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Due strade divergevano nel bosco

Il 1968, per me, non fu l’anno della rivolta, delle manifestazioni di piazza, delle occupazioni e delle barricate: fu l’anno della “consapevolezza”. Iniziai a comprendere, infatti, di essere “diverso”. Una diversità che nei primi tempi generò problemi relazionali, incomprensioni e forti dubbi. Avevo tredici anni, dopo tutto, e non ero certo culturalmente attrezzato per spiegarmi fenomenologie dell’essere che mi avvolgevano in modo frustrante. Sono sbagliato io o loro? Ho ragione io o loro? La “consapevolezza” della diversità, fievolmente e progressivamente incuneatasi nella mente tra i banchi di scuola, fu scandita dalle conseguenze di un evento ben preciso, che avvenne il 6 gennaio 1968. Come ogni sabato, il pomeriggio era dedicato alla visione del programma televisivo “Chissà chi lo sa”, presentato dall’indimenticato Febo Conti. Il programma prevedeva una sfida di cultura generale tra alunni delle scuole medie. La squadra vincente si portava nella propria scuola una enciclopedia e ritornava nella puntata successiva. I vari quiz erano intervallati dalle esibizioni di ospiti, per lo più cantanti o attori. Quel sabato furono invitati due giovani artisti del tutto sconosciuti in Italia: il ventenne inglese Barry Ryan e il ventunenne svedese Peter Holm. Il primo cantò una canzone stupenda, “Eloise”, caratterizzata da una ritmica incalzante e accattivante, che entrava dentro sin dalle prime note per la straordinaria musicalità. Non parlavo ancora un buon inglese, a quel tempo, e quindi non comprendevo il significato del testo. Nondimeno la canzone mi piacque subito.

Peter Holm cantò una canzone dolcissima, “Monya”, in italiano, che non si discostava dalle classiche melodie romantiche tanto di moda. Compravo tanti dischi, in quegli anni, e decisi subito che anche quelle due canzoni avrebbero fatto parte della mia collezione. Il negozio di riferimento era “Ricordi”, ubicato nella Galleria Umberto I di Napoli. Papà Lorenzo e Mamma Giuseppina non si fecero pregare per esaudire il mio desiderio e così, il mercoledì successivo, con lo spontaneo e ingenuo entusiasmo che solo un tredicenne può avere, ci recammo a Napoli – abitavamo a Caserta – per comprare i dischi e degustare un’ottima pizza nella solita pizzeria preferita dal mio Papà: “Pizzicato”, in Piazza Municipio. Ritornai a casa felice, pregustando la gioia di condividere con tutti i miei amici i nuovi acquisti, in particolare lo stupendo brano di Barry Ryan. Da non molto tempo il vecchio giradischi “Geloso” era stato sostituito dallo “Stereorama 2000 De Luxe”, pubblicizzato dalla rivista “Selezione del Rider’s Digest” e venduto per corrispondenza. (Occorrerà aspettare il 1972 per avere il piacere di tuffarmi nel mondo della stereofonia “seria”, con un impianto che sarà progressivamente modificato fino alla metà degli anni novanta).

Con somma sorpresa, però, il mio entusiasmo fu repentinamente smorzato dalle reazioni degli amici. Il pezzo forte era “Eloise”, del quale magnificavo la qualità, sicuro che sarebbe stato lo stesso per loro.  Avvenne l’esatto contrario: il brano non piacque a nessuno e io fui letteralmente sommerso di sberleffi, anche pesanti, per un entusiasmo evidentemente giudicato non solo eccessivo ma addirittura fuori luogo. “E’ un brano che fa letteralmente schifo”; “Ma come può piacerti?”; “Certo che ne capisci di musica tu…” sono solo alcune delle frasi che mi dovetti sorbire, frammiste ai risolini di commiserazione, generalmente tributati a coloro che venivano presi in giro per le loro deficienze. Eppure nel gruppo avevo il mio “peso”, che non mi veniva certo disconosciuto. Su quell’evento musicale, però, furono spietati: per tutti avevo preso un granchio. La cosa mi stupì non poco, generando in me forti dubbi. Vuoi vedere che hanno ragione loro? Dubbi che si amplificarono a dismisura settimana dopo settimana: aspettavo con ansia che Lelio Luttazzi, nel programma radiofonico settimanale “Hit Parade”, annunciasse l’ingresso in classifica del brano, in modo da dimostrare agli amici che il granchio lo avevano preso loro. E invece nulla. L’Italia intera mi dava torto perché non riuscì a entrare in classifica nemmeno nelle ultime posizioni.

I mesi si succedevano l’uno dietro l’altro e di “Eloise”, che io continuavo ad ascoltare con immutato piacere, nessuno parlò più.  Nel gruppo dei miei amici ero l’unico che leggesse il settimanale “Giovani”, che nella sezione dedicata alla musica pubblicava le classifiche dei dischi più venduti in tutto il mondo. “Eloise”, di fatto, era prima in classifica dappertutto, tranne che in Italia. Il dato, però, non è che fosse tanto confortante per me. Quelli erano gli anni della prima “formazione”, condizionata dagli studi scolastici, dagli insegnamenti dei miei fantastici Genitori, dai consigli sulle letture che la Mamma, maestra elementare, mi propinava con l’amore che solo una mamma sa dare. Nella ricca biblioteca di famiglia troneggiavano i classici della letteratura italiana e, manco a dirlo, il libro “Cuore” di Edmondo de Amicis. Alla pari di tanti miei coetanei fui educato “all’italianità” e alla pari di tanti miei coetanei ritenevo che noi italiani fossimo il migliore popolo al mondo: il più civile, il più evoluto, il più intelligente, il più colto e chi più ne ha più ne metta. A scuola ci avevano insegnato che Muzio Scevola era stato capace di mettere la mano sul fuoco fino a farla bruciare del tutto, per punirsi dell’errore commesso quando decise di assassinare Porsenna; che Costantino era un grande imperatore e che Dio addirittura gli aveva fatto intendere che era dalla sua parte nella battaglia di Ponte Milvio; ci avevano insegnato la storia romana nella sua essenza più idilliaca, celando tutte le verità scomode; ci avevano fatto credere che Garibaldi fosse l’eroe dei due mondi e che ritornò a Caprera con un sacco di patate sulle spalle (e io fesso, alle elementari, piansi a dirotto pensando che nella sua isola e nella vicina Sardegna non vi fossero patate e i bambini come me non potevano mangiare le patatine fritte che mi piacevano tanto); ci avevano fatto credere che Silvio Pellico fosse un grande “patriota” che trascorse “mesi terribili” nello Spielberg; ci avevano fatto credere un sacco di cose. Come mettere in dubbio la nostra superiorità? Gli americani erano i più stupidi: a loro si poteva addirittura vendere la Fontana di Trevi! Il dubbio incominciò a incunearsi, tormentando i miei pensieri. Se il migliore popolo al mondo aveva giudicato negativamente quel brano musicale, molto probabilmente ero caduto io in un grossolano errore.

Durante l’estate, però, accadde un fatto curioso. Barry Rayan fu invitato di nuovo in un programma televisivo. Non alla “TV dei Ragazzi”, ma in uno di quei programmi del sabato sera, seguitissimi da oltre dieci milioni di spettatori. (Per i più giovani è bene ricordare che in quegli anni vi erano solo due canali: Rai 1 e Rai 2). Nei giorni successivi fu ospite di altri programmi e i conduttori, tutti, ripetevano fino alla nausea quanto fosse bella quella canzone, che da mesi figurava al primo posto nelle classifiche dei dischi più venduti in tutto il mondo. Magicamente, nel giro di pochi giorni, “Eloise” entrò in classifica anche nella “Hit Parade” italiana e Lelio Luttazzi, con quella sua calda ed entusiastica voce, ne lodava i continui avanzamenti, fino al primo posto, che se non ricordo male mantenne ben oltre la fine dell’anno. I miei amici? Nessuno disse nulla. Continuavamo a vederci come avevamo sempre fatto e, tutti, ascoltando “Eloise”, manifestavano lo stesso compiacimento da me manifestato sin da gennaio. Nessun riferimento ai pesanti sfottò tributatimi quando a loro la canzone non piaceva. Fu allora che incominciai a comprendere alcune importanti dinamiche “dell’essere”. I discografici che avevano lanciato “Eloise” a gennaio si erano resi conto che il lancio non era stato fatto bene e che la semplice presentazione della canzone, ancorché bellissima, non funzionava. Occorreva “orientare” il pubblico affinché fosse accettata, cosa che avvenne con il secondo lancio, nel corso dell’estate (1).

Il sessantotto, analizzato con il senno del poi, ci appare in tutte le sue sfumature che ci consentono di inquadrarlo nell’ottica che scaturisce dalle rispettive visioni del mondo. Seppur ancorato a un’epoca già “storicizzata”, è ancora relativamente vicino nel tempo per poterlo analizzare con la serena obiettività che merita qualsiasi epoca storica, senza considerare che, come spesso scrivo, l’obiettività è qualcosa di difficile a prescindere dall’epoca storica di cui si parli. I protagonisti diretti sono i peggiori analisti di ciò che hanno vissuto, proprio perché tendono a offrire una visione partigiana dell’evento. È indubitabile che il sessantotto abbia favorito l’irresponsabilità; l’appiattimento verso il basso; il ripudio del merito; l’affermazione di ideologie fuorvianti, che via via hanno messo in evidenza i propri limiti, dopo aver prodotto però immani guasti in milioni di persone. Nondimeno lo scossone era inevitabile, perché, in qualche modo, bisognava rompere con un “passato” che stentava a evolversi in un mondo che iniziava a trasformarsi radicalmente. Non vi sono responsabilità oggettive nella nascita del sessantotto perché a nessuno può essere chiesto di andare oltre i propri limiti e i genitori dei ventenni di allora non avevano alcuno strumento per “arginare” la ribellione. Vi sono stati i cattivi maestri della scuola di Francoforte, certo. Ma quelli non sono mai mancati, in ogni epoca, e quindi non possono essere responsabilizzati più di tanto.

Non certo tutti i milioni di giovani che hanno alimentato i fermenti di quegli anni avevano letto i loro libri! Le cose, talvolta, accadono perché sono inevitabili. Questo insegna la storia e per quanto attiene il comportamento delle masse, come sempre, si può far riferimento a quanto scritto nelle pregevoli opere di Freud (Psicologia delle masse), di Gustave Le Bon (Psicologia delle folle), di Elias Canetti (Massa e potere) e,  soprattutto, nel saggio di José Ortega (La ribellione delle masse). A questo elenco specifico va anche aggiunto il saggio di George L. Mosse: “La nazionalizzazione delle masse” che, seppur riferito precipuamente alle radici del nazismo, presenta riflessioni e parallelismi che possono essere mutuati in qualsiasi contesto epocale. Oltre le masse, ovviamente, vi sono coloro che sanno resistere ai condizionamenti del Tempo, alle pressioni della cultura dominante, riuscendo sempre a vedere “oltre” e a discernere il grano dal loglio. Sono i rari nantes in gurgite vasto che, in genere, in un momento particolare della loro vita, mentre passeggiavano nel bosco, si sono trovati al cospetto di due strade che divergevano, proprio come accadde a un grande poeta. Scelsero di percorrere la meno battuta e questo ha fatto tutta la differenza.  Orgoglioso e fiero di far parte di questa categoria e di poter raccontare, sorridendo, il mio sessantotto.

NOTE

  • L’episodio citato ebbe una replica più o meno analoga esattamente venti anni dopo. Collaboravo con una importante società partenopea, la “Joint Venture”, che racchiudeva tre gruppi operativi: “Cinenova”, proprietaria del Cinema Fiorentini e del vecchio Cinema-Teatro Acacia, rilevato e ristrutturato dopo un lungo periodo di chiusura; “City-Congress”; la catena dei ristoranti “Chopin”. La sede era all’interno dell’Hotel Santa Lucia, che faceva parte del gruppo. Ero molto legato all’amministratore, un affascinante architetto, marito di una delle donne più importanti di Napoli, figlia di un imprenditore proprietario di molti alberghi, non solo a Napoli. Mi piaceva molto quella struttura, nella quale vedevo proiettato un futuro brillante come direttore artistico del Cinema-Teatro “Acacia”, con annesse diramazioni nel campo cinematografico e dello showbiz, che non mi stancavo mai di “sollecitare” ai dirigenti. Purtroppo, a seguito del divorzio della coppia, si sfasciò tutto e l’Acacia non fu più gestito dall’Architetto mio amico, ma dalla ex moglie, che affidò la direzione artistica a Geppy Gleijeses. Fu proprio al Cinema “Fiorentini” che venne presentato, in anteprima nazionale, il capolavoro di Giuseppe Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso” e io ebbi l’onore di essere tra gli invitati. Inutile dire che il film mi piacque molto e non mancai di esternare il mio apprezzamento al regista, tra lo stupore di molti amici e colleghi del Gruppo, i quali, senza tanti giri di parole e con il sorrisino sulle labbra, mi fecero intendere che avevo formulato i complimenti per mera “captatio benevolentiae” nei confonti del regista. Alla mia replica seguirono i classici “ma dai”, “a chi vuoi farla bere”, essendo tutti convinti che il film, non essendo piaciuto a loro, di sicuro non fosse piaciuto nemmeno a me. “E’ una cagata pazzesca”, mi disse uno dei massimi dirigenti della CINENOVA, ovviamente “espertissimo” di cinema e teatro, aggiungendo, con aria sorniona “…e tu lo sai benissimo”, lasciando intendere che aveva ben compreso lo scopo recondito del mio gesto. Capii che non vi era partita, che non vi era verso di far comprendere la mia ritrosia a ogni forma di leccaculismo e mi godetti la serata senza insistere. Il film fu un vero flop al botteghino: non piacque a nessuno, gettando nel profondo sconcerto il regista e soprattutto Franco Cristaldi, che in compartecipazione con una società francese aveva prodotto il film, investendo una barca di soldi. Che il film fosse valido era chiaro a un numero ristretto di persone e a qualche critico, ma quando ci sono di mezzo i soldi, i complimenti dei pochi non contano. Bisognava intervenire in qualche modo. Il film “bellissimo” non era piaciuto e allora Tornatore lo ripropose in modo meno bello, togliendo circa trenta minuti di eccellente girato. Nonostante anche questa versione fosse stroncata dalla critica e dal pubblico in Italia, nel 1989 (forse con un piccolo aiutino assicurato dai produttori francesi), ottenne il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, cui fecero seguito il premio Oscar e il Golden Globe nel 1990. In Italia tornò nelle sale e ottenne il grande successo di cui tutti siamo a conoscenza, con incassi stratosferici. I miei amici che mi avevano sbeffeggiato alla prima? Come se nulla fosse stato. Con molti di loro ritornai a vedere il film, che a me ovviamente piacque di meno perché preferivo la prima versione. “Davvero stupendo”, dissero tutti, dimentichi di ciò che avevano affermato solo due anni prima.

Lino Lavorgna

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