Giochi, subito un tavolo di confronto con i gestori delle ‘awp’ e le associazioni
18 Dicembre 2019
Espressione artistica e sacrificio: Ralph P. e la vera “Napoli Bene”
22 Dicembre 2019
Mostra tutto

“The promise”arriva in tv, è un film sul genocidio armeno

Finalmente è possibile vedere in tv “The promise”, il film diretto da Terry George, stupendamente interpretato da Christian Bale, Oscar Isaac e Charlotte Le Bon.
Uscito nel 2016 e mai distribuito nelle sale, ha subito il sistematico boicottaggio riservato a tutti i film che parlano del genocidio armeno. Il primo dato da chiarire, pertanto, riguarda quanto traspare dalle scarne recensioni reperibili in rete, ivi compresa la nota di presentazione nel sito di SKY: la tematica principale del film “non” è il “triangolo amoroso”, che funge solo da supporto narrativo alla rappresentazione del primo grande genocidio del XX secolo: quello subito dal popolo armeno per opera dei turchi. Terry George ha ripetuto la metodica già sperimentata con “Hotel Rwanda”, dedicato al genocidio di oltre ottocentomila Tutsi da parte dei miliziani Hutu, nel 1994. In quel caso lo spunto fu offerto da un personaggio reale, Paul Rusesabagina, direttore dell’’Hôtel des Mille Collines, che salvò 1268 persone da sicura morte.

Nel film “The promise”, invece, il contesto storico è suggellato dal rapporto tra Chris, giornalista statunitense dell’American Associated Press (Christian Bale), la fidanzata Ana, artista di origine armena (Charlotte Le Bon) e l’armeno Mikael, brillante studente di medicina (Oscar Isaac), che allaccia una relazione con Ana, favorita dalle contingenze del momento e dalle comuni radici, pur essendo sentimentalmente impegnato con una ragazza del suo paese natio, promessa sposa: da qui il titolo del film.

La rivalità amorosa tra i due uomini, però, viene completamente surclassata (il termine appropriato è “annullata”, come si comprenderà guardando il film) dagli eventi che fecero seguito allo scoppio della Prima Guerra Mondiale e indussero “i giovani turchi”, al potere dal 1909, a sterminare le minoranze etniche, la più numerosa delle quali era rappresentata dal laborioso, colto e raffinato popolo armeno, sperando di arginare il declino dell’impero con una forte spinta nazionalista.

Contrariamente a quanto avvenuto con “Hotel Rwanda”, però, nelle cui recensioni la disumanità e la ferocia degli Hutu viene ben evidenziata, per “The promise” si è preferito porre l’accento sul “triangolo amoroso”, sorvolando sulla ferocia e la disumanità dei turchi responsabili dell’immane tragedia, che solo nel 1915 costò la vita a oltre 1.500.000 armeni, senza contare quelli che perirono negli anni successivi a causa delle privazioni, delle torture e della sofferta diaspora verso Russia, Stati Uniti, Francia e altri paesi. (Attualmente sono oltre sette milioni i discendenti degli armeni che vivono al di fuori dei confini della loro terra).

Le ragioni sono ben chiare: si cerca di non “offendere” il sultano Erdogan, alleato occidentale, che della parola “genocidio” proprio non vuol sentire parlare: in Turchia si rischia la vita al solo citarla. Ciò è grave, ovviamente, perché non merita alcun rispetto chi non sia in grado di fare i conti con la propria storia, ma è molto più grave il comportamento dei paesi occidentali che, in ossequio a “quella ragion di stato” che sempre induce all’ipocrisia relazionale, tollerano l’intollerabile. Basti pensare che del genocidio non si è mai parlato compiutamente e sono ancora molti gli stati che non lo riconoscono come tale. Solo nel 1965 (avete letto bene: 1965!), ossia dopo mezzo secolo, l’Uruguay iniziò a riconoscerlo, seguito negli anni successivi da altri ventinove paesi.

In Italia, nel 1988, restò lettera morta una proposta di riconoscimento da parte dell’onorevole Giancarlo Pagliarini (Lega Nord) e si ebbe solo una flebile risoluzione parlamentare nel 2000, a seguito di un’iniziativa del Parlamento Europeo, con la quale la Camera esortava il Governo “ad adoperarsi per il definitivo superamento di ogni contrapposizione nella regione al fine di creare le premesse per la corretta tutela dei diritti umani nella prospettiva del progressivo avvicinamento ed integrazione della regione con l’Unione europea”.  

Come si evince facilmente, si fece ricorso a un osceno sproloquio sintattico-grammaticale pur di evitare il termine “genocidio” e, cosa ancora più terribile, si fece comunque cenno all’integrazione con l’Unione Europea, pur essendo tutti consapevoli che ciò era impossibile sia sul piano formale, per il deficit di democrazia che si registra nel paese, sia su quello sostanziale, dal momento che all’epoca in Turchia vigeva ancora la pena di morte, abolita solo nel 2004 per non vanificare sul nascere la richiesta di adesione.  Occorrerà attendere il 10 aprile 2019 per il riconoscimento ufficiale, avvenuto con il voto unanime di tutti i partiti, eccezion fatta per “Forza Italia”. Un ritardo grave e vergognoso, superato solo da quello statunitense, che il genocidio ha riconosciuto il 30 ottobre scorso. Si stenda un velo pietoso, ovviamente, sui tanti stati che ancora nascondono la testa nella sabbia, lo negano o addirittura lo ritengono legittimo.

Il film di Terry George, attualmente in programmazione sulla piattaforma SKY, è comunque disponibile in DVD e facilmente reperibile nei web store. Per approfondire l’argomento si segnalano anche le seguenti opere:

“La masseria delle allodole”, 2007, diretto da Paolo e Vittorio Taviani, ispirato all’omonimo romanzo storico di Antonia Arslan, del 2004, edito da Rizzoli, con il quale l’autrice ha vinto il Premio Giuseppe Berto e il Premio Stresa. (Si segnala anche il seguito: “La strada di Smirne”, del 2009, anch’esso edito da Rizzoli).

“Mayrig”, 1991, diretto da Henry Verneuil e il suo seguito “588 Rue Paradis”, del 1992 (Titolo italiano: “Quella strada chiamata Paradiso”)

“The cut” (Il taglio), reperibile nella versione italiana con il titolo “Il Padre”, 2014, diretto da Fatih Akin.

“Ararat – il monte dell’Arca”, 2002, diretto da Atom Egoyan.

Da non perdere anche il film di Elia Kazan “Il ribelle dell’Anatolia” (disponibile con il titolo “America, America”), del 1963, che parla della repressione perpetrata in Turchia contro le minoranze armene e greche nel 1896, prodromiche del successivo genocidio.

Lino Lavorgna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *