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Dall’Inganno al Filo nascosto, l’amore malato al cinema

L’amore con i suoi risvolti inaspettati. Il cinema ha declinato passioni sfrenate in ogni forma e natura, ma ciò che da sempre affascina di più è il lato oscuro che si nasconde nei torbidi meandri dell’animo umano. Vendetta, perversione e gelosia si intrecciano tra loro dando spesso vita a personaggi ambigui quanto pericolosi, amanti uniti dal filo del sadismo e dell’autolesionismo. E se in gioco entrano donne tradite, illuse o disattese nelle loro speranze, le vicende virano sempre verso macabri risvolti di ritorsione spietata.

È il caso delle studentesse di un collegio femminile diretto da Miss Martha (Nicole Kidman) ne “L’inganno” di Sofia Coppola, turbate e al contempo sedotte da un soldato ferito che bussa alla loro porta durante la Guerra di Secessione americana in cerca di cure. Attrazione fatale, triangoli amorosi e gelosie reciproche condurranno al peggiore epilogo, punire un uomo sleale che le ha conquistate e poi raggirate. Arriveranno a menomarlo nel fisico per poi spacciarlo da atto intrapreso per salvargli la vita.

Ma la vendetta al cinema assume sfumature bizzarre nei panni di vittime all’apparenza inermi, dotate invece di calcolo spietato. Nel recente “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson, un sarto-stilista londinese degli anni Cinquanta conosce una cameriera in un motel, un incontro inusuale per un rapporto che segna indelebilmente le vite di entrambi. Daniel Day-Lewis, attore dal talento eclettico che dà a questo personaggio un’aurea di altezzoso cinismo, di ruvida determinazione, è un artista a capo di una famosa maison di moda. Scapolo incallito, si avvale delle donne come muse per la creazione dei suoi abiti. Quando però l’arroganza maschile incontra l’amore di una giovane donna determinata a conquistare a tutti costi l’oggetto del suo amore, il filo va a comporre una tela in una relazione a tratti disfunzionale. Alma, prima vittima del suo amante, ne diventa il carnefice. Adotta, come una Medea euripidiana dei giorni nostri, degli espedienti dal sapore amaro. Intossicare chi la non la ama come vorrebbe, come forma di punizione, di espiazione ma anche come controllo e manipolazione. Debilitare nel corpo e nella mente il suo amante per renderlo debole e inerme e prendendosene cura lei con amore, per dargli poi nuovo vigore. In un gioco perverso di tacito consenso, in cui a soffrire per poi uscirne rafforzati sono entrambi. Come in un scacchiera in cui i due protagonisti muovono ognuno le proprie pedine per recitare un copione distorto, ma che alimenta pathos e fascinazione amorosa.

Marita Langella

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