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Dogman e il cinema d’autore ritrovato

Il Festival di Cannes ci lascia quest’anno un segnale importante per l’Italia. Torna protagonista il cinema d’autore con le sue pellicole che rompono gli schemi, premiato per le storie originali distanti dai canoni classici. Se Alice Rohrwacher con il suo Lazzaro felice guadagna il premio per la migliore sceneggiatura, è Matteo Garrone con Dogman a conquistare trasversalmente pubblico e critica. Lunghi applausi al termine della proiezione in Croisette e un premio che quasi commuove al suo protagonista Marcello Fonte, attore calabrese su cui pochi in Italia avrebbero scommesso, e che a Cannes ha preso da Roberto Benigni l’ambito riconoscimento.
Garrone torna a raccontare come nelle sue corde una storia di dannazione popolare, la periferia italiana degradata che perde i contorni territoriali per diventare storia nazionale di realtà sommerse. 
Un fatto reale di cronaca come l’omicidio efferato della Magliana nel 1988 del pugile Giancarlo Ricci per mano di Pietro Negri, ben si presta alla narrazione cinematografica che il regista romano ha però reinterpretato. La vita di un uomo comune intrisa di azioni mediocri diventa teatro di risvolti truculenti, la normalità si trasforma in efferata malvagità e i piccoli uomini assurgono ad eroi del male. Garrone già in Gomorra avevo dato voce a questo sottostrato sommerso, lo squallore geografico ed urbanistico che si traduce in miseria umana e morale. In Dogman un uomo dal carattere mite è per la società un invisibile che compie azioni quotidiane insignificanti.
La teolettatura per cani, qualche piccola attività illecita di spaccio, poche relazioni umane, e poi l’incontro sbagliato che vira il corso delle vicende. Come nelle migliori dark stories, c’è sempre un alter ego malvagio e prepotente, il bullo che si guadagna il rispetto con soprusi e angherie. La narrazione allora si fa strumento per focalizzarsi su un rapporto malsano tra vittima e carnefice, tra un debole che subisce da inerme e il più forte che detta legge con la forza. Ed è a questo punto che il regista abbandona la cronaca e se ne distanzia per entrare in una finzione carica di morale in cui la caratterizzazione dei personaggi supera i fatti storici. 
Il protagonista inetto si ribella alla violenza del suo aguzzino e con abile mossa lo tira in una trappola studiata con astuzia inaspettata. Lo chiude nella stessa gabbia che utilizza per i suoi amati animali, punizione beffarda per un uomo possente che finisce in un angusto tugurio tra sofferenze atroci. La parabola si chiude con Davide che vince su Golia, in un finale che porta lo spettatore a provare quasi compassione e comprensione per il dramma umano che si consuma e per chi si rende artefice di un gesto tanto atroce. Come recita la Bibbia: ”Terribile è l’ira del mansueto”. Pacifico e tollerante, ma dotato di capacità e di reazioni inimmaginabili. 
Marita Langella
 
 

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