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Paolo Sorrentino racconta la sua adolescenza

Raccontarsi è probabilmente la missione più ardua e delicata per un regista. Ciò dipende in larga misura dal fatto che non sempre si riesce a trovare la giusta chiave per narrare certi momenti del proprio vissuto e nella peggiore delle ipotesi non si possiede un background abbastanza interessante da trasporre su grande schermo. Ma non è il caso di Paolo Sorrentino.

Per chi conosce la filmografia del regista, sa bene che nel corso della sua camaleontica carriera ha da sempre preferito raccontare un mondo visionario, ai limiti del decoro, composto da personaggi eccessivi, totalmente fuori dagli schemi. Film caratterizzati da trame e sottotrame che poco hanno a che fare con la normalità, in cui spesso è piuttosto difficile rispecchiarsi, ma che in virtù del loro magnetismo riescono a generare l’effetto di un incanto.

Ecco, con E’ stata la mano di Dio, Sorrentino abbandona il decoro, l’eccesso e quel ricorrente sipario su circostanze surreali, per abbracciare il suo passato e nello specifico quel particolare momento della vita comunemente definito età di transizione. Il suo alterego nel film è Fabietto (interpretato da Filippo Scotti), che vive a Napoli in un quartiere residenziale e frequenta il liceo classico. Il suo è un ambiente familiare confortante  e ovattato, composto da papà Saverio (Toni Servillo)  mamma Maria (Teresa Saponangelo) e dai due fratelli maggiori Marco e Silvana.

La vita di Fabietto, che scorre su binari tranquilli, prende vivacemente forma quando la sua squadra del cuore, il Napoli, riuscirà ad acquistare Maradona, un sogno che appariva così lontano agli occhi di tutti. Una gioia travolgente, che accompagna gran parte del film, precedendo quello che sarà il vero cuore della storia, un dramma davanti al quale il giovane dovrà cercare il coraggio di ricominciare da zero. Vincitore del Gran Premio della Giuria di Venezia 78, E’ stata la mano di Dio è un film che potrebbe avvicinare tutti gli scettici che non amano profondamente il cinema di Paolo Sorrentino.

Poco manierismo e un senso del grottesco ben dosato, volutamente tenuto all’interno di uno schema in cui c’è spazio più per l’empatia che per lo stupore, sono i tratti all’interno dei quali scorre un film molto intimo e sincero. C’è sempre quell’elemento felliniano, disseminato qua e là, che attutisce i colpi di una realtà alle volte poco dinamica (e ci si chiede se davvero tutti quei personaggi siano stati fuori dalle righe) e che richiama uno dei tratti più riconoscibili di Sorrentino, l’intento programmatico di generare sconcerto, di spiazzare il pubblico.

Sebbene il film sia vittima di un percettibile squilibrio tra la prima e la seconda parte, Sorrentino dimostra di riuscire ancora una volta a suggestionare lo spettatore, afferrando come pochi il senso di fare cinema. Una sequenza su tutte capace di rappresentare la sintesi perfetta di inizio e di fine è la prima, dove fa da padrone l’elemento chiave, lo sfondo verso il quale Fabietto muove continuamente il suo sguardo: il mare.

Giada Farrace

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