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Will Smith e il tema del “doppio” al cinema

“In ognuno di noi, due nature sono in conflitto, il bene e il male. Ma nelle nostre mani risiede il potere di scegliere: noi siamo ciò che vogliamo maggiormente essere”. Sono le parole che Robert Louis Stevenson nel suo libro del 1886 affida al personaggio del dottor Jekyll, affrontando un tema fortunato già presente in epoca classica. È l’eterna dicotomia tra aspetti della natura umana in lotta tra loro, luci e ombre, ragione contro pulsioni nascoste, l’apparenza della morale che si scontra con gli istinti repressi. L’aspetto del doppio, dalla tragedia greca euripidiana alla commedia latina di Plauto, passando per la contrastata società vittoriana ottocentesca, permea  arte, religione, filosofia, teatro e cinema.
 
Cultura ed etica relegano l’uomo in rigidi schemi che agitano dubbi e danno luogo a indagini psicologiche sulla dissociazione di personalità. La dualità nasce dal confronto tra buono e cattivo, può sfociare in equivoci grotteschi, e nella creazione “di un altro sé”, un sosia, termine che deriva dal nome di uno dei personaggi dell’Anfitrione,  in cui sono le divinità a prendere le sembianze umane. È poi nel Novecento, nel secolo delle innovazioni tecnologiche, che il tema del doppio si inserisce in una riflessione compiuta sul senso di alienazione e crisi d’identità dell’individuo posto di fronte a nuove sfide.
Lo affronta Luigi Pirandello ne “Il fu Mattia Pascal” del 1904 e in “Uno, nessuna e centomila” del 1926, nei quali sia Pascal che Vitangelo arrivano alla negazione di sé,  alla conclusione  di non essere mai esistiti. “Tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra” , commenterà Italo Calvino, a proposito del “Visconte dimezzato”, parabola dell’individuo contemporaneo diviso a metà.
 
Dalla rivoluzione industriale a quella odierna digitale il passo compiuto è prodigioso. Nel mondo virtuale la realtà completamente manipolabile può essere replicata istantaneamente e per sempre. Nel mondo delle deep fake, la dinamica è antica, è la bugia, la creazione di qualcos’altro o di qualcun’altro, ma ora le tecniche per farlo sono sempre più sofisticate.
Negli ultimi cento anni ogni cambiamento è stato anticipato dal cinema, e così quello dell’informatica ha inaugurato l’era di un mondo parallelo. Il doppio compie grazie all’arte visiva un passo avanti e si affida a tecniche digitali per realizzare l’alter ego.
Siamo già stati abituati ad assistere a sdoppiamenti sul grande schermo di un attore che interpreta un doppio ruolo, da Charlie Chaplin ne “Il grande dittatore”, a Jerry Lewis in “Le folli notti del dottor Jerryll”, fino a Jeremy Irons in “Inseparabili”, per citarne solo alcuni. Ultimo titolo è quello del regista Ang Lee,  “Gemini Man”,  in cui il protagonista Will Smith recita nei panni sia di un cecchino infallibile in pensione, che in quelli del suo antagonista più giovane di 30 anni.
Superati i semplici effetti visivi per l’alterazione dell’età, qui la Weta Digital neozelandese ha creato il clone di Will Smith ringiovanito, analizzando centinaia di fotogrammi di suoi vecchi film. Magia del cinema o meglio del 3D 4K che permette inoltre di girare a 120 fotogrammi al secondo in luogo dei 60, per azioni ancora più reali e prive di sbavature.
 
L’interrogativo posto è sul futuro delle ricerche scientifiche e sulle emozioni capaci ancora di guidare le azioni umane in tempi di intelligenza artificiale. A detta del regista, il progresso è più grande effetto speciale al mondo, ed è la scienza a migliorare le nostre vite, tramandando il sapere e il rispetto per la natura. Siamo oltre il vezzo narrativo cinematografico. Qui è questione di vita o di morte. 
 
Marita Langella

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