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Reporter di guerra: il film sulla Colvin

“Avrei voluto scegliere una vita normale, ma non ne sono capace”. Si raccontava così Marie Colvin, la giornalista americana di guerra del Sunday Times che ha seguito i conflitti in tutto il mondo, dal Kosovo alla Cecenia, dalla Libia allo Sri Lanka e alla Sierra Leone. Una vita condotta in prima linea tra le atrocità indicibili dei conflitti, la disperazione delle vittime, il rumore assordante delle bombe, con la devozione di chi sente dentro una missione dalla quale non può prescindere. 
 
Un’anima fragile ben celata da una tempra d’acciaio e il corpo messo a dura prova da troppe battaglie, sono diventati il tratto distintivo e inconfondibile del suo essere. La benda nera da pirata portata sull’occhio sinistro, che la Colvin perse nel 2001 in Sri Lanka per un colpo d’arma da fuoco, nascondeva una femminilità solo assopita. Amava indossare lingerie La Perla sotto al giubbotto antiproiettile, mentre si aggirava in luoghi dimenticati da Dio, tra colpi di mortaio, cadaveri e distruzione. Ora la sua vita è diventata un film per il grande schermo diretto da Matthew Heineman, documentarista al debutto in un pellicola cinematografica.
 
“A Private War” è tratto dall’omonimo articolo del 2012 di Marie Brenner su Vanity Fair, ritratto toccante della giornalista, la cui storia incredibile non può essere semplificata in poche righe. Rosamund Pike in una magistrale interpretazione di Marie, porta alla luce aspetti intimi e dicotomie del personaggio tra determinazione, paura e ostinazione. Un filo sottile e sempre sotteso unisce la Colvin a un conflitto mai sanato con se stessa. Nevrosi e traumi post guerra, dipendenza da alcol, cure psichiatriche, sono frutti dell’incapacità di reinterpretare la propria esistenza fuori dal campo di battaglia. Perché la guerra va raccontata dal punto di vista dei civili che sopportano inermi la guerra, muoiono a migliaia e sono le vittime sacrificali di strategie oscure tramate dall’alto. La verità è lì tra le case rase al suolo, gli ospedali pieni di donne e uomini orrendamente mutilati, le madri disperate per la morte di figli troppi giovani e le carneficine dimenticate dal mondo. 
 
Marie Colvin è morta il 22 febbraio del 2012 in Siria, uccisa a 56 anni durante l’assedio della città di Homs, mentre lasciava una sede dei media non ufficiale. Ancora una volta senza desistere, in prima linea con un taccuino in mano e la morte negli occhi, durante quello che aveva definito il peggiore attacco a cui avesse mai assistito. Il suo nome è ormai leggenda del giornalismo, la sua testimonianza un monito per chiunque ricerchi la verità oltre la paura e le grandi menzogne della storia. Riponendo fiducia nell’umanità affinché si interessi alla questione dei deboli e agli orrori di cui sono vittime. 
Marita Langella

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