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Siccità, la Roma distopica raccontata da Virzì

Il cinema italiano, dopo un lungo periodo di crisi e inaridimento di contenuti, è tornato più florido che mai. Le idee interessanti di certo non mancano in questo attuale momento storico, tanto vivace quanto incerto. Paolo Virzì dal canto suo ha da sempre realizzato, film capaci di parlare a tutti, ma soprattutto in grado di essere profetici oltre che epidermici.

Con una leggerezza dai tratti pungenti tocca temi spinosi, nella maggior parte dei casi a sfondo drammatico, ma che non cedono mail il passo all’esasperazione. Con Siccità torna al cinema quell’italianità in cui tutti ci ritroviamo e che se da un lato ci fa simpatia e ci fa sentire meno soli, dall’altro fa innescare una riflessione su tanti limiti e tante sofferenze a cui siamo continuamente esposti, se non condannati. Siccità porta sullo schermo una storia dai tratti distopici, in cui in una Roma deturpata da gravi danni ambientali non piove più da quasi tre anni.

La poca acqua disponibile viene severamente razionata, costringendo la popolazione ad adottare strategie atte a risparmiare e a centellinare le poche scorte a disposizione, onde evitare l’arresto o severissimi provvedimenti. In questo contesto che oscilla continuamente tra la disperazione e lo squallore, scorrono le esistenze di differenti personaggi.

Ognuno di essi, deve fare i conti con una catastrofe ambientale in cui incombe una condizione di profonda angoscia ed instabilità. E nel frattempo una strana epidemia inizia a farsi strada tra la gente, seminando morte e paura. Ciò che risalta all’occhio del film di Virzì è la perfetta aderenza degli interpreti al clima di oppressione e desolazione, che è la vera chiave della vicenda narrata.

Il cast intero è in stato di grazia e persino il cameo di Max Tortora riesce a segnare nel profondo, generando un forte senso di angoscia e tristezza che sconfina nella commozione. Tuttavia se nella prima parte il film regge perfettamente a livello di trama e ritmo, nella seconda invece accusa una forzatura unpò confusa nel dover tracciare una linea che demarchi un punto di svolta e che conduca poi verso un epilogo. Una lacuna questa, molto comune a tanti film italiani, che purtroppo finisce con il togliere credibilità alle storie, portandoci spesso a preferire il cinema estero a quello del nostro paese.

Giada Farrace

 

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