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Occhiali neri e il grande ritorno del maestro del brivido Dario Argento

Dopo un’assenza dalle scene di ben dieci anni, il maestro dell’horror italiano torna a far parlare di sé con un film inaspettatamente potente che ricalca alcuni aspetti cari al proprio universo visionario.

Perché Occhiali neri di Dario Argento non è soltanto un misto tra suspense e splatter, ma soprattutto un prodotto costellato da numerosi omaggi a quel cinema che oramai appartiene al passato argentiano. Un cinema fatto di lunghe sequenze al cardiopalma che confluiscono in violentissime esplosioni di sangue capaci di mettere in difficoltà anche il più freddo degli spettatori.

La vicenda è ambientata a Roma ed ha come protagonista Diana (Ilenia Pastorelli), una escort che una sera sbanda con la sua auto per seminare uno psicopatico provocando un incidente che risulterà fatale sia per una famiglia di cinesi, tra i quali si salva soltanto un bambino di nome Chin, sia per i suoi occhi. La ragazza infatti resta tragicamente priva della vista, dramma irreversibile provocato dal violentissimo impatto.

Da quel momento in poi gli occhi del piccolo Chin diverranno quelli di Diana e i due protagonisti, forti di un legame molto profondo, saranno chiamati a difendersi dalla minaccia di un serial killer, nel cui mirino è purtroppo finita la ragazza. Nel film Argento prende le distanze dallo stile adottato negli ultimi lavori risalenti ad una decina di anni fa, rispettivamente Giallo e Dracula 3D, nei quali l’impronta più personale del regista lascia spazio a scenari confusi indeboliti da storie di fatto molto scarne.

Occhiali neri convince invece proprio per il carisma e per come ricalca alcuni film del passato di Argento, più spontanei e popolati da quelle che lui chiama visioni oniriche o meglio sogni ad occhi aperti. Una costante che accompagna da sempre la sua filmografia, e che nel film trova una perfetta espressione nella tremenda scena della cagna, dove Argento non si risparmia, cedendo il passo ad uno spettacolo in pieno stile gore. La scelta di indugiare su quel masticamento ci riporta alle feroci sequenze di sangue e sgozzamenti presenti in Suspiria e ne La terza Madre, per citarne due piuttosto emblematici in questo discorso.

C’è da aggiungere che quella familiarità che si riscontra nella gestione dell’elemento splatter la si ritrova anche nel particolare modo di dirigere gli attori. E qui è necessario specificare che Argento non ha mai fatto di tale aspetto un vanto, dal momento che gran parte dei suoi lavori hanno fortemente risentito di una sconnessa gestione degli interpreti spesso lasciati a loro stessi.

Ma, se in Profondo Rosso il protagonista era un prodigioso David Hemmings nel cuore della sua fortunatissima carriera, in Occhiali neri (come in tanti altri film minori), i protagonisti sono essenzialmente due attori che debbono ancora crescere e che perciò avrebbero avuto bisogno di un orientamento più consapevole.

Dario Argento ha una grandissima virtù (che spesso tende a rivelarsi una condanna), è autenticamente se stesso e in questo film non fa altro che riconfermarci questo dato di fatto, nonostante gli anni trascorsi, nonostante le attuali consuetudini. 

Giada Farrace

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