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Eroi del nostro tempo: Robert Bilott

Incipit
Beati i popoli che possono contare sul sacrificio e sull’impegno degli eroi, perché non vi è popolo, su questo pianeta, che non abbia bisogno di loro. Con buona pace di Brecht, che asseriva il contrario.

I fatti

La Taft Stettinius & Hollister è uno di quei megagalattici studi legali che si trovano solo negli USA, con sede primaria a Cincinnati, nell’Ohio, undici sedi periferiche e oltre seicento avvocati associati.  L’attività legale è svolta precipuamente al servizio delle grandi aziende, in particolare quelle chimiche. Nel 1998 entra a far pare dello studio Robert Bilott, trentatreenne, figlio di un militare che, come tutti i militari di carriera, è soggetto a frequenti trasferimenti. Robert cambia ben otto scuole prima di diplomarsi a Firborn, nell’Ohio, condizione che influisce non poco sul suo carattere. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze politiche, in Florida, nel 1990 ottiene la specializzazione per l’esercizio dell’attività legale presso il Michael E. Moritz College of Law, prestigiosa scuola di diritto pubblico con sede a Columbus, Ohio.

Un giorno Robert riceve la visita del contadino Wilbur Tennant, conoscente di sua nonna, il quale gli chiede di indagare sulla morte di centonovanta  mucche a Parkersburg, in Virginia Occidentale. Tennant sospetta che le mucche si siano ammalate bevendo l’acqua contaminata dai rifiuti tossici della società chimica DuPont. Robert visita la fattoria e scopre che i capi di bestiame sono morti con condizioni mediche insolite: organi gonfi, denti anneriti e tumori. Si rivolge, pertanto, all’amico e collega Phil Donnelly, che lavora per la DuPont, il quale fa lo gnorri, promettendogli, però, che avrebbe effettuato degli accertamenti.

Robert, non senza fatica in virtù della riluttanza dei capi, preoccupati di attaccare un’azienda tanto potente, intenta una piccola causa al solo fine di ottenere informazioni ufficiali sulle sostanze chimiche scaricate nei corsi d’acqua. Il rapporto dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, però, non rivela nulla di anomalo e quindi Robert intuisce che le sostanze tossiche non sono regolamentate, il che consente il loro improprio utilizzo senza problemi.

La reazione scomposta di Donnelly, alla richiesta di più chiare spiegazioni, gli conferma i sospetti. Il vertice della multinazionale, con la cinica e ben conclamata condotta di chi sia aduso ad arricchirsi sulla pelle del prossimo, tenta di bloccare le iniziative del legale, inviandogli centinaia di scatole piene di documenti: l’intento è quello di dimostrare volontà collaborativa e, nello stesso tempo, indurlo a desistere spaventandolo con la mole enorme di documenti da consultare.

Robert, però, non demorde e si dedica alla certosina lettura dei documenti, trovando numerosi riferimenti a una sostanza chimica definita “PFOA”, della quale non vi è traccia nei testi scientifici e in rete. Solo dopo accurate indagini  scopre che si tratta dell’acido perfluoroottanoico, necessario per la preparazione del teflon, a sua volta utilizzato per la produzione delle pentole antiaderenti. L’acido e i suoi composti, se ingeriti,  si accumulano lentamente nell’organismo, generando tumori e altre malattie gravi, come ben noto alla DuPont sin dagli anni settanta del secolo scorso, senza però che tale letale scoperta, tenuta ignominiosamente segreta, ne abbia determinato la messa al bando. Non solo: oltre a contribuire alla  produzione delle padelle antiaderenti, dannosissime per la salute, l’azienda continua a smaltire centinaia di barili di fango tossico nei corsi  d’acqua dell’area, tutti affluenti dell’imponente fiume Ohio, a sua volta affluente del Mississippi.

Anche i coniugi Tennant, intanto, si ammalano di cancro e dopo qualche tempo Wilbur, purtroppo, paga con la vita l’immorale condotta della multinazionale. Robert invia le prove al Dipartimento di Giustizia e all’EPA e quest’ultima commina  alla DuPont una multa ridicola per un’azienda di quella portata, colpevole di così gravi reati: 16,5 milioni di dollari. (Fatturato annuo medio intorno ai 21 miliardi di dollari; 35mila dipendenti). Lo stress per il duro lavoro svolto, intanto, incomincia a minare seriamente la salute del tenace avvocato, al quale, oramai, non sfugge il criminale cinismo con il quale vengono trattate decine di migliaia di persone, destinate ad ammalarsi progressivamente, in modo irreversibile. A difesa dei cittadini di Parkersburg, pertanto, intenta una class action, chiedendone il monitoraggio medico.

Continuando ad agire senza scrupoli, la DuPont replica con una lettera rassicurante, minimizzando gli effetti deleteri del PFOA. Gli avvocati della multinazionale, infatti, con artifizi concepiti ad arte, cercano di giungere alla prescrizione del processo, in modo da consentire agli assistiti di continuare serenamente la letale attività produttiva. Dai documenti analizzati, Robert aveva scoperto la concentrazione massima di acido che poteva essere diluita nell’acqua senza procurare danni, stabilita proprio dai chimici della DuPont.

Al processo, però, con l’ausilio di una scienziata corrotta, gli avvocati dell’azienda dichiarano che, grazie a studi successivi, la soglia di sicurezza è stata elevata di ben 150 particelle! Una vera mostruosità, in quanto si partiva da una sola particella per una certa quantità di acqua, già di per sé al limite della soglia di sopportabilità. La vicenda, finalmente, conquista la ribalta della cronaca nazionale e la DuPont accetta di patteggiare un risarcimento di settanta milioni di dollari: sempre bazzecole per una azienda di quella portata.

Robert convince i cittadini a sottoporsi a delle analisi affinché siano appurate prove concrete sulle effettive conseguenze della contaminazione e circa settantamila persone si sottopongono al prelievo. Il forte potere corruttivo della DuPont, però, incide pesantemente sull’attività di verifica e così passano sette anni senza che nulla accade. Robert è sempre più isolato e la salute ne risente. Giunge più gradita che mai, quindi, la telefonata di una componente del team incaricato di effettuare la valutazione scientifica, che gli riferisce i risultati: il PFOA causa tumori multipli e altre gravi malattie.

La DuPont sembrerebbe all’angolo, ma, con somma sorpresa di Bilott,  grazie alla complicità del governo e dei poteri forti, ritratta l’accordo. In partica, dopo sette anni di attesa, appurate le responsabilità aziendali, vi è il serio rischio che tutto venga affossato. Robert, a questo punto, decide di promuovere delle singole azioni legali contro il colosso aziendale e ben 3.535 cittadini aderiscono all’iniziativa.  Simo nel 2000 e, all’inizio del processo, il giudice non può esimersi da una battuta: “Al ritmo di quattro-cinque cause all’anno, non termineremo prima del 2890, se saremo fortunati”.

La determinazione di un indomito “eroe”, però ha il sopravvento: nella prima causa Robert ottiene un risarcimento di 1.600.000 dollari; nella seconda 5.600.000 dollari; nella terza 12.500.000 dollari. La DuPont, a quel punto, capisce che ancora una volta Davide ha sconfitto Golia e si arrende, chiudendo tutte le restanti cause con un risarcimento di 670.700.000 dollari. La cifra, ancorché cospicua, non è certo tale da impressionare l’azienda, ma comunque serve a dare un po’ di sollievo alle tante vittime.

Il PFOA è presente nel sangue di ogni essere vivente del pianeta e grazie al lavoro di Robert Bilott sono nate molte organizzazioni che si battono per bandirlo dai cicli produttivi, insieme con le altre sostanze tossiche. A distanza di venti anni dall’inizio della battaglia Robert, più agguerrito che mai, continua ancora a lottare: nel 2018 ha presentato una class action chiedendo un risarcimento a favore di “tutti” i cittadini degli USA da parte delle aziende 3M, DuPont e Chemours. La vertenza è in itinere e si può ben immaginare quanto possa essere difficile vincere anche questa partita. Ma è bello sognare.

Il film

Il 20 febbraio scorso è uscito in Italia il film “Cattive acque”, diretto da Todd Hayne, con Mark Ruffalo nei panni di Robert Bilott. Nelle prime due settimane di programmazione ha incassato la miseria di 445 mila euro, il che vuol dire che è stato visto da non più di sessantamila persone. Non può essere addotta a scusante la chiusura dei cinematografi a causa del Covid-19, stabilita l’8 marzo, perché in quindici giorni i cinepattoni e altri filmetti insulsi sono capaci di incassare anche 30-40 milioni di euro. La disaffezione (gravissima) del pubblico italiano nei confronti del cinema d’autore e del cinema-inchiesta è storia vecchia ed è inutile ribadirla.

Il film è attualmente in programmazione sulla piattaforma Sky e merita davvero di essere visto da quante più persone possibile. Sarebbe il caso, poi, di  effettuare un sopralluogo nella credenza, perché in circolazione vi sono ancora tante padelle realizzate con teflon e sarebbe il caso di smaltirle, avendo l’accortezza di considerarle rifiuti speciali. Trovandosi, poi, sarebbe il caso di monitorare anche la dispensa, con estrema accuratezza. Non avete proprio idea quanti prodotti “pericolosi” troverete.

Possa essere questo, quindi, l’inizio di un percorso di ravvedimento: le multinazionali sono senz’altro dirette da criminali senza scrupoli, ma se noi ci facciamo avvelenare in allegria, da vittime ci trasformiamo in complici. Complici molto stupidi, tra l’altro. Robert Bilott da venti anni si sta sacrificando per tutti noi. Forse è il caso di aiutarlo ad aiutarci.

Lino Lavorgna

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