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Dai Queen a Elton John e Nureyev: i miti che rivivono al cinema

Il cinema guarda indietro agli anni d’oro della musica, alle rockstar protagoniste di canzoni immortali. I meravigliosi Anni 70/80, in cui le foto genuine, i sorrisi fiduciosi, pantaloni a zampa e look coraggiosi racchiudono le conquiste di una generazione che rivendicava diritti e libertà d’espressione.

L’uscita lo scorso anno del biopic sui Queen, Bohemian Rhapsody, vincitore di 4 Oscar e campione di incassi, ha significato per il mercato discografico il ritorno a vendite stellari.

Secondo Nielsen Music, nei primi sei mesi del 2019 la colonna sonora che dà il titolo al film, è stato il disco più richiesto negli Stati Uniti. Il quartetto inglese autore di canzoni memorabili come The show must go on, We will rock you e We are the champions, può vantare solo quest’anno 1,3 milioni di downloads, 731 mila copie vendute nel mondo e una fama a cui la pellicola cinematografica ha dato nuova linfa.

A 28 anni dalla scomparsa di Freddie Mercury (nella foto), che si presentava al mondo come colui che “avrebbe portato il balletto alle grandi masse”, rivive una storia di rivoluzione musicale e scelte controverse. Furono infatti la complessità degli arrangiamenti dei Queen e le armonie che spaziavano dal rock- funk alla musica classica ad essere osteggiate dalla stampa del tempo perché considerate “superate”, in anni di ascesa di punk e glam rock. 

Il presente attinge dal passato per costruire la sua fortuna. Già quando nel 1991 Oliver Stone ha portato sul grande schermo The Doors, la nostalgia per Jim Morrison e la sua band si era tradotta in brani ritornati in vetta alle classifiche.

E l’effetto traino da film si è notato anche nel 2008 quando Martin Scorsese ha diretto Shine a light sui Rolling Stones. Il 2019 ha già visto l’uscita di altri biopic amplificatori di fama e fortune, come il Rocketman del regista Dexter Fletcher, la vita di Elton John dalla Royal Academy of Music fino agli Anni 80.

Ad una sola settimana dall’uscita, il catalogo dell’artista britannico ha incrementato del 138% le sue vendite. Il cinema diviene un conduttore di storie che riescono ad incuriosire anche le nuove generazioni, attratte dalla velocità della rete e dal consumo rapido e discontinuo dei suoi contenuti. Artisti dalle vite sregolate, divenute figure iconiche, visionari spesso vittime di un successo che conduce a fini tragiche. Così è stato per Freddie Mercury morto nel 1991 a 45 anni di Aids, la sindrome che in un trentennio ha mietuto tante di vittime nel mondo gay e non solo. 

Dalla musica al mondo della danza, stesso destino è toccato a Rudolf Nureyev, il più grande danzatore del XX secolo, anch’egli scomparso a causa del virus dell’HIV nel 1993, all’età di 54 anni. In questi giorni nelle sale, la pellicola dal titolo Rudolf Nureyev-The White Crow, ripercorre le tappe del prodigio nato su un treno della Ferrovia siberiana a Irkutsk, che ha rivoluzionato la tecnica maschile del balletto nel mondo. Nella sua Lettera alla danza poco prima di morire scriveva: ”Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita”.  Un inno all’arte, all’amore, alle passioni come sostanza dell’esistenza.  

Marita Langella

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