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Donne sull’orlo di una crisi di nervi

PREMESSA

Una società che pone l’ipocrisia relazionale tra le principali fondamenta della sua essenza ha bisogno di molte sovrastrutture concettuali per non implodere. Una di esse è il cosiddetto “politically correct” che, apparentemente, dovrebbe designare un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, anche di coloro che facciano venire la voglia di prendere un nodoso bastone ogni volta che vomitano scemenze. I capisaldi di una società civile, che contemplano l’abiura dei pregiudizi razziali, etnici, religiosi, politici, di orientamento sessuale e altro ancora, non necessitano di doppioni che, proprio perché intrisi di ipocrisia, perdono consistenza qualitativa e risultano semplicemente patetici. In questo articolo si parla delle donne del nostro tempo, con estrema franchezza e quindi senza alcun ricorso alle strumentali regole del politically correct, il che non vuol dire mancare loro di rispetto bensì manifestare in modo più sano un sincero amore, analogo a quello che un bravo padre riversa sui propri figli.

Il titolo, che rimanda a quello di un celebre film, è volutamente fuorviante. Nel film, infatti, si parla di donne stressate per colpa di bislacchi comportamenti maschili; nell’articolo, le donne,  ovviamente non tutte (doverosa precisazione a scanso di equivoci), sono sì “sull’orlo”, ma di un burrone nel quale annaspano uomini affranti da distonie comportamentali al limite dell’umana sopportabilità.

Tutto questo, sia detto sempre a scanso di equivoci, al netto dell’ingiustificabile comportamento, da condannare senza appello, di uomini in palese ritardo evolutivo, incapaci di porre freno ai propri impulsi primordiali, che manifestano unicamente l’inadeguatezza alla convivenza in un consorzio civile.

ANAMNESI DI UNA MAMMA CRETINA

Quotidiano napoletano “Il Mattino”, edizione web, 7 dicembre 2020. Un cronista intervista persone nel corso di una manifestazione contro la chiusura delle scuole. – “Sono una madre, oltre che una cittadina, arrabbiata, anche perché mio figlio, in prima elementare, è riuscito a rientrare a scuola, ma mi sento appesa a un filo di decisioni arbitrarie e immotivate. Questo conflitto interistituzionale che si è creato sulla scuola, domani si potrà creare su altri aspetti della vita civile. È molto pericoloso. Dobbiamo muoverci per la scuola, per l’istruzione, ma, in generale, per la democrazia. Mio figlio ha fatto rientro, fortunatamente. È tra i pochi fortunati. Ovviamente è diventato un altro bambino e lo dico senza retorica: è evidente che la vita gli è completamente cambiata. Però è ritornato in una scuola vuota, in cui ci sono solo le due prime. Sono ritornati quasi tutti i suoi compagni di classe e quindi non è vero che i genitori poi non mandano i figli a scuola (ridacchia, N.d.R.). Però devono tornare anche gli altri! (Tono austero, imperativo, non esortativo, N.d.R.). Sono i cittadini di domani. Io non voglio vivere in una società, domani, in cui ci sono ragazzi alienati che hanno vissuto i migliori anni della loro vita nell’alienazione. Non siamo negazionisti. Il covid durerà a lungo o comunque le conseguenze del covid dureranno. Allora non si può tutelare soltanto il diritto alla paura”.

Non tragga in inganno qualche sfasatura sintattica. La signora molto probabilmente ha una bella laurea e riesce ad argomentare dando un filo logico al discorso. Lascia trasparire il senso civico (non parla per sé, ma per gli altri, visto che il figlio è ritornato a scuola); il senso materno (non basta il solo rientro delle prime: per l’equilibrio psicologico occorre che tutti tornino a scuola); la fermezza delle proprie idee e l’autoreferenzialità (il governo non si rende conto che la chiusura delle scuole, anche di pochi mesi, formerà una generazione di alienati).  Su questo punto, onestamente, è lecito chiedersi se l’asserzione sia ascrivibile a un reale convincimento o ad altro. Con abilità degna di un politico navigato, infine, riesce a ben esprimere quella che, quando non sia espressione di una manifesta volontà mistificatoria, in psicologia è considerata una devianza psicotica: il bambino addirittura è tornato  a nascere con il rientro a scuola, cosa che evidentemente esiste solo nella sua mente;  il covid durerà a lungo: espressione senza senso in un contesto sociale che abbia come  perno il relativismo di einsteiniana memoria; non si può tutelare soltanto il diritto alla paura: espressione a effetto che serve a trasmettere un’immagine distorta della realtà, spacciando per vero ciò che vero non è, o per devianza psicotica o per cosciente mistificazione.

In ogni caso abbiamo una mamma saccente, che parla come se fosse in grado di comprendere tutte le dinamiche da valutare prima di assumere qualsivoglia decisione, forte delle proprie convinzioni elevate al rango di dogma, che non esiterebbe a mandare i ragazzi a scuola, se potesse, senza prendere in considerazione i rischi connessi all’assembramento, soprattutto quello che si verifica sui fatiscenti mezzi pubblici. Atteggiamento antico e diffuso del resto, che la particolare contingenza pandemica contribuisce solo a mettere maggiormente in luce.

È un peccato che le persone che sanno come far funzionare il paese siano troppo occupate a guidare taxi o a tagliare capelli”. La battuta, pronunciata da George Burns, attore comico molto popolare negli USA, fu ripresa negli anni settanta da un simpatico e arguto parlamentare toscano, Franco Franchi, che la adattò alla realtà italiana aggiungendo anche il ruolo di allenatore della nazionale di calcio: in quegli anni, infatti, le rubriche epistolari dei quotidiani sportivi pullulavano di formazioni inviate dai lettori, ciascuna delle quali ritenuta la migliore per vincere i mondiali e composta con almeno sei giocatori della propria squadra del cuore.

Cosa dire di una mamma del genere? Che non è degna del delicato ruolo e che avrebbe bisogno di un serio percorso formativo, subito dopo una sana terapia per la destrutturazione dell’ego. Non è un caso isolato, come ben si evince dalla cronaca quotidiana, e del resto abbiamo un ministro dell’Istruzione, donna, che ragiona più o meno allo stesso modo.

I RITI INSULSI DELLE GIORNATE CONTRO

Ogni anno, il 25 novembre, si celebra la “giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. È una buona idea l’istituzione delle giornate contro i mali del mondo ma, nel contempo, cerchiamo di comprendere che non è con le celebrazioni che si risolvono i problemi. Relativamente alla violenza contro le donne, i dati, spaventosi, sono facilmente reperibili in centinaia di siti web: nel mondo si verificano mediamente 140 femminicidi al giorno, uno ogni dieci minuti. Secondo i dati diffusi dall’Eures, in Italia, nei  primi dieci mesi del 2020 si contano 81 femminicidi, che salgono a 91 sommando anche le morti legate alla criminalità comune o a contesti di vicinato. Mancano i dati di novembre e dicembre che, salvo errore, dovrebbero far passare il numero complessivo da due a tre cifre.  Lo scorso anno si è chiuso con 73 femminicidi; 74 nel 2018; 68 nel 2017; 143 nei due anni precedenti. Migliaia i casi di violenza domestica, molti dei quali non denunciati.

Qualche anno fa, in occasione della ricorrenza, effettuai un sondaggio, intervistando cento persone, per lo più giovani, in un centro commerciale. Chiesi se erano informati in merito e, a coloro che risposero affermativamente, se erano in grado di spiegare perché la ricorrenza si celebrasse proprio il 25 novembre. Il risultato fu catastrofico. Nessuno citò correttamente  l’intestazione della ricorrenza, per lo più definita “giornata mondiale contro la violenza sulle donne”, a riprova dell’infelice scelta operata dalle teste pensanti dell’ONU, che qualsiasi esperto di comunicazione, anche della più scalcinata agenzia pubblicitaria, avrebbe sconsigliato. Quasi il 90% era sì a conoscenza della ricorrenza, ma nessuno fu in grado di spiegare il perché della data. La colpa non è del tutto loro: nel nostro Paese si parla poco o punto del feroce dittatore caraibico colpevole di crimini efferati e dell’uccisione delle sorelle Mirabal, il 25 novembre 1960; in TV non si trasmette mai il celebre film “Il tempo delle farfalle”, impossibile da reperire anche in DVD e, nemmeno in occasione della ricorrenza, si parla dell’omonimo romanzo di Julia Alvarez, da cui il film è tratto e che disegna il vero volto della tirannide maschile intrisa di violenza contro le donne. Una omertà che sa tanto di ingiustificata tolleranza, essendo stato quel nefasto personaggio uno dei pupilli-pupazzi prediletti di mamma America, alla pari di un suo omologo più famoso, il cubano Batista.

Ciò premesso, nei giorni a cavallo della ricorrenza, si assiste a un vero e proprio bombardamento mediatico sulla violenza maschile, scandagliata in tutte le sue dinamiche, anche in modo eccelso e difficilmente confutabile. Passata la buriana, però, si tornano a contare le vittime, in attesa di ripetere il rito nell’anno successivo.

Scarsa attenzione, infatti, viene dedicata a un aspetto del problema che, se opportunamente sviluppato, potrebbe contribuire sensibilmente al contenimento del triste fenomeno: l’approccio psicologico delle donne nei confronti dell’universo maschile, sia in senso lato (fiducia concessa con eccessiva facilità) sia in caso di crisi (sindrome della crocerossina; riluttanza nel denunciare subito gli atti di violenza; propensione ad accettare “l’ultimo incontro” dopo la rottura di un rapporto, che spesso si conclude in modo tragico). I fatti accaduti, come sempre, contribuiscono a meglio chiarire le idee. Partiamo da un esempio molto eloquente, verificatosi qualche anno fa a Napoli.

Una sedicenne riceve una telefonata da un’amica, alle 17 del pomeriggio, con invito a recarsi in un negozio del centro per degli acquisti. La ragazza, di buona famiglia, ben educata, brillante studentessa, sa che deve comunicare ogni cosa ai genitori e pertanto telefona al papà per dirgli che sta per uscire e sarebbe rincasata per cena. Il padre, bancario, le dice che sarà a casa alle 18. La famiglia abita in una zona residenziale, in un parco con sbarre all’ingresso,  sorvegliato da un guardiano che non sfigurerebbe in un reparto speciale dell’esercito. Una sedicenne, vivaddio, impiegherà un po’ di minuti per prepararsi a una passeggiata pomeridiana e quindi l’ora che separa l’uscita dal rientro del papà si accorcia sicuramente di molto. Nondimeno rispetta le chiare istruzioni ricevute per “difendere i propri beni” e, con gesto istintivo e abituale, attiva l’antifurto e chiude la porta a doppia mandata, nonostante il rischio reale di effrazione in quel parco sia prossimo allo zero. La giovinetta, ben educata a tutelare i beni patrimoniali, non ha ricevuto pari formazione nel tutelare sé stessa, alla pari della sua amica. Passeggiando per via Toledo, pertanto, le ragazze accettano senza indugio l’invito di due bellimbusti in moto a farsi un giro con loro: all’epoca non esisteva la ZTL. Il resto non serve scriverlo. Non molto tempo dopo, in una discoteca abruzzese,  una ragazza di Roma accettò l’invito di un soldato per una passeggiata: fu stuprata con oggetti contundenti e abbandonata nella neve. Aveva presupposto di fare amicizia e scambiare quattro chiacchiere, senza andare oltre.

Purtroppo le cose non stanno in questo modo e pertanto si rende necessario cambiare registro, accettando il fatto che i processi mentali dei due sessi, eccezion fatta per i paesi del Nord Europa, sono molto diversi. Soprattutto in certi contesti è davvero sciocco e pericoloso confidare in un atteggiamento maschile confacente a sani presupposti di etica e maturità. La violenza degli uomini nei confronti delle donne non è qualcosa che si potrà sconfiggere in tempi brevi perché attiene a tare fisiologiche che sfuggono a ogni possibilità di cura. È un virus per il quale non è stato ancora scoperto l’antidoto e occorrerà molto tempo prima che sia debellato. Le cause che, in un dato momento, mandano in tilt il cervello di molti uomini, facendo perdere ogni possibilità di auto-controllo, sono molteplici e sinteticamente si possono rapportare sia al retaggio ancestrale sia ai condizionamenti ambientali. Tali fattori agiscono quasi sempre in combinata, elevando alla massima potenza la capacità distruttiva. Un radicale e velocissimo cambiamento dei costumi, che ha visto la donna negli ultimi quaranta anni conquistare diritti e libertà negati per millenni, ha esasperato ancor più il problema, in quanto l’evoluzione del maschio non ha marciato con analogo passo. Il gap è destinato ad aumentare sensibilmente perché è ancora lontano il picco massimo, oltre il quale non sarà possibile salire.

È opportuno, pertanto, strutturare adeguati piani formativi per inculcare nelle donne sani principi di autotutela. Occorre imparare a non lasciarsi ingabbiare da quel meraviglioso sentimento chiamato “Amore” che, purtroppo, a volte si trasforma in una volontaria prigione. Parimenti occorre imparare a non rapportarsi con l’universo maschile utilizzando gli stessi parametri che caratterizzano il proprio agire: le ragazze che vanno da sole in discoteca, o in compagnia di un’amica, pensando “solo” di fare amicizia, per quanto amaro sia, devono capire che, nel 99% dei casi, incontreranno uomini interessati “solo” a possibili avventure con risvolti sessuali, magari con la mente annebbiata da droghe e alcool. In caso di rifiuto possono esplodere e compiere dei misfatti. La follia omicida degli uomini violenti non si può fermare e le pene inflitte, peraltro spesso davvero blande, non fanno certo tornare a casa le vittime. Insegnare alle donne a difendersi in modo più oculato, invece, è possibile.

LA FAMIGLIA TORNI A ESSERE IL FULCRO DELLA SOCIETÀ

Qui siamo davvero al paradosso dei paradossi. Oggi la maggioranza delle persone si vergogna di esprimere giudizi di valore sulla sacralità della famiglia per timore di non apparire “politically correct”. Il tutto è dovuto alla massiccia opera condizionante perpetrata da quello strambo caleidoscopio umano composto da soggetti impropriamente definiti “radical chic”, dal momento che di radicale hanno solo la propria saccenteria e di chic proprio nulla, e molto più opportunamente, invece, definibili semplicemente dei “cretini di sinistra”.

Il cretino di sinistra è un virus sociale molto pericoloso perché, generalmente, si presenta bene: è affabile, ha letto qualche libro, parla con discreta proprietà di linguaggio e, nelle punte più avanzate, i libri addirittura li scrive. Con questi presupposti riesce ad avere largo credito, soprattutto in un Paese in cui tanta gente è da sempre ben predisposta nei confronti di chi manifesti l’intento di  rompere gli schemi e si sente culturalmente evoluta perché ha letto un po’ di libri scritti da Federico Moccia, Roberto Saviano e Fabio Volo.

La famiglia è uno dei bersagli preferiti, con attacchi mirati, perfezionati anno dopo anno e sempre vincenti sulle labili difese di improbabili oppositori che, al confronto, fanno la figura, e la fine, dei soldati polacchi che si lanciarono contro i carri armati tedeschi con la spada sguainata, sul dorso dei loro cavalli al galoppo. Tanto più che, molti di loro, soprattutto se impegnati in politica, sono adusi a predicare bene e razzolare male. Sia detto senza tanti giri di parole, infatti, fin quando la difesa della famiglia, in Italia, è affidata all’armata brancaleone guidata dal trio Meloni, Salvini, Berlusconi, col supporto di quella pittoresca macchietta che risponde al nome di Mario Adinolfi (unico italiano che abbia partecipato a una finale mondiale del campionato di… poker, classificandosi addirittura al sesto posto su 397 concorrenti!) non c’è partita.

I cretini di sinistra saranno anche cretini, ma le  battaglie, bisogna riconoscerlo, le combattono bene, mischiando opportunamente verità e menzogne, per poi partorire una miscela funzionale ai loro disegni. Della famiglia, per esempio, pongono in rilievo, partendo da lontano, le vessazioni riscontrate (e riscontrabili) nel loro ambito, i matrimoni combinati e qualsivoglia altra discrasia la ricerca storica e sociologica metta al loro servizio. Va da sé che non vengono proprio presi in considerazione gli esempi positivi. La famiglia è il male perché intrisa di falsi valori; è impossibile amare la stessa persona per sempre e pertanto vi è bisogno di “libertà” espressiva (tradotto in soldoni: scopare con chiunque, quando se ne abbia voglia, senza porsi tanti scrupoli e, soprattutto, senza che nessuno abbia da recriminare).

Molti lettori sicuramente conoscono il simpatico giornalista Enrico Lucci, che ha acquistato buona fama quando collaborava col programma televisivo “Le Iene”. Una volta, in uno dei tanti servizi sui costumi degli italiani, intervistò una giovanissima sposa nel giorno del matrimonio, durante il ricevimento. Con la  solita vocina di sfottitore impenitente, le chiese, più o meno testualmente: “Ma dimmi, bella sposina, questo maritino qui, al tuo fianco, sarà l’unico l’uomo con il quale farai all’amore per il resto della tua vita?” La giovane, presa alla sprovvista, mostrò solo qualche frazione di secondo di smarrimento. Non vi sarebbe stato nulla di male se avesse risposto, semplicemente: “Ma certo!”. Perdinci! Il giorno del matrimonio! Solo un paio di ore prima, in chiesa, aveva giurato di essergli fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Ma due ore, nella società contemporanea, sono un’eternità e fanno cambiare molte cose. Si stava registrando un servizio televisivo che sarebbe stato visto da alcuni milioni di spettatori, in tempi che sancivano la crescente affermazione di nuovi stili di vita, lontani mille miglia da quelli stancamente riproposti per mera ritualità, senza alcuna effettiva considerazione. Che magra figura avrebbe fatto se avesse detto: “Ma certo!”. E infatti, assumendo la tipica espressione di chi si accinga a rivelare una verità scomoda, ma pur sempre una verità, lasciando tutti i convenuti in palpabile imbarazzo, rispose testualmente: “No! Non penso proprio… decisamente no”. Esempio isolato? No di certo.

Che cosa fare, quindi? In questo Paese vi sono ancora tanti “marinai” che, con le carte in regola e senza rischio di essere sbugiardati da “Report”, sono in grado di riportare la nave sulla corretta rotta. Solo che tanti di loro sono stanchi e non hanno più voglia di domare mari tempestosi. Beh, l’invito è quello di deporre le pantofole e risalire a bordo. Questa società ha bisogno di loro più di quanto il viandante del deserto abbia bisogno di acqua. Non possono lasciare le giovani generazioni né in balia dei cretini di sinistra né balia di altri cretini, non meno pericolosi, perché, come più volte scritto, una giusta causa, difesa da persone sbagliate, diventa una causa sbagliata.

Abbiamo visto, prima, quanto possa essere dannosa, per i propri figli e per la società, una mamma cretina e sappiamo che di donne così, oggi, ve ne sono tante. Sappiamo anche che dietro ogni cretino si cela sempre un intelligente cattivo, con scopi subdoli. Vanno fermati entrambi, prima che sia troppo tardi.   

Lino Lavorgna

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