce dentro la famiglia e per avere pace nella famiglia bisogna donare ai bambini il quadro più naturale e che più infonde sicurezza per crescere e diventare grandi. Cioè la composizione classica uomo-donna”.  

CONCLUSIONI

Se è lecito augurarsi che i presupposti sopra enunciati trovino effettivo riscontro in azioni concrete, è doveroso aggiungere che nulla lascia presagire che ciò avvenga in tempi brevi. Per quanto concerne il nostro Paese, nonostante i flebili  aneliti di cambiamento rappresentati dal nuovo corso politico, il marcio è ancora così diffuso da annichilire sul nascere qualsivoglia speranza. Non resta, pertanto, che contare sulle giovani generazioni che, per certi versi, quando non sono vittime di un autolesionismo delirante, dimostrano una maturità e una sensibilità che dovrebbe far vergognare gli adulti. A loro, quindi, il compito di prendere in mano le redini di un nuovo ordine sociale. Dopo tutto devono solo riparare i guasti prodotti dai loro genitori e nonni, conferendo pratica attuazione a un precetto lasciatoci in eredità da Aristotele, XXIII secoli fa: “La famiglia è l’associazione istituita dalla natura per provvedere alle necessità dell’uomo”.

Lino Lavorgna

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